Parte 1: Una vita costruita con le proprie mani
Vittoria era a buon diritto estremamente orgogliosa di suo figlio. Alto, di bella presenza, istruito, lavorava come programmatore per un’importante multinazionale dell’energia. Erano passati solo due anni da quando il ragazzo si era laureato al Politecnico di Milano, eppure era già diventato caporeparto, un traguardo raggiunto esclusivamente con le proprie forze. I superiori avevano notato quel giovane e talentuoso dipendente grazie ai suoi successi professionali e lo avevano promosso. Quando Vittoria aveva appreso la notizia aveva pianto di gioia. Tutto era andato esattamente come aveva sempre sognato, forse persino meglio.
Suo figlio guadagnava un ottimo stipendio, guidava un’auto nuova di fiamma, un SUV appena uscito dalla concessionaria. Era stata Vittoria a regalarglielo per la laurea come premio per gli ottimi voti. Aveva dovuto dare fondo a quasi tutti i suoi risparmi, ma per il suo unico figlio non badava a spese. L’appartamento invece Lorenzo lo aveva comprato da solo con un mutuo, certo, ma era una casa spaziosa, nuova, in pieno centro città. Al momento il figlio la stava ristrutturando poco a poco e nel frattempo continuava a vivere con la madre. Vittoria era felicissima di questa situazione. Naturalmente capiva che Lorenzo era ormai un uomo adulto che presto sarebbe diventato del tutto indipendente, si sarebbe sposato e avrebbe iniziato una sua vita separata, ma per il momento la donna si godeva ancora la vicinanza del figlio. Per lei era una gioia preparargli i suoi piatti preferiti e stirargli le camicie la sera. Quando Lorenzo tornava dal lavoro, Vittoria gli chiedeva come fosse andata la giornata, proprio come faceva quando lui andava ancora a scuola.
Vittoria aveva avuto Lorenzo in età avanzata, aveva già superato i quarant’anni. Prima le cose semplicemente non avevano funzionato. Inizialmente la giovane Vittoria si era dedicata anima e corpo agli studi. Non aveva alcuna intenzione di tornare nel suo paesino agricolo della pianura padana, in mezzo a mucche e a una schiera di fratelli e sorelle minori. Lo studio alla facoltà di economia, dove era riuscita a entrare grazie alla sua tenacia e al suo duro lavoro, era visto dalla ragazza come l’unica via di fuga verso la vita che aveva sempre sognato. I suoi sforzi non furono vani. Il preside di facoltà in persona, desideroso di aiutare quella giovane e promettente studentessa, le fece ottenere tramite una sua raccomandazione un posto da contabile in una delle più grandi aziende del capoluogo.
«Ecco, Vittoria, ora è tutto nelle tue mani», le aveva sorriso all’epoca il professore. «Non deludermi.»
Ovviamente Vittoria non lo deluse. Era disposta a passare giorno e notte in ufficio e ben presto si immerse in tutti i dettagli del lavoro, al punto che persino il capo contabile si consultava con lei prima di prendere decisioni importanti. Il solido stipendio le permetteva di restare in città, affittare una bella casa e non dover tornare in campagna. Il tempo passava e Vittoria continuava a bruciare di passione per il lavoro. Frequentava costantemente corsi di aggiornamento, leggeva riviste di settore, in poche parole si perfezionava nella professione. Alla vita privata non ci pensava affatto, anche se riceveva regolarmente allusioni e persino inviti aperti a uscire. Era pur sempre una bella ragazza. Lei era consapevole che era troppo presto per mettersi in gioco in una relazione, figuriamoci mettere su famiglia. Prima di tutto doveva diventare finanziariamente indipendente. Aveva una mentalità atipica per le ragazze di quegli anni: mentre le sue coetanee sognavano solo un buon matrimonio, Vittoria pensava solo alla carriera.
Dieci anni dopo la laurea aveva messo da parte abbastanza soldi per comprarsi un appartamento da sola, senza l’aiuto dei genitori, i quali, pur volendo, non avrebbero mai avuto i mezzi per sostenerla. Quanto si sentì felice Vittoria quando dormì per la prima volta in casa sua e non in un appartamento in affitto. Aveva ormai superato i trent’anni: una casa di proprietà, un posto da capo contabile in una grande azienda, un reddito alto e stabile. Era giunto il momento di pensare a una famiglia.
Intorno a Vittoria gravitavano molti uomini degni, intelligenti e di successo, ma il problema era che tutti portavano già la fede al dito. La merce migliore era già stata presa. Eppure il destino la trovò lo stesso. Una sera Vittoria stava tornando a casa in taxi, essendosi attardata in ufficio per un bilancio. Era ormai notte fonda. Al volante c’era un giovane molto simpatico e loquace che sembrava avere cinque anni meno di lei. In seguito si scoprì che ne aveva sette di meno. Marco scherzava molto, suscitando le risate sincere della sua passeggera. Le faceva complimenti e in qualche modo impercettibile spinse Vittoria ad aprirsi. Lei gli raccontò tutto della sua vita. Improvvisamente la donna si rese conto che sperava che il tragitto fino a casa sua durasse il più a lungo possibile. Alla fine si scambiarono i numeri di telefono. Marco la chiamò il giorno stesso e la storia decollò.
Vittoria non si era mai sentita così desiderata e amata. Sembrava che Marco la caricasse della sua energia e della sua gioia di vivere. Molto presto lui si trasferì nell’appartamento della sua amata. Quel ragazzo era capace di preparare piatti degni di un ristorante usando gli ingredienti più semplici ed economici. Inoltre si occupava della pulizia della casa e le chiedeva sempre se avesse fame. Nessuno si era mai preso cura di lei in quel modo. Ma tutto finì in maniera molto squallida. A Vittoria ci vollero un paio d’anni per capire che Marco banalmente la stava sfruttando. Un giorno, durante un’ispezione in una cittadina di provincia, lo vide al tavolo di un ristorante con una ragazza molto più giovane. Tornata nella sua stanza d’albergo, Vittoria affondò il viso nel cuscino e scoppiò a piangere. Aveva amato Marco sinceramente. Aveva fatto progetti per una vita insieme a lui. Aveva persino già scelto i nomi per i loro futuri figli.
Quando lo cacciò, Marco le sputò in faccia la verità più crudele: «Sei vecchia, io sono giovane. Mi attraggono le ragazze giovani, belle e spensierate. Tu sei fredda, autoritaria, antipatica e pure grassa. Ma chi ti vuole?»
Vittoria perse completamente fiducia negli uomini. Rinunciò all’idea del matrimonio, ma non abbandonò la speranza di diventare madre. Progettava di fare un figlio da sola. I tentativi però fallirono tutti. Si convinse di essere sterile e si rassegnò. Per fortuna c’era il lavoro, la sua unica ancora di salvezza.
Poi, dopo aver compiuto quarant’anni, Vittoria incontrò finalmente Antonio. Era divorziato ed era l’amministratore delegato di un’azienda partner. Portava Vittoria in ristoranti di lusso, le faceva regali magnifici, l’aiutava sul lavoro. Non c’era la passione bruciante che aveva provato per Marco, ma in sua presenza si sentiva desiderata, amata, al sicuro. Accettò con gioia la proposta di matrimonio. Andarono a vivere nell’attico di lui. Vittoria avvertì onestamente il futuro marito che non poteva avere figli. Ad Antonio non importava: era già padre. Ma quale fu la sorpresa di Vittoria quando scoprì di essere incinta? Ancora oggi, a distanza di quasi un quarto di secolo, la donna ricordava l’ondata di calore e felicità che l’aveva sommersa completamente. Anche Antonio fu felicissimo e propose di chiamarlo Lorenzo in onore di suo nonno. Come si scoprì in seguito, aveva ragione. Nacque davvero un bambino. Ma il padre non fece in tempo a vederlo. La vita di Antonio fu stroncata da un ictus improvviso. Un uomo nel fiore degli anni se n’era andato in poche ore.
Parte 2: Il figlio che era tutto
Vittoria impiegò molto tempo per riprendersi dalla perdita. Ad aiutarla a superare i sentimenti più cupi fu la consapevolezza che dentro di lei viveva e cresceva un bambino. Per lui doveva essere forte. Tornò a vivere nel suo appartamento, poiché i figli adulti di Antonio rivendicarono subito i diritti sulla casa del padre. Vittoria rinunciò alla sua quota di eredità in loro favore. Le sembrò la cosa più giusta da fare.
A tirare Vittoria fuori dalla disperazione fu proprio Lorenzo, nato leggermente prematuro, minuscolo, malaticcio, sempre in lacrime. Assorbiva tutte le attenzioni e le energie della madre. Vittoria dovette spendere un sacco di soldi per i medici, ma per fortuna ne aveva. Nel neonato furono riscontrati numerosi problemi. Le diagnosi erano svariate, alcune terribili, fino al sospetto di una paralisi cerebrale infantile. Ma Vittoria non si arrese. Cercò i migliori specialisti della riabilitazione, studiò le novità della medicina, si fece strada nei centri di cura più all’avanguardia del Nord Italia. Tutto questo diede i suoi frutti. Arrivato all’età scolare, Lorenzo non solo era perfettamente sano, ma era anche sviluppato per la sua età. Sopra il suo letto erano appese le medaglie per i primi posti nei tornei di nuoto. Nell’angolo della cameretta c’era un pianoforte sul quale il bambino, non ancora alle elementari, suonava in modo più che dignitoso brani di musica classica. Le mensole gemevano sotto il peso di bellissimi libri per l’infanzia. Lorenzo amava leggere ancor prima della prima elementare.
A scuola prendeva solo il massimo dei voti. Alle scuole medie si appassionò alla programmazione. Vittoria supportò questo utile hobby. Comprò al figlio un computer potente, un sacco di software e tutta una serie di diavolerie hardware. Ben presto Lorenzo iniziò a vincere le Olimpiadi di informatica. L’anima di Vittoria cantava di gioia quando il ragazzino portava a casa un altro diploma o attestato di merito. Già allora la donna capì che suo figlio sarebbe andato lontano e avrebbe ottenuto grandi cose. In tutto questo c’era il merito di Vittoria. Lei, senza conoscere dubbi o riposo, si era dedicata a lui: prima alla sua salute, poi al suo sviluppo e alla sua educazione. Lo portava ai corsi, agli allenamenti, andava con lui alle gare, conciliando il tutto con un lavoro impegnativo. Per Vittoria era stata dura farcela senza alcun sostegno. A volte guardava con nostalgia i papà che passeggiavano con i figli o li portavano all’asilo. Antonio sarebbe stato un padre attento e premuroso. Ma era andata così, e ora la donna faceva del suo meglio per il figlio, faticando per due.
Il risultato superò le aspettative. Il suo ragazzo entrò brillantemente al Politecnico superando il test d’ammissione con il punteggio massimo e studiò prendendo sempre trenta e lode almeno fino al quarto anno.
Parte 3: La caduta
Il quarto anno Vittoria lo ricordava con un brivido. Era come se Lorenzo fosse stato sostituito. Erano comparsi degli amici strani. Inizialmente Vittoria ne fu quasi felice. Lorenzo dedicava tutto il suo tempo allo studio, proprio come aveva fatto lei in passato, ma era pur sempre un ragazzo giovane. Aveva bisogno di divertirsi, di socializzare con i coetanei, di innamorarsi. Quando, se non in quel momento? La donna non si oppose nemmeno alle sue uscite notturne. Le si stringeva il cuore dalla paura, l’immaginazione le dipingeva scenari catastrofici, ma Vittoria non lo dava a vedere. Capiva che doveva andare così.
Ma piano piano si arrivò al punto che Lorenzo iniziò a sparire quasi ogni notte nei locali di Milano, sui Navigli o in corso Como. Tornava all’alba, su di giri, con le gambe malferme, si trascinava fino al letto e ci crollava sopra vestito. E Vittoria, dopo aver passato la notte in bianco per la preoccupazione, si preparava per andare al lavoro. Fu un periodo durissimo. Naturalmente ne risentì anche il rendimento accademico. La segreteria di facoltà chiamò Vittoria, avvisandola che se la situazione fosse continuata così avrebbero dovuto sospendere Lorenzo per scarso rendimento. La donna era sotto shock. Provò a parlare al figlio, ma lui rispondeva solo con rabbia e modi sgarbati. La madre non riconosceva più il suo bambino. Lorenzo era sempre stato così educato, comprensivo e premuroso. Ora invece la mandava a quel paese quasi imprecando. C’era un’aggressività spaventosa nelle sue parole e nei suoi gesti.
Vittoria cercò di usare i soldi per fare pressione. Gli tagliò i fondi, dandogli solo gli spiccioli per la metropolitana o il tram. Ma le scorribande nei night club continuarono e ben presto la donna capì con cosa suo figlio pagasse i suoi vizi. Dal suo portagioie mancavano alcune collane e anelli d’oro. Poi si scoprì che il figlio non aveva passato nemmeno un esame della sessione. La sua carriera universitaria si era interrotta. Questo era davvero troppo. Vittoria fece una scenata pazzesca a Lorenzo. Lui la insultò, sbatté la porta e sparì per diverse settimane. La donna si consumò d’angoscia in quei giorni. Andò persino a sporgere denuncia di scomparsa alla polizia, ma trattarono la sua segnalazione con superficialità. Alla fine Lorenzo tornò a casa, quasi strisciando. Era pallido, devastato.
La verità, che Vittoria avrebbe scoperto solo anni dopo, era molto più terribile di quanto immaginasse. Al quarto anno era stato trasferito nel loro gruppo un nuovo studente, Riccardo. Studiava poco, era più grande dei compagni, aveva un atteggiamento ribelle. Lorenzo, educato e sempre all’interno dei confini fissati dalla madre, fu subito attratto da quella libertà. Iniziò a copiarne i gesti, a frequentare i suoi locali. Poi arrivarono le sostanze. Una sera, in un garage, qualcuno tirò fuori una bustina. «È roba naturale, zero chimica», dissero. Lorenzo li imitò. Si sentì invadere da un’energia sovrumana. Poi la mente si spense. Si svegliò su un materassino gonfiabile, con una ragazza sconosciuta addormentata vicino a lui.
Da quel giorno uscì assiduamente con la banda di Riccardo. Le ansie scolastiche non avevano più peso. Allacciava facilmente rapporti di una o due notti. I soldi finirono. Allora mise le mani nel portagioie della madre. I commessi dei compro oro della zona impararono a conoscerlo di vista. Quando Vittoria nascose il cofanetto, Lorenzo mise a soqquadro l’appartamento e se ne andò. Visse nel garage di Riccardo. Partecipò a un furto in un negozietto di alimentari. Poi, una notte, si ritrovò su una panchina di una fermata d’autobus in periferia, al capolinea. Tremava, faticava a respirare, non aveva un soldo. Chiuse gli occhi e decise che quel che doveva succedere sarebbe successo. Era pronto alla fine.
Sopra di lui si chinò un volto giovanissimo, meraviglioso. Occhi spaventati e pieni d’ansia. «Si sente male? Chiamo i soccorsi.» Quella ragazza era Chiara, un’infermiera. Gli misurò il polso, chiamò l’ambulanza e per tutto il tragitto gli tenne stretta la mano. Lo salvarono in extremis. «Qualche minuto in più ed eri in obitorio», gli disse il primario. «Dovrai pregare per tutta la vita in ginocchio davanti a questa ragazza.»
Parte 4: La salvezza e il muro
Chiara andò a trovarlo diverse volte in ospedale. Parlarono molto. Lorenzo le raccontò tutto: i furti, l’università mollata, l’odio verso la madre. Temeva che se ne sarebbe andata schifata. Invece restò. Dopo le dimissioni continuarono a vedersi. Essere vicino a lei lo faceva sentire pulito e migliore. Capiva che una ragazza così era desiderata da molti. Persino il primario, il dottor Andrea, le sbavava dietro. Ma lei aveva scelto lui.
Un giorno Riccardo si rifece vivo e gli propose una serata per «festeggiare la guarigione». Nel bel mezzo della festa, mentre stava per ricascarci, lo chiamò Chiara. Sentì il rumore assordante, capì tutto e piantò giù un ultimatum ferreo: «O prendi subito un taxi e vieni da me in questo preciso istante o non mi vedrai mai più.» Lorenzo si guardò intorno, vide le facce stravolte, ricordò il viso di Chiara e se stesso sotto la pioggia gelata. Chiamò il taxi e corse da lei. Lei gli corse incontro e lo abbracciò fortissimo, tremando. «Pensavo fosse tardi. Credevo di averti perso di nuovo.»

Lorenzo mantenne la promessa. Riccardo sparì dai radar. Ricostruì la sua vita pezzo per pezzo, tornò al Politecnico a testa bassa, recuperò gli esami, riprese a lavorare. Sua madre credeva che tutto fosse avvenuto naturalmente. Non le aveva mai raccontato la vera storia, per non turbarla troppo, e nemmeno di Chiara. Voleva presentargliela solo quando si sarebbe rimesso completamente e fosse stato degno di chiederla in moglie. Due anni dopo la laurea capì di avere la base solida. Chiara disse sì con le lacrime agli occhi.
L’unico dramma era il rapporto tra lei e Vittoria. Chiara cercava di far finta di nulla, ma Lorenzo la vedeva soffrire per le cattiverie della madre. Vittoria sognava una nuora di successo, educata, proveniente da una famiglia benestante. Chiara non corrispondeva a quell’immagine. E poi c’era quel sospetto. Un giorno Vittoria aveva visto Chiara con il dottor Andrea in un atteggiamento che le era sembrato troppo intimo. Ne aveva ricavato la certezza che il bambino che portava in grembo non fosse di Lorenzo.
Al compleanno di Lorenzo, davanti a tutti gli invitati, Vittoria tirò fuori i panni sporchi. Accusò Chiara pubblicamente. La ragazza scappò in lacrime. Lorenzo la inseguì per strada per rassicurarla. Poi, di fronte alla madre, alzò un muro. Bloccò il suo numero. Due mesi di silenzio totale.
Parte 5: La verità e il perdono
Poi un giorno Lorenzo si presentò da lei da solo, senza chiamare, senza avvisare. Girò semplicemente la chiave nella serratura ed entrò. Vittoria era seduta con il suo ricamo davanti alla televisione. Scattò in piedi. Il telaio cadde a terra.
«Lorenzo, sei venuto!»
Il figlio aveva un’aria serena ma risoluta. Si scansò quando lei tentò di abbracciarlo.
«Mamma, dobbiamo parlare molto seriamente. Quella faccenda al mio compleanno…»
«Guarda che me ne pento amaramente anch’io. Davvero.»
«E quindi ora verrai con me a casa nostra a chiedere scusa a Chiara.»
«A Chiara? Io non devo chiederle scusa. Ero io a voler chiedere scusa a te. Avrei dovuto dirti a quattro occhi la verità su tua moglie. Sai, l’ho vista con i miei occhi…»
«Significa che non hai ancora capito niente», la interruppe Lorenzo fissandola con amarezza. «No, sei tu che non hai capito. Metti su un tè. Questa sarà una chiacchierata molto lunga. Ci sono molte cose che devi sapere.»
Lorenzo iniziò il racconto dal quarto anno del Politecnico, da Riccardo, dalle notti nei locali, dalle sostanze, dai furti, dal garage, dalla panchina sotto la pioggia. Raccontò di come Chiara lo avesse trovato quasi morto, di come lo avesse seguito in ospedale, di come lo avesse strappato una seconda volta al baratro con quella telefonata nel club. Raccontò della ricostruzione lenta, della laurea, della proposta di matrimonio. E raccontò che era stata Chiara a costringerlo a venire quel giorno a fare pace.
«Mi ha detto che i bambini non devono nascere e crescere in mezzo all’odio.»
Vittoria restò seduta impietrita, come fulminata. Poteva perdere suo figlio per sempre. Era andato a un soffio dalla morte. Lei credeva che i furti d’oro e il disastro universitario fossero solo la conseguenza di una crisi esistenziale, del massimalismo giovanile. Invece stava letteralmente agonizzando, e Chiara lo aveva salvato per ben due volte. Senza l’amore immenso e l’abnegazione di quella ragazza, lui sarebbe morto o, nella migliore delle ipotesi, finito in galera da un pezzo.
Vittoria sentì il fiato mancarle. Trasse un respiro profondo e gli occhi si riempirono di lacrime roventi. Provava un misto di terrore tardivo per il figlio, profondo senso di colpa e una gratitudine infinita verso la ragazza che le aveva restituito la vita di Lorenzo.
«Chiara… Dio mio, cosa ho fatto? Non mi perdonerà mai.»
Lorenzo sorrise teneramente.
«Si vede che proprio non la conosci. Te l’avevo detto fin dall’inizio. Lei è meravigliosa, è unica. Sono stato l’uomo più fortunato del mondo a incrociarla sulla mia strada.»
«Sì», annuì Vittoria piangendo.
In quel momento capì che tutto ciò che aveva costruito – la carriera, i risparmi, i sacrifici, le notti insonni – aveva avuto un solo vero senso: quel ragazzo seduto di fronte a lei. E che a salvarlo non era stata lei, la madre che aveva dato tutto, ma una sconosciuta con gli occhi spaventati e pieni d’ansia, chinata su una panchina di periferia in una notte di pioggia e nevischio.
Vittoria si alzò, si asciugò le guance e guardò il figlio.
«Portami da lei», disse a voce bassa ma ferma. «Voglio chiederle scusa. Di persona. E voglio dire grazie. Per avermi restituito mio figlio.»



