La casa di mia suocera sembrava colpita da un tornado, ma un tornado stranamente selettivo. Tutto ciò che aveva valore era scomparso. Il televisore al plasma che avevo scelto e pagato io due anni prima non c’era più. La lavatrice nuova che io e Andrea le avevamo regalato per il compleanno non c’era più.

Il forno a microonde, il robot da cucina, perfino quel dannato robot aspirapolvere che mia suocera chiamava giocattolo inutile, tutto sparito. Il vecchio divano era rimasto, così come il tappeto spelacchiato appeso alla parete e la pila di giornali ingialliti in un angolo. «Professionale», disse lentamente mio padre, osservando gli spazi vuoti sulle pareti. «Hanno preso solo ciò che è facile da vendere e difficile da identificare.
»
Io ero in piedi al centro della stanza e sentivo crescere dentro di me qualcosa di freddo e pesante. Non era solo offesa, non era solo rabbia. Era comprensione. «Papà», dissi piano, «questa non è una rapina.
»
«Lo so, figlia mia. È lui. Andrea. Tuo marito.
»
«Lo so. »
Mio padre tirò fuori il telefono e iniziò a fotografare l’appartamento con metodo, come faceva una volta durante le indagini. Ogni angolo, ogni mensola vuota, ogni traccia lasciata dagli elettrodomestici rimossi sulle superfici impolverate. «Dov’è tua suocera?
» chiese. Provai a ricordare. «Galina Rinaldi è partita ieri sera. Ha detto che andava da sua sorella per un mese.
Mi ero anche stupita. Di solito avvisa settimane prima, prepara la valigia con calma, si lamenta per giorni. Stavolta è partita all’improvviso. Mi ha telefonato dicendo che era già alla stazione, fuori città.
»
«Hai il numero della sorella? »
«No, ma Andrea dovrebbe averlo. »
Mio padre sorrise amaramente. «Andrea, che in questo momento sta caricando le ultime cose su un furgone.
Interessante. Che cosa ti ha detto stamattina? »
Chiusi gli occhi. La mattina era stata normale.
Caffè, panini, un bacio di saluto. Mi aveva detto che aveva un cliente in una grande azienda e che doveva incontrarlo di persona. Che forse avrebbe fatto tardi. Che non dovevo preoccuparmi.
Che la sera mi avrebbe raccontato tutto. «E ieri? E l’altro ieri? » mi costrinsi a ricordare.
Nelle ultime due settimane Andrea era stato nervoso, spesso incollato al telefono. Più volte usciva a parlare in un’altra stanza. Due volte era andato da sua madre per controllare come stesse da sola. Io ero stata perfino contenta che fosse diventato un figlio più premuroso.
«Dio mio, che idiota sono stata! Ha pianificato tutto», dissi ad alta voce. «Ha mandato via sua madre in anticipo perché non intralciasse, e ora porta via tutto ciò che ha valore. »
«Non tutto», mi corresse mio padre.
«Solo ciò che formalmente appartiene a sua madre. Intelligente. Se avesse iniziato a portare via roba da casa vostra, te ne saresti accorta. Invece casa altrui, oggetti altrui.
Chi lo dimostra? »
Andò in cucina, lo seguii. Anche la cucina era stata spogliata. Il frigorifero nuovo sparito, la lavastoviglie sparita.
Perfino il bollitore elettrico era sparito, anche se costava appena quaranta euro. «Questo non è semplice accattonaggio», disse mio padre aprendo gli armadietti. «È uno schema serio. La domanda è: perché?
Debiti? Un’altra donna? Fuga? »
Mi lasciai cadere sull’unica sedia rimasta.
Le mani mi tremavano. «Non lo so. Non mi ha mai parlato di problemi. Portava lo stipendio, si comportava normalmente.
»
«Quando ha portato soldi l’ultima volta? »
Ci pensai. Io lavoravo in contabilità e avevo uno stipendio stabile. Andrea lavorava come responsabile commerciale.
Il suo reddito oscillava. L’ultima volta aveva messo soldi in casa un mese, forse un mese e mezzo prima. Diceva che gli avevano ritardato il premio, che il mese successivo avrebbe compensato. «Un mese e mezzo fa», ammisi.
Mio padre annuì come se avessi confermato un sospetto. «Allora è cominciato lì. Figlia mia, prendi il telefono e chiamalo. Voglio sentire che cosa dice.
Metti il vivavoce. »
Presi il telefono con le dita tremanti e cercai il contatto. Andrea, con un cuoricino accanto che adesso sembrava una presa in giro. Premetti chiama.
Lunghi squilli. Pensavo già che non avrebbe risposto, ma al quinto squillo arrivò la sua voce, un po’ affannata. «Pronto, Ele? Ciao.
Senti, adesso non posso. Ti richiamo tra un’ora. »
«Va bene, Andrea», provai a dire con calma. «Dove sei?
»
«Te l’ho detto, con un cliente. Va tutto bene. Stasera ti racconto. »
«Con un cliente?
»
«Sì. Ascolta, devo davvero andare. Poi ci sentiamo. »
Mio padre mi prese il telefono.
«Andrea, buongiorno. Sono Michele Serra. Ho una domanda per te. Quale società di traslochi fornisce per incontrare i clienti?
»
Silenzio. Un silenzio lungo, tagliente. «Io… signor Michele, non capisco. »
«Capisci, ragazzo?
È come se capisci. Siamo nell’appartamento di tua madre. Uno scenario molto interessante. Pareti vuote, angoli vuoti.
Dove stai portando gli elettrodomestici? »
Un’altra pausa. Poi la voce di Andrea cambiò, diventò dura, rabbiosa. «Sono cose di mia madre.
È affar mio cosa farne. Cose che mia figlia ha comprato con i suoi soldi? Regali. Lei glieli ha regalati, quindi ora sono di mamma.
»
«Ottimo», mio padre era calmo come un cobra. «Quindi ammetti che stai portando via i beni. Dove esattamente? »
«Non sono affari vostri.
E comunque, che diavolo ci fate lì? È proprietà privata. »
«Tua madre ha dato a Elena le chiavi in caso succedesse qualcosa. Ricordi l’anno scorso quando è stata ricoverata?
Quindi siamo qui in modo perfettamente legittimo. »
Io ascoltavo quella conversazione come dentro un sogno altrui. Quello non era mio marito. Non poteva esserlo.
Mio marito non poteva parlare con quel tono, con quelle parole. «Andrea», ripresi il telefono dalle mani di mio padre. «Che cosa sta succedendo? Dimmi solo perché lo stai facendo.
»
Lui rise. Una risata breve e cattiva. «Perché? Davvero non ci arrivi, Elena?
Per cinque anni ho vissuto con te in questa gabbia. Cinque anni a sentire parlare di mutuo, risparmi, fondo di emergenza. Sai che cosa significa vivere con una donna che conta ogni centesimo? »
«Stavamo risparmiando per la casa.
»
«Per la tua casa. È intestata a te. Credi che sia scemo? Lavorare perché poi tu mi butti fuori e resti con l’immobile?
»
Non riuscivo a respirare. «Ma pagavamo insieme. Ti avevo proposto di intestarla a entrambi. Sei stato tu a dire che così era più semplice.
»
«Più semplice per te. E io che cosa avrei se divorziassimo? Niente. Così ho deciso di prendermi il mio.
»
«Il tuo? » quasi urlai. «Quelle sono cose di tua madre, che hai comprato con i nostri soldi comuni. Quindi per metà sono mie.
»
«Io mi prendo la mia metà. »
Mio padre mi tolse di nuovo il telefono. Non opposi resistenza. Il mondo mi ondeggiava davanti agli occhi.
«Andrea, ultima domanda», disse mio padre. «Tua madre lo sa? »
Pausa. «È d’accordo.
Ne abbiamo parlato. Capisce che ho ragione. »
«Capisco. Grazie per la sincerità.
Ci vediamo. »
Mio padre chiuse la chiamata e mi guardò. «Figlia mia, respira. Profondo.
Così. Ancora. »
Respiravo, ma l’aria non voleva entrare nei polmoni. «Mi ha tradita.
Ha pianificato tutto insieme a sua madre. »
«Sembra proprio di sì. »
«Che cosa devo fare? »
Mio padre mi abbracciò per le spalle.
«Adesso andiamo nel mio vecchio ufficio. Ho ancora qualche contatto. Parleremo con le persone giuste, capiremo dove sta portando la roba, che cosa vuole fare dopo. Poi decideremo come muoverci.
»
«Ma lui ha ragione. Formalmente sono cose di mia suocera. »
«Elena», mio padre mi girò verso di sé. «Tuo marito sta portando via beni che hai comprato tu.
Ti mente. Si è accordato con sua madre. Non è semplice avidità, è tradimento. E io non gli permetterò di cavarsela così.
»
Annuii. Il freddo dentro di me diventava ghiaccio, affilato, tagliente. «Nemmeno io glielo permetterò», dissi piano. Mio padre sorrise con un’espressione quasi predatoria.
«Brava. Per vent’anni ho preso truffatori. Ti insegnerò come si lavora con loro. »
Prese il telefono e chiamò qualcuno.
«Sergio, ciao. Ho bisogno di aiuto. Sì, urgente. Devo rintracciare un furgone.
Ti mando la targa e controllami un tipo nelle banche dati. Andrea Vittorio Melnck, trentadue anni. »
Mi lasciai cadere sull’unico mobile rimasto, un vecchio sgabello vicino alla finestra. Le mani tremavano.
Tutto sembrava un incubo. Da quanto tempo stava pianificando? Da quanto tempo sapeva che sarebbe andato a svuotare sua madre, o meglio me, perché tutto quello l’avevo comprato io con i miei soldi? Mio padre mise via il telefono.
«Sergio lavora nella polizia stradale. Tra mezz’ora sapremo dov’è il furgone. Intanto guardiamo meglio qui. »
Fece il giro delle stanze con metodo.
Mi alzai e lo seguii. Anche dalla camera di mia suocera mancavano cose. «Papà, non capisco», la mia voce tremò. «Perché tutto questo?
Va bene, si è offeso per la casa, anche se avevamo deciso di intestarla così perché lui aveva debiti con le finanziarie. Ma perché rubare in casa di sua madre? »
«Non di sua madre, Elena. Da te.
L’ha detto lui stesso. Si prende il suo? La domanda è un’altra. Si sta solo vendicando, o sta preparando qualcosa di più grande?
»
Il telefono di mio padre vibrò. Lesse il messaggio e fischiò piano. «Ecco, interessante. Il tuo Andrea negli ultimi tre mesi ha preso tre microprestiti, totale quattromilacinquecento euro.
E ha ancora un decreto esecutivo per un vecchio prestito da duemiladuecento euro. »
«Cosa? » Sentii la terra mancarmi sotto i piedi. «Mi aveva detto di aver chiuso tutti i debiti due anni fa.
Era per questo che avevamo aspettato a cointestare la casa. A quanto pare mentiva, o ne ha fatti di nuovi. »
Mio padre guardò di nuovo il telefono. «Ah, hanno trovato il furgone.
È fermo in via dell’Industria, vicino a dei capannoni. Sai dov’è? »
Scossi la testa. «Erano vecchi magazzini, ora li affittano come depositi», spiegò mio padre.
«Sergio dice che il furgone è fermo da venti minuti. O sta scaricando, o aspetta qualcuno. Andiamo. »
Mi alzai di scatto dallo sgabello.
«Aspetta. » Mio padre mi trattenne per le spalle. «Prima ragioniamo. Se ha davvero debiti per quasi settemila euro, vendendo gli elettrodomestici non li coprirà tutti.
Qui c’è altro. »
Il mio telefono squillò. Sullo schermo apparve Galina Rinaldi. Mia suocera.
Mostrai lo schermo a mio padre. «Rispondi. Sentiamo che cosa dice. »
Premetti il verde.
«Pronto? »
«Elena cara. » La voce di mia suocera era falsamente dolce. «Stavo pensando, magari potresti venire da mia sorella per qualche giorno, riposarti un po’ dalla città.
»
«Galina, sono appena stata nel suo appartamento», dissi cercando di restare calma. «È vuoto. Andrea ha portato via tutti gli elettrodomestici. »
Il silenzio dall’altra parte durò diversi secondi.
«Ah sì», disse lei, chiaramente presa alla sprovvista. «Andrea ha detto che li avrebbe portati in assistenza. Il televisore ultimamente dava problemi. »
«Si sono rotti tutti insieme?
Anche le lenzuola sono andate in riparazione? »
«Elena cara, non capisco perché tu sia così nervosa. » Passò all’attacco. «Andrea è mio figlio.
Sa meglio lui che cosa fare con le mie cose. In realtà era casa sua, ma l’ho arredata io in questi anni. »
«Io ho tutte le ricevute. »
«I regali non si riprendono, cara.
È maleducato. »
Mio padre mi prese il telefono. «Galina, buongiorno. Sono Michele Serra, il padre di Elena.
Mi dica, lei sa che suo figlio sta portando via i beni per venderli? »
Di nuovo pausa. «Io… è una questione familiare di Andrea. Non mi intrometto.
»
«Capisco. Allora, mi spieghi perché è partita proprio ieri, esattamente prima che lui iniziasse a svuotare l’appartamento. Coincidenza? »
«Giovane uomo, non devo renderle conto di niente.
»
«Invece sì, perché questa è sottrazione di beni. » La voce di mio padre diventò dura. «Tutto ciò che era nel suo appartamento è stato comprato con i soldi di Elena. Ci sono prove.
E se lei è in accordo con suo figlio, ne risponderà anche lei. »
«Come osa minacciarmi? »
«Non è una minaccia, è un’informazione. Lei ha due possibilità.
O mi dice adesso dov’è Andrea e che cosa ha in mente, oppure domattina presento denuncia contro entrambi. »
Galina sospirò rumorosamente. «Lui… lui mi ha detto che Elena l’aveva ingannato. Che aveva intestato la casa a se stessa, anche se lui aveva contribuito.
Che adesso poteva cacciarlo da un momento all’altro e lui sarebbe rimasto senza niente. »
«E lei gli ha creduto», non resistetti. Strappai il telefono dalle mani di mio padre. «Diceva che tu rallentavi apposta la cointestazione, che da un anno si poteva già fare.
»
Guardai mio padre confusa. Lui scosse la testa. «Continua. »
«Dov’è adesso?
»
«Non lo so. Davvero non lo so. Mi ha solo chiesto di partire per qualche giorno e di non chiamarlo. »
«E dove porta le cose?
»
«Ha detto che le venderà e pagherà i debiti. »
«E poi? » Mia suocera esitò. «E poi cosa?
»
«Poi chiederà il divorzio e dividerà con te la casa. Dice che per legge gli spetta metà, anche se è intestata a te. È un bene acquistato durante il matrimonio. »
Sentii tutto raffreddarsi dentro di me.
Ecco. Non era solo vendetta. Stava preparando il divorzio, e voleva spremere da me tutto il possibile. «Che furbo», mormorò mio padre.
«Prima vende gli elettrodomestici, copre i debiti, entra pulito nella divisione dei beni. E poi tenta di prendersi metà della casa. »
«Non ragionava così prima», dissi ancora incapace di crederci. «Progettavamo il futuro insieme.
Volevamo un figlio l’anno prossimo. »
«Elena, svegliati», mio padre mi strinse le spalle. «Quest’uomo da un mese e mezzo si prepara metodicamente a fregarti. Non mette soldi in casa, ha fatto nuovi debiti, si è accordato con la madre.
Non è un gesto impulsivo. »
Il telefono di mio padre vibrò di nuovo. «Sergio scrive che il furgone è ripartito. È sulla tangenziale, direzione mercato dell’usato, zona sud.
Quindi lo vende adesso. »
Mi asciugai le lacrime che erano comparse senza che me ne accorgessi. «Papà, dobbiamo fermarlo. Sono i miei soldi.
Il mio lavoro. »
«Lo fermeremo. » Mio padre si diresse deciso verso l’uscita. «Ma lo faremo con intelligenza.
Andiamo. »
Scendemmo. Mio padre avviò l’auto e uscì bruscamente dal cortile. Io rimasi in silenzio, guardando fuori dal finestrino.
Mi scorrevano in testa ricordi a pezzi. Io e Andrea che sceglievamo quegli elettrodomestici. Lui che mi ringraziava, mi baciava, prometteva che avrebbe compensato le spese. Sua madre commossa dai regali, che mi chiamava la migliore nuora del mondo.
Tutto era stato una bugia. «Papà, e se li ha già venduti? » chiesi piano. «Allora cercheremo gli acquirenti e li recupereremo in giudizio.
Per fortuna hai le ricevute. Ma meglio evitare la vendita. Sergio ha già mandato una pattuglia della stradale da quella parte. Lo fermeranno con qualsiasi pretesto.
»
Il telefono squillò di nuovo. Andrea. Guardai mio padre. Lui annuì.
«Rispondi. »
«Pronto. »
«Elena, sei stata tu a chiamare gli sbirri? » La voce di Andrea era piena di furia.
«Mi hanno fermato. Vogliono i documenti del carico. »
«E tu li hai? » chiesi freddamente.
«Ma che stai facendo? Sono cose di mia madre. »
«Comprate con i miei soldi. Con i miei soldi, tutte quante.
E lo sai perfettamente. »
Tenevo il telefono all’orecchio, ascoltando Andrea urlare di tradimento e ingiustizia. La sua voce si spezzava quasi stridula. Mi resi conto che non lo avevo mai sentito così.
In cinque anni di matrimonio era sempre stato calmo, razionale, quasi flemmatico. «Hai chiamato la polizia contro tuo marito», gridava. «Capisci che cosa hai fatto? »
«Ho fermato un furto», risposi con voce uniforme.
«Tutto ciò che hai caricato è stato comprato con i miei soldi. Hai anche solo una ricevuta, una prova che abbia pagato tu? »
Andrea tacque per un secondo. Poi si imbavagliò.
«È patrimonio comune. Ne ho diritto. »
«Diritto di rubare? Mi hai detto che andavi da un cliente.
»
«E tu mi hai detto che la casa sarebbe stata nostra», ringhiò. «Poi l’hai intestata solo a te. »
Mio padre mi prese il telefono dalle mani. Non opposi resistenza.
«Andrea, sono Michele Serra», disse. «Tranquillo. Ora ti spiego la situazione. La polizia stradale ti ha fermato con un furgone pieno di beni che hai portato via dall’appartamento di tua madre.
Sì, lo so che è tua madre. Ma giuridicamente sei entrato in un’abitazione altrui e hai asportato beni. È reato. »
Dall’altoparlante arrivò qualcosa di confuso.
«Non interrompere. » Mio padre alzò la voce. «Hai due opzioni. Primo, restituisci tutto e noi diciamo alla polizia che il danno è stato evitato.
Poi decidono loro. Secondo, ti impunti, dimostri in tribunale la proprietà di ogni singolo oggetto, e nel frattempo ti becchi un procedimento per furto ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Scegli. »
Andrea urlò qualcosa e la linea cadde.
«Ha chiuso», constatò mio padre restituendomi il telefono. «Idiota. »
«Papà, e se non restituisce? » chiesi piano.
«Lo farà», rispose sicuro. «Gli stanno spiegando la sua posizione. Lo hanno preso sul fatto. Ci sono testimoni.
Ha usato le chiavi e ha portato via beni in assenza della madre. Elena, ascoltami bene. Adesso comincerà una partita sporca. Andrea tenterà di prendersi la casa in giudizio.
Ti accuserà di averlo ingannato. Si dipingerà come vittima. Tua suocera lo aiuterà con lacrime, testimonianze e pressioni sulla compassione. Devi essere pronta.
»
«Sono pronta», risposi ferma, anche se le mani tremavano. Il telefono squillò ancora. Numero sconosciuto. «Pronto?
»
«Buongiorno, sono l’ispettore Veroni della polizia stradale», disse una voce maschile stanca. «Avete segnalato un furgone sospetto? »
«Sì, sono io. O meglio, mio padre.
»
«Capisco. Il signor Melnck è suo marito, corretto? Pretende che lo lasciamo andare. Dice che trasporta roba sua, che non c’è nessun furto e che voi avete litigato.
»
Stringii il telefono. «Non sono cose sue. Sono state comprate con i miei soldi. Ho ricevute ed estratti conto.
Le ha portate via dall’appartamento di mia suocera senza il suo consenso, mentre lei è fuori città. »
«Sua suocera può confermare che non aveva dato l’autorizzazione? »
«Posso chiamarla subito. »
«Lo faccia e poi mi richiami.
Intanto tratteniamo il signor Melnck per accertamenti. »
Chiusi e guardai mio padre. «Devo chiamare Galina. »
«Aspetta», mi fermò.
«Prima ragiona. Se è in accordo con suo figlio, ora dirà che gli ha permesso di prendere tutto. Allora la polizia lo lascerà andare, e tu resterai con niente. »
Sentii l’angoscia salire.
«Quindi ho perso. Lui si prenderà tutto e io non potrò fare niente. »
«Non direi. » Mio padre prese il suo telefono.
«Ho un’idea migliore. Chiamo una persona. »
Fece un numero. Sentii solo frammenti.
«Sì, urgente. Serve una consulenza. Divorzio? Divisione dei beni?
No, non domani. Adesso. »
Dopo cinque minuti si voltò. «Andiamo da un bravo avvocato.
Ci riceve tra mezz’ora. La polizia aspetterà la telefonata, ma la aspetterà che Andrea resti un po’ lì a riflettere sulla vita. » Mio padre mi prese la mano. «Noi intanto otteniamo una consulenza legale e un piano.
Fidati, è meglio così. »
Proprio allora il mio telefono squillò di nuovo. Galina. «Non rispondere», disse secco mio padre.
«Elena, fidati. Qualunque parola tu dica ora a tua suocera sarà usata contro di te. »
«Pensi che registri le telefonate? »
«È possibile.
Passerà tutto ad Andrea. Sicuramente. Non rispondere. »
Rifiutai la chiamata.
Dopo un secondo arrivò un messaggio. «Elena cara, che succede? Andrea ha chiamato, parlava di polizia. Non capisco niente.
»
Sorrise amaramente mio padre. «Ha già iniziato a fare la vecchietta confusa. Ignora. »
Mentre mio padre guidava attraverso la città, guardavo fuori dal finestrino e cercavo di capire che cosa stesse succedendo.
Solo ieri avevo una vita normale. Lavoro, marito, progetti. Oggi stavamo entrando in un palazzo di uffici in centro. L’avvocato Sergio Vitale era un uomo sulla cinquantina, sguardo acuto e stretta di mano forte.
«Michele, piacere di rivederti», salutò mio padre, poi si voltò verso di me. «Si accomodi. Racconti. »
In dieci minuti esposi tutto.
L’avvocato ascoltò senza interrompere, prendendo appunti. «Chiaro», disse infine. «Scenario tipico. Il marito ha deciso di fare il furbo, ma non ha considerato alcuni elementi.
Primo: la casa è stata intestata a lei prima del matrimonio? »
«Sì. Due mesi prima delle nozze. »
«Ottimo.
Non è bene comune. Lui può cercare di dimostrare di aver contribuito a ristrutturazioni o migliorie, ma servono ricevute, contratti, testimoni. Li ha? »
«Non credo.
» Scossi la testa. «La ristrutturazione l’hanno fatta imprese edili. Tutti i contratti sono a mio nome. Ho pagato io.
»
«Ancora meglio. Secondo: elettrodomestici e oggetti. Dice che ha le ricevute. »
«Sì.
Conservo tutto. Anche gli estratti conto della carta, dove si vedono gli acquisti. »
L’avvocato annuì con approvazione. «Allora, facciamo così.
Ora lei chiama la polizia e dice che sua suocera è fuori città e non può rendere dichiarazioni immediate. Chiede di trattenere suo marito per accertamenti. Domani mattina depositiamo ricorso per separazione e chiediamo misure cautelari, così non potrà disporre dei beni controversi. Io preparo i documenti stasera.
»
«E se mia suocera dice di avergli permesso di prendere le cose? » chiesi piano. L’avvocato sorrise. «Allora citiamo anche lei per concorso nella sottrazione dei suoi beni.
Che provi in tribunale che quegli oggetti appartenevano a lei, e non a lei. Con le sue ricevute sarà divertente. »
Sergio Vitale aprì una cartellina e tirò fuori un foglio bianco. «Sistematizziamo le informazioni», disse prendendo la penna.
«Michele, dicevi di avere contatti nel settore bancario? »
Mio padre annuì. «Ho lavorato su reati finanziari. Alcuni ex colleghi sono passati alla sicurezza bancaria.
»
«Perfetto. Dobbiamo capire dove sono finiti i soldi. Seimilasettecento di debiti non sono pochi. » L’avvocato mi guardò.
«È sicura che non ci siano stati acquisti importanti? Auto, lavori? »
«Niente», risposi. «L’auto l’abbiamo comprata tre anni fa, è pagata da tempo.
La ristrutturazione l’abbiamo fatta l’anno scorso, ed è tutto saldato. Negli ultimi sei mesi nessuna spesa grossa. »
Il telefono squillò ancora. Galina.
La quinta chiamata in venti minuti. «Non risponda», consigliò l’avvocato. «Tutto ciò che dirà potrà essere usato contro di lei. Che pensi che sia sotto shock e incapace di parlare.
»
Mio padre sorrise cupo. «Probabilmente ora non sa più dove sbattere la testa. Andrea deve essere riuscito a chiamarla dal commissariato. »
«A proposito di polizia», disse Sergio Vitale guardando l’orologio.
«Possono trattenerlo al massimo tre ore. Se non trovano motivi per un fermo, dobbiamo muoverci in fretta. Elena, è pronta a presentare denuncia per furto? »
«Certo», risposi senza esitazione.
«Allora andiamo subito al commissariato. Per strada le spiego la strategia. »
Mezz’ora dopo eravamo nel corridoio di un commissariato della Polizia di Stato. L’ufficiale di turno, un commissario anziano dal volto stanco, mi ascoltò attentamente e iniziò a compilare il verbale.
«Quindi suo marito ha portato via beni dall’appartamento di sua suocera a sua insaputa», ripeté digitando. «I beni erano stati acquistati con i suoi fondi? »
«Alle ricevute. Non di tutto, ma della maggior parte.
» Presi la cartellina che avevo avuto la prudenza di portare da casa. «Televisore, lavatrice, microonde. Ecco gli scontrini. Ho anche quelli per il robot aspirapolvere e la macchina del caffè.
»
«Bene. E suo marito dov’è ora? »
Intervenne l’avvocato. «Qui nel vostro commissariato.
È stato fermato dalla stradale con il furgone carico dei beni sottratti. »
Il commissario sollevò le sopracciglia e chiamò qualcuno al telefono interno. «Nicola, ce l’hai lì? Melnck Andrea.
Sì, non lasciarlo andare per ora. Arrivo. »
Si alzò e ci fece cenno. «Aspettate qui.
»
Mi sedetti su una sedia di plastica dura nel corridoio. Le mani tremavano, anche se cercavo di apparire calma. Mio padre si sedette accanto e mi posò una mano sulla spalla. «Brava, figlia mia.
Stai reggendo bene. »
«Papà, e se dice che aveva diritto a prendere le cose? Siamo marito e moglie. Formalmente potrebbero essere beni comuni.
»
«Non si preoccupi», intervenne Sergio Vitale. «Primo: erano nell’appartamento di sua suocera, non in casa vostra. Lui vi è entrato e ha portato via beni senza consenso chiaro della titolare. Secondo: lei ha ricevute che provano che li ha comprati lei.
Terzo: ha agito di nascosto, con inganno. Questo dimostra l’intenzione illecita. »
La porta di un ufficio si aprì e il commissario uscì con un giovane agente. Dietro apparve Andrea.
Era spettinato, la camicia sgualcita, la cravatta di traverso. Quando mi vide fece uno scatto in avanti, ma l’agente lo trattenne per il braccio. «Elena! Elena, ma che stai facendo?
» gridò. «È assurdo. Sono tuo marito. Avanti, non si fermi qui.
»
«Presto», disse severo il commissario, indicando un altro ufficio. Andrea fu portato via. Feci un respiro. Il cuore batteva così forte che sembrava volesse uscirmi dal petto.
«Il peggio è alle spalle», disse piano l’avvocato. «Ora l’importante è mantenere la linea. »
Il commissario tornò pochi minuti dopo e ci invitò nel suo ufficio. Sul tavolo c’erano documenti e un portatile con il verbale aperto.
«Allora», cominciò sedendosi. «La situazione non è semplice. Da un lato siete coniugi, i beni potrebbero essere formalmente comuni. Dall’altro, il signor Melnck è entrato in un appartamento altrui e ha portato via oggetti senza che né la moglie né la madre proprietaria dell’alloggio fossero presenti.
»
«Mia madre lo sapeva! » arrivò la voce di Andrea dall’ufficio accanto. Il commissario fece una smorfia e chiuse meglio la porta. «Dovremo sentire sua suocera», disse rivolgendosi a me.
«Se confermerà di avergli dato l’autorizzazione, il quadro si complica. »
«Darà dichiarazioni», disse sicuro mio padre. «Il problema è quali. Io ho una registrazione della telefonata con mia figlia, in cui ammette di sapere dei piani del figlio.
»
«La registrazione può essere allegata, ma non sostituisce un verbale ufficiale. Autenticità e contenuto saranno valutati», ricordò il commissario. «Lo so», annuì mio padre. «Ma può aiutare nell’interrogatorio.
Non si aspetta che sappiamo del suo coinvolgimento. »
L’avvocato si avvicinò a me e mi sussurrò qualcosa. Annuii e presi il telefono. «Posso chiamare mia suocera adesso?
» chiesi al commissario. «In presenza vostra e dell’avvocato può farlo. Ma non sarà prova ufficiale. »
«Mi serve solo sentire che cosa dice.
»
Stavo già componendo il numero. Squilli. Uno, due, tre. Alla fine Galina rispose, la voce agitata, quasi isterica.
«Elena cara, finalmente! Ti sto chiamando da ore. Andrea mi ha chiamata. Dice che lo ha fermato la polizia.
»
«Galina. Lei sapeva che Andrea avrebbe portato via le cose dal suo appartamento», dissi con voce piatta. Pausa troppo lunga. «Elena cara, sono da mia sorella.
Io non so niente. Andrea mi ha detto che andava da un cliente importante. »
Mio padre scosse la testa e mi fece un segno. Stava mentendo.
«Strano», continuai. «Perché stamattina lei mi ha detto di sapere dei suoi piani. Cito: “Andrea ha diritto di prendersi ciò che ha guadagnato. ”»
Un’altra pausa, più breve.
«Io ero scioccata. Non capivo cosa dicevo. » La sua voce si indurì. «Andrea mi ha chiamata.
Mi ha detto che state divorziando, che lo butti fuori di casa. »
«Non stiamo divorziando, Galina. Almeno io non avevo ancora depositato nulla, e non lo stavo cacciando. »
«Ma lui ha detto…»
«Lui ha detto molte cose», la interruppi.
«La domanda è un’altra. Gli ha dato lei le chiavi del suo appartamento? »
Silenzio. «Galina.
Le chiedo. Ha dato ad Andrea le chiavi? »
«Lui ha il suo mazzo», disse infine. «È mio figlio.
Perché non dovrebbe avere le chiavi di casa di sua madre? »
«Quindi conferma che aveva accesso al suo appartamento e poteva entrarci in qualunque momento. »
«Sì. Ma che cosa c’entra?
»
«Grazie, Galina. È sufficiente. »
Chiusi. Il commissario scriveva velocemente sul taccuino.
«Non ha ammesso apertamente, ma neanche ha negato», riassunse. «Bene. Riceverò la denuncia e aprirò un fascicolo per sottrazione di beni. Gli oggetti saranno sequestrati come prove.
Suo marito potrà essere rilasciato con obbligo di restare a disposizione, ma i beni resteranno qui fino ad accertamento. »
«Quanto durerà l’indagine? » chiesi. «Di solito due o tre mesi.
Ma visto che il caso è abbastanza semplice, potrebbe essere più rapido. »
Sergio Vitale tossì leggermente. «C’è un altro elemento. Michele ha scoperto che Andrea Melnck ha debiti rilevanti.
Circa seimilasettecento euro tra microfinanziarie e un vecchio prestito insoluto. Questo può indicare il movente. »
Il commissario sollevò la testa. «Questo cambia il quadro.
Se ha portato via beni con l’intenzione di venderli per pagare debiti, non è più una lite familiare, ma un reato con fine di lucro. » Prese di nuovo il telefono. «Dovrò richiedere dati a banche e finanziarie. »
La porta dell’ufficio si spalancò e apparve Andrea.
L’agente cercava di trattenerlo, ma lui si era divincolato. «Elena, smettila con questa pagliacciata! » Era rosso di rabbia. «Sai benissimo che quelle cose sono state comprate con soldi nostri.
»
«Con soldi miei», lo corressi calma. «Ho le ricevute. »
«Le ricevute non provano niente. Siamo una famiglia.
Avevamo un bilancio comune. »
«Avevamo», disse mio padre alzandosi e mettendosi davanti a me. «Finché tu non hai smesso di contribuire un mese e mezzo fa. Dove sono finiti i soldi, Andrea?
»
Andrea impallidì. «Questo… questo non è affar suo, Michele. »
«E invece sì. Mia figlia ha diritto di sapere dove suo marito ha speso quasi settemila euro.
Che fine hanno fatto? »
«Quali settemila? » Andrea tentò di fingere stupore, ma senza convincere. «Da dove tira fuori quella cifra?
»
«Dalla tua posizione creditizia», rispose impassibile mio padre. «Quattromilacinquecento in microprestiti, duemiladuecento in banca. Totale seimilasettecento. Dove sono finiti?
»
Andrea tacque, serrando la mascella. Lo guardai e capii all’improvviso che non conoscevo affatto quell’uomo. Cinque anni di matrimonio, e davanti a me c’era uno sconosciuto. «Melnck, torni nell’ufficio!
» ordinò il commissario. «Subito! »
L’agente lo prese per il gomito e lo trascinò indietro. Andrea si girò sulla soglia.
«Te ne pentirai, Elena», sibilò tra i denti. «Mi prenderò metà della casa, e tu resterai senza niente. »
La porta si chiuse. L’avvocato Sergio Vitale terminò una telefonata e si voltò verso me e mio padre.
Eravamo nel suo studio da quasi due ore, esaminando documenti. «Ci sono buone notizie», disse appoggiando il telefono. «La casa è intestata a lei da prima del matrimonio. Questo significa che non rientra nella comunione.
Andrea può pretendere ciò che vuole, ma per legge non avrà un centesimo. »
Sentii la tensione allentarsi un po’. Almeno qualcosa in quell’incubo era dalla mia parte. «E i debiti?
» chiese mio padre. «Se sono stati contratti durante il matrimonio, i creditori possono rivalersi sui beni di mia figlia. »
L’avvocato scosse la testa. «Solo se provano che il denaro è stato usato per bisogni familiari.
Ma visto che Elena non sapeva nulla di quei prestiti, e che tutte le spese domestiche le sosteneva lei, sarà quasi impossibile. I microprestiti sono intestati solo ad Andrea, senza coobbligati. Quindi sono un suo problema personale. »
«Esattamente», concluse mio padre.
«Inoltre», Sergio Vitale avvicinò il blocco a punti, «ho parlato con un collega specializzato in investigazioni finanziarie. Può aiutarci a seguire il percorso del denaro. Seimilasettecento euro non spariscono nel nulla. »
«Crede sia importante?
» chiesi. «Potrebbe esserlo moltissimo. Se si scopre che il denaro è finito, per esempio, a mantenere un amante o in qualche attività illecita, rafforzerà la sua posizione nel divorzio. E se ci sono frodi o altri reati, è un capitolo penale separato.
»
Ripensai agli ultimi mesi. Andrea effettivamente faceva spesso tardi. Parlava di incontri con amici, di affari. Non gli avevo dato peso.
Mi fidavo. Ora ogni ricordo assumeva colori cupi. «Si occupi anche di questo. Per favore», dissi.
«Voglio sapere tutta la verità. »
Quando uscimmo dallo studio era già buio. Mio padre mi accompagnò alla macchina. «Vieni da noi», propose.
«Tua madre è preoccupata, vuole vederti. »
«Grazie papà, ma devo tornare a casa. Devo sistemare i documenti, capire cosa abbiamo davvero in comune. »
«Sei sicura di volerci tornare?
Andrea potrebbe arrivare e fare scenate. »
«Che ci provi. » Nella mia voce risuonò l’acciaio. «È casa mia.
Se qualcuno deve andarsene, è lui. »
Mio padre annuì con approvazione. «Così si parla. Però stai attenta.
Chiamami appena arrivi. »
A casa mi accolse il silenzio. Accesi la luce, tolsi le scarpe e passai in soggiorno. Tutto era al suo posto.
Le nostre foto insieme sugli scaffali. La giacca di Andrea nell’ingresso. Le sue pantofole vicino al divano. La vita ordinaria di una famiglia ordinaria che non esisteva più.
Presi il portatile e aprii la cartella dei documenti. Il contratto di acquisto della casa era davvero intestato a me, due mesi prima del matrimonio. Soldi dalla vendita del mio vecchio monolocale, più l’aiuto dei miei genitori. Andrea allora affittava una stanza in periferia ed era stato felice di trasferirsi.
Poi bollette e spese condominiali. Negli ultimi due anni, quasi tutto dalla mia carta. Scontrini del supermercato, pagamenti internet, telefono. Dividevo tutto in cartelle, costruendo la base probatoria.
Il telefono vibrò. Numero sconosciuto. «Pronto? »
«Buonasera.
Parlo con Elena Melnck? » chiese una voce femminile agitata. «Sì. Chi parla?
»
«Mi chiamo Marina Casati. Mi scusi per l’ora, ma devo chiarire una cosa sull’appartamento. Andrea mi ha detto che domani dopo le dieci posso prendere le chiavi e traslocare. »
Mi raddrizzai lentamente.
«Quale appartamento? »
La donna disse l’indirizzo. Il mio indirizzo. Per qualche secondo la stanza diventò così silenziosa che sentii il ronzio del frigorifero in cucina.
«Da chi ha avuto il mio numero? » chiesi. «Andrea me lo ha dato per emergenza. Ha detto che lei è in cura per un lungo periodo e potrebbe non rispondere.
Gli ho già versato milleduecento euro tra primo mese e cauzione. Abbiamo un contratto di sei mesi. »
Chiusi gli occhi. Dentro di me non restava più stupore né dolore.
Solo chiarezza gelida. «Marina, può mandarmi il contratto, la ricevuta del bonifico e tutta la corrispondenza con Andrea? »
«Che cosa è successo? »
«L’appartamento è mio.
Non sono in cura. Non avevo intenzione di affittarlo, e non ho mai dato procure a mio marito. »
Dall’altra parte calò il silenzio. «Ma lui mi ha mandato i documenti», disse infine.
«C’è la sua firma e una copia della procura. »
«Mi mandi tutto subito, per favore. Non cancelli nulla, e non gli versi altro denaro. »
«Dio mio», sussurrò Marina.
«Domani dovrei lasciare la vecchia casa. »
«Capisco. Ma qui non potrà entrare. Dovrà rivolgersi alla polizia.
Presenterò denuncia anch’io. »
Dopo la chiamata arrivarono diversi file sul messenger. Apersi il primo e sentii un brivido lungo la schiena. Il contratto d’affitto era redatto a mio nome.
In fondo c’era una firma simile alla mia. Non perfetta, ma abbastanza convincente per chi non avesse mai visto l’originale. In allegato c’era una presunta procura notarile con cui Andrea avrebbe avuto diritto di affittare la casa, incassare denaro e firmare contratti. C’era un numero di repertorio.
C’era un timbro. Ma io non ero mai stata da quel notaio. Chiamai subito mio padre. «Papà, torna indietro.
Andrea affittava la mia casa alle mie spalle. Ha già preso milleduecento euro da una donna. Ci sono una procura falsa e un contratto con la mia firma. »
Michele tacque per qualche secondo.
«Non uscire. Non aprire a nessuno. Arrivo tra venti minuti. »
Poi chiamai Sergio Vitale.
L’avvocato ascoltò e mi chiese di inviargli i documenti. Dopo cinque minuti richiamò. «La procura è falsa. Ho controllato il numero nel registro pubblico.
Corrisponde a un documento completamente diverso, fatto due anni fa in un’altra regione. Andrea contava sul fatto che l’inquilina non verificasse. Che cosa facciamo? »
«Salvi tutta la corrispondenza.
Faccia copie di backup. Alla signora dica di non avvisare Andrea della vostra conversazione. Domani presenterete denunce separate per truffa e falsificazione di documenti. »
«Lo rilasciano stasera?
»
«Probabilmente sì. Per gli elettrodomestici il quadro è controverso. Se sua madre conferma di avergli permesso di entrare e prendere le cose, potrebbe non esserci base per trattenerlo su quell’episodio. Le ricevute provano che lei li ha comprati, ma se erano regali alla suocera, la proprietaria è diventata lei.
»
Abbassai gli occhi. Quindi mio padre si sbagliava. Galina lo stava proteggendo, e agiva sotto stress. Ma il tribunale guarda non a chi ha pagato il regalo, bensì a chi lo ha ricevuto.
Invece il tentativo di affittare una casa altrui con documenti falsi era tutta un’altra storia. Qui Andrea non avrebbe potuto nascondersi dietro la frase «lite familiare». Dopo venti minuti arrivò mio padre. Con lui c’era Sergio Vitale.
L’avvocato esaminò la corrispondenza con Marina, salvò i file e mi chiese di scrivere a memoria tutto ciò che Andrea aveva detto nelle telefonate del giorno. Avevamo appena finito quando la chiave girò nella serratura. Mi immobilizzai. La porta non si aprì: avevo inserito il blocco.
Un secondo dopo suonò il campanello. Poi arrivò un colpo pesante di palmo. «Elena, apri! »
Andrea era stato davvero rilasciato.
«So che sei lì», gridò. «Dobbiamo parlare. »
Mio padre si alzò, ma l’avvocato lo fermò con un gesto. «Calma.
Niente minacce, niente risse. Elena, avvii la registrazione. »
Attivai il registratore e mi avvicinai alla porta. «Parla da lì.
»
«Sei impazzita? Hai chiamato la polizia? Hai tirato dentro tuo padre? Mi hai denunciato?
Apri immediatamente. »
«Perché hai affittato la mia casa a Marina Casati? »
Dall’altra parte calò il silenzio. Mio padre e l’avvocato si scambiarono uno sguardo.
«Quale Marina? » chiese infine Andrea. «La donna che ti ha versato milleduecento euro. Le hai dato un contratto con firma falsa e una procura fasulla.
»
«Ti ha chiamata lei? » La domanda uscì troppo in fretta. Andrea capì l’errore e cercò di correggersi. «Cioè, non capisco proprio di chi parli.
»
«Hai appena confermato che la conosci. Andrea, apri. Ti spiego tutto. Non è come pensi.
»
«Spiega. »
Andrea espirò rumorosamente. «Mi servivano soldi subito. Li avrei restituiti tra una settimana.
La donna sarebbe rimasta qui un mese, e noi saremmo andati da mamma. Non sarebbe successo niente di grave. »
«Volevi far entrare un’estranea in casa mia senza dirmelo? »
«È anche casa mia.
Io ci vivo. »
«Ci vivi, ma non ne sei proprietario. »
Ecco. Colpì di nuovo la porta con il palmo.
«Sempre la stessa storia. La tua casa, i tuoi soldi, le tue regole. Io cosa sono? Un ospite, una persona che ho mantenuto nell’ultimo mese e mezzo.
Ero in difficoltà. Invece di aiutarmi, sei corsa da tuo padre e dalla polizia. »
Sergio Vitale si avvicinò alla porta. «Andrea, sono l’avvocato di sua moglie.
Le consiglio di interrompere questa conversazione. Tutto ciò che dice viene registrato. »
Di nuovo silenzio. «Perfetto!
» sibilò Andrea. «Ha già assunto un avvocato. Elena, te ne pentirai. Ho diritto di vivere qui.
Non puoi buttare tuo marito in strada. »
«I suoi effetti personali non vengono trattenuti», rispose Sergio Vitale. «Domani potrà ritirarli in presenza di testimoni. Al momento la proprietaria dell’appartamento non vuole farla entrare, perché teme per la propria sicurezza e per la conservazione dei documenti.
Ogni tentativo di accesso forzato sarà registrato. »
«Proprietaria dell’appartamento», ripeté Andrea con odio. «Avete fatto presto a dividere tutto. »
«Hai diviso tu tutto prima di noi», dissi.
«Quando hai deciso di vendere gli elettrodomestici di tua madre, ingannare gli affittuari e sparire con i soldi. Non stavo andando da nessuna parte. Allora, perché il furgone? Perché hai portato via le cose proprio oggi?
Perché hai detto a Marina che ero in cura e non sarei tornata per mesi? »
Nessuna risposta. Dopo un minuto sentimmo una porta del pianerottolo chiudersi. Mio padre andò alla finestra e guardò giù.
«Se n’è andato. Sale in macchina. »
«Non bisogna seguirlo», avvertì l’avvocato. «D’ora in poi agiamo solo legalmente.
Abbiamo abbastanza materiale per formalizzare tutto domani. »
Annuii e provai un’improvvisa sensazione di sollievo. Prima credevo di doverlo costringere a confessare, a spiegarmi, a darmi almeno una verità. Ora le spiegazioni non contavano più.
Ogni suo gesto parlava più forte di qualunque parola. La mattina dopo, davanti al commissariato, ci aspettava Marina. Era una donna sulla quarantina, teneva una cartellina trasparente piena di stampe e sembrava non aver dormito. «Ho trovato l’annuncio», disse dopo le presentazioni.
«Ora è stato cancellato, ma un’amica ha salvato il link. Diceva che la casa veniva affittata urgentemente per partenza dei proprietari. Prezzo un po’ sottomercato. »
«Andrea gliel’ha mostrata?
» chiese Sergio Vitale. «Sì. Aveva le chiavi. Ha aperto, mi ha fatto vedere tutto.
Diceva che i mobili sarebbero rimasti, ma che la moglie avrebbe portato via le foto di famiglia prima della partenza. »
Mi venne la nausea. Tre giorni prima ero rimasta al lavoro fino a sera. Andrea mi aveva preparato la cena e raccontato di aver passato tutto il giorno con clienti.
Al commissariato accettarono una denuncia separata. Marina consegnò corrispondenza, ricevuta del bonifico e contratto. Io dichiarai la falsificazione della firma e della procura. Agli atti aggiunsero la registrazione della notte, in cui Andrea di fatto ammetteva di voler far entrare una conduttrice in casa.
A mezzogiorno si scoprì che Marina non era l’unica. L’annuncio era stato pubblicato su diversi siti. Dal numero di Andrea rintracciarono altre tre persone. Due gli avevano versato cinquecento euro ciascuna come caparra.
Una coppia gli aveva dato ottocento euro in contanti e ricevuto una ricevuta. Tutti avrebbero dovuto entrare in giorni diversi. «Non aveva intenzione di far entrare nessuno», spiegò Sergio Vitale quando uscimmo dall’ufficio dell’investigatore. «Raccoglieva caparre da più persone e poi sarebbe sparito.
Magari cambiava numero e diceva a lei di essersene andato per il divorzio. Quindi gli elettrodomestici servivano allo stesso scopo. Probabilmente avrebbe venduto tutto il possibile, preso i soldi degli affittuari e tentato di nascondersi dai creditori. »
La vera ragione dei debiti emerse due settimane dopo.
L’investigatore ottenne gli estratti dei conti di Andrea nell’ambito del procedimento aperto. Quasi tutto il denaro preso in prestito finiva su conti di scommesse sportive e casinò online. All’inizio piccole somme. Cinquanta, cento, centocinquanta.
Poi le puntate erano diventate più grandi. Andrea perdeva, prendeva un nuovo prestito, cercava di rifarsi e perdeva ancora. Quando le banche smisero di concedergli credito, passò alle microfinanziarie. Chiese soldi a due colleghi.
E iniziò a cercare oggetti trasformabili rapidamente in contanti. A me mostrarono solo il quadro generale, senza dettagli inutili. Ma bastò. Nell’ultimo anno Andrea aveva perso più di diecimila euro.
Una parte la prendeva di nascosto dalla busta comune. Per questo per mesi aveva raccontato che gli ritardavano il premio. Poi aveva impegnato l’orologio che gli avevo regalato per i trent’anni. Aveva venduto il portatile, dicendo a casa di averlo mandato in assistenza.
Quando non bastò, inventò lo schema dell’appartamento e convinse la madre a lasciargli portare via gli elettrodomestici. Galina tornò tre giorni dopo. Non venne da me. Andò direttamente in commissariato.
Lì le spiegarono che suo figlio voleva vendere i suoi beni e tenersi i soldi. Andrea aveva raccontato alla madre che i debiti venivano da un tentativo fallito di avviare un’attività familiare di cui io, secondo lui, sapevo tutto. La rassicurava che dopo il divorzio avrebbe ottenuto metà casa, le avrebbe restituito tutto fino all’ultimo centesimo e le avrebbe comprato elettrodomestici nuovi. Quando scoprì delle scommesse, Galina prima non ci credette.
Poi pretese di vedere i documenti. Dopo il colloquio con l’investigatore uscì dall’ufficio con il volto grigio e rimase a lungo seduta sulla panca del corridoio. La maggior parte degli elettrodomestici non era ancora stata venduta. Il furgone era stato fermato prima che Andrea arrivasse dal ricettatore.
Dopo la documentazione necessaria, i beni furono restituiti a Galina. Non li rivendicai. Avevo davvero comprato televisore, lavatrice e frigorifero. Le ricevute mi davano il diritto di dimostrare il valore degli acquisti, ma non trasformavano i regali di nuovo in proprietà mia.
Sergio Vitale me lo spiegò senza giri di parole, e io accettai quella verità spiacevole ma onesta. Non mi interessava prendermi cose altrui. Mi interessava impedire ad Andrea di prendere ciò che non gli apparteneva. Il divorzio fu lungo solo perché Andrea lo trascinò di proposito.
Non si presentava alle udienze. Cambiava legali. Presentava domande riconvenzionali. E continuava a sostenere di avere diritto a metà dell’appartamento.
Sergio Vitale aveva raccolto i documenti in anticipo. Il contratto di compravendita dimostrava che la casa era stata acquistata da me prima del matrimonio. Il denaro veniva dalla vendita del mio vecchio appartamento e dall’aiuto dei miei genitori. Tutti i contratti di ristrutturazione erano a mio nome.
I pagamenti partivano dal mio conto. Andrea provò a sostenere di aver investito personalmente quasi ventimila euro nei lavori. Come prova portò alcuni scontrini senza intestatario, e chiamò sua madre come testimone. Per la prima volta in tribunale, Galina non lo sostenne.
Disse che Andrea allora non aveva soldi e che la ristrutturazione l’avevo pagata io. Ammise anche che suo figlio l’aveva convinta con l’inganno a permettere il trasporto degli elettrodomestici. Andrea guardò sua madre come se fosse stata lei a distruggerli la vita. Il tribunale respinse la richiesta di riconoscergli metà della casa.
Anche i prestiti e i microprestiti non furono riconosciuti come debiti comuni dei coniugi. Andrea non riuscì a provare che nemmeno una parte dei soldi presi a prestito fosse stata usata per bisogni familiari. Gli estratti bancari dimostravano il contrario. I soldi andavano a bookmaker, microfinanziarie e persone da cui chiedeva prestiti per nuove puntate.
L’unico bene importante comune rimasto era l’auto, comprata durante il matrimonio. Andrea tentò di venderla a un conoscente a prezzo ribassato, ma l’avvocato riuscì a ottenere in tempo il blocco delle operazioni al Pra. Dopo il passaggio in giudicato, l’ufficiale giudiziario fece vendere l’auto. Metà del ricavato fu versata a me.
L’altra metà andò a risarcire le vittime. Nel frattempo Andrea era già imputato per truffa. L’indagine accertò quattro episodi di falso affitto. Andrea aveva usato documenti falsi, preso soldi da più persone e promesso a tutti lo stesso appartamento.
In tribunale sostenne che intendeva restituire tutto. Parlò di difficoltà economiche, conflitto familiare e crollo nervoso. Ma i contratti preparati in anticipo, diversi mazzi di chiavi identici, gli annunci cancellati e la corrispondenza con l’acquirente degli elettrodomestici mostrarono che le azioni erano pianificate. Una parte del danno fu risarcita con la vendita dell’auto e i soldi rimasti sui suoi conti.
Il resto il tribunale lo obbligò a restituirlo alle vittime. La sentenza non fu teatrale come io l’avevo immaginata nei primi giorni. Nessuno batté il martelletto sul tavolo. Galina non svenne.
Andrea non chiese perdono in ginocchio. Il tribunale lo riconobbe colpevole. Per più episodi di truffa e uso di documenti falsi ricevette una pena effettiva. Due anni e quattro mesi in una struttura a regime attenuato.
In più restò a suo carico l’obbligo di restituire alle vittime il denaro residuo. Quando il giudice terminò la lettura del dispositivo, Andrea si voltò verso di me. Mi aspettavo odio. Invece sul suo volto c’era solo un’incredulità smarrita, come se fino all’ultimo fosse stato certo di riuscire a trattare, accusare la moglie, nascondersi dietro la madre o trasformare tutto in una normale lite familiare.
Non distolsi lo sguardo. Non gli dissi nulla. Otto mesi dopo quella prima telefonata, il divorzio fu definitivo. Andrea aveva già trasferito la residenza dall’appartamento di sua madre prima del processo, quindi non dovetti sfrattarlo da casa mia.
Ritirò i suoi effetti personali alla presenza dell’avvocato e di mio padre. Stava tutto in quattro scatole e due valigie. Io tolsi dalle pareti le foto insieme. Cambiai le tende.
Ridipinsi il soggiorno. Non perché volessi cancellare cinque anni di vita, ma perché non intendevo più vivere dentro la scenografia delle bugie di un altro. Una sera vennero da me i miei genitori. Mio padre portò un nuovo videocitofono e perse molto tempo a installarlo.
Mia madre sistemò in cucina le torte che aveva preparato e brontolò che ero dimagrita troppo. Quando ebbe finito, mio padre si sedette a tavola e mi guardò attentamente. «Ti penti di qualcosa? »
Sì, pensai.
Di non aver visto l’ovvio. Di averlo giustificato quando ha smesso di portare soldi. Di aver creduto a ogni parola. «Ti fidavi di tuo marito.
Non è un crimine. Però adesso so che fidarsi non deve significare chiudere gli occhi davanti a numeri, documenti e azioni. »
Mio padre sorrise. «Ha vinto la mentalità da contabile.
»
«No, papà. È solo tornato il buon senso. »
A tarda sera, quando i miei se ne andarono, uscii sul balcone. Sotto di me le finestre erano accese, le auto scorrevano lente sulla strada.
La città viveva la sua vita normale, senza sapere né interessarsi al fatto che un uomo quel giorno aveva perso famiglia, libertà e un futuro che dava per scontato. Non provavo trionfo. Solo calma. Andrea voleva prendersi la sua metà.
Alla fine ricevette esattamente ciò che gli apparteneva davvero. I debiti. La responsabilità.
E le conseguenze.


