Parte 1: Il battesimo e l’annuncio
Era la festa per il battesimo di Romano, il figlio di mio cognato Vittorio. Il piccolo, che aveva appena compiuto un mese, era ancora minuscolo e rossiccio tra le braccia della madre, ma tutta la famiglia di mio marito lo chiamava già con il nome altisonante e pesante di erede. La festa si teneva in un grande ristorante. Lampadari di cristallo, tavoli coperti da tovaglie bianchissime, fiori freschi lungo tutto il corridoio. Si erano riuniti molti ospiti: dai parenti stretti ai lontani, alle vecchie amiche di mia suocera.
Quella sera Gabriella, mia suocera, indossava un abito di velluto rosso scuro. Al collo aveva una collana di perle, le mani scintillavano di braccialetti d’oro. Camminava tra i tavoli con un’aria radiosa accogliendo gli ospiti. Un estraneo avrebbe potuto pensare che fosse il suo giubileo, non il battesimo del nipote.
Io e mio marito eravamo arrivati abbastanza presto. Damiano portava in una mano un cesto di regali e con l’altra teneva per mano la nostra figlia maggiore, Anna. Io portavo in braccio la più piccola, Vera, e inoltre tenevo una scatola con la torta e una busta con i soldi per il nipotino. Nonostante la stanchezza accumulata in tutti questi anni, mi dicevo che oggi era una festa per un bambino. Gli adulti dovevano sopportare un po’ per la pace in famiglia.
Appena entrammo nella sala, Anna corse dalla nonna e, congiungendo le mani, disse: «Buongiorno, nonna!» Vera le ripetè: «Nonna». Gabriella le accarezzò di sfuggita la testa. Il suo sguardo si soffermò su di loro per non più di un secondo. Subito dopo si voltò verso Giovanna, la moglie di Vittorio, che teneva in braccio il bambino. Là suocera le prese il bambino senza smettere di sorridere.
«Oh, eccolo il mio erede, il mio tesoro. Tutta la famiglia conta su di te.»
Io ero lì senza nemmeno aver avuto il tempo di posare il regalo e sentii un nodo alla gola. Le mie due figlie si strinsero alla gamba del padre, guardando smarrite la nonna che portava il loro cuginetto per la sala vantandosene a ogni tavolo. Anna alzò gli occhi su di me e chiese a bassa voce: «Mamma, perché la nonna non porta in braccio Vera come quel bambino?»
Mi chinai, le sistemai il fiocco tra i capelli e cercai di sorridere. «Perché è ancora molto piccolo, tesoro. Ha bisogno di essere tenuto di più in braccio.» Ma sapevo anch’io quanto fosse patetica e poco convincente quella spiegazione.
Ovunque andasse, Gabriella si vantava. «Finalmente nella nostra famiglia c’è un continuatore della stirpe. Negli ultimi anni non ho avuto pace.» Ripeté questa frase più volte e ogni volta che la pronunciava lanciava uno sguardo quasi casuale verso di me e mio marito. Quello sguardo era acuto come un ago.
Io e Damiano siamo sposati da sette anni. Abbiamo due figlie sane, obbedienti e intelligenti, ma agli occhi di mia suocera questo evidentemente non era sufficiente per considerare la famiglia completa.
Poi apparve anche Vittorio. Indossava un abito nero, i capelli pettinati con il gel, al polso un orologio massiccio. Girava di tavolo in tavolo con un largo sorriso. Da fuori si sarebbe potuto pensare che fosse un uomo di successo, ma noi di casa conoscevamo la verità. Dietro quell’apparenza curata si nascondeva un uomo con precedenti per rissa, con una dipendenza dal gioco d’azzardo, che non riusciva a mantenere un lavoro per più di un mese. Il suo sguardo era sempre sfuggente, come se temesse che i creditori potessero apparire da un momento all’altro.
Accanto a Vittorio c’era Giovanna, sua moglie. Aveva alle spalle due matrimoni e tre figli, ma da quando aveva dato un figlio a Vittorio era diventata un vero tesoro per mia suocera. Quella sera Giovanna era pesantemente truccata, labbra scarlatte, un vestito attillato, al collo una catenina d’oro che a quanto avevo sentito le aveva regalato Gabriella. Sedeva con il bambino al tavolo principale, sorridendo dolcemente come il miele, ma i suoi occhi correvano costantemente sugli ospiti, valutando chi metteva quale busta nella scatola dei regali.
Le zie e le cugine si erano raggruppate intorno a Gabriella. Una diceva che la suocera era stata molto fortunata. Finalmente aveva avuto un nipote maschio. Un’altra aggiungeva: «Beh, ora c’è un erede in casa, si può stare tranquilli. Le figlie, invece, andranno in un’altra famiglia.»
Queste parole volavano leggere sui tavoli senza significato, ma si posavano pesanti sul mio cuore. Guardavo le mie figlie che sedevano composte accanto a me e pensavo a quanto dolore avrebbero provato se un giorno avessero capito il senso di quelle parole. Damiano, seduto accanto a me, si era incupito. Non disse nulla. Solo in silenzio coprì la mia mano con la sua e la strinse leggermente. Quella stretta era una scusa silenziosa. Sapevo che anche lui provava dolore, vergogna, amarezza per la sua stessa famiglia, ma in quel momento pensavo ancora bastasse superare quella serata, tornare a casa, chiudere la porta, abbracciare le figlie e fare finta di non aver sentito nulla.
Come mi sbagliavo. Quella festa non era solo un battesimo. Era un palcoscenico per le vanterie di mia suocera, per la celebrazione del neonato da parte di tutta la famiglia di mio marito. Era il luogo dove le mie figlie venivano messe in secondo piano con parole crudeli, apparentemente casuali. Cercavo di ingoiare il nodo alla gola, dicendomi di mantenere la calma per il bene di mio marito e delle bambine. Ma pochi minuti dopo, quando Gabriella salì sul palco, prese il microfono con entrambe le mani e guardò gli ospiti con un sorriso radioso, ebbi un brutto presentimento. E non mi sbagliai.
Parte 2: La dichiarazione pubblica
Appena il presentatore terminò il suo discorso, mia suocera si alzò subito. Gabriella si sistemò l’abito di velluto, si lisciò l’alta acconciatura e tra gli applausi scroscianti dei parenti salì sul palco. Dal suo atteggiamento capii che aveva atteso a lungo quel momento: il modo in cui teneva il microfono, come scrutava la sala e si soffermava a lungo sul nostro tavolo. Tutto ciò non sembrava un intervento spontaneo.
Si schiarì la gola. Il sorriso sul suo volto divenne così ampio che agli angoli degli occhi si formarono profonde rughe.
«Oggi non so cosa dire se non una parola: felicità. Finalmente gli antenati della famiglia Rossi hanno ascoltato le mie preghiere e hanno mandato alla nostra famiglia un nipote, un continuatore della stirpe.»
A questo punto la sua voce tremò come per una forte emozione. Diverse zie in platea emisero subito dei suoni di comprensione e una tirò fuori un fazzoletto e se lo portò agli occhi. Io sedevo e ascoltavo ogni parola e il mio petto si stringeva sempre di più.
Gabriella continuò: «Non voglio dire nulla di male sulle nipoti. Ogni nipote è sangue del mio sangue. Le amo tutte. Anche Anna e Vera, le figlie di Damiano, sono intelligenti e belle. Ma a dire il vero, anche se tutti i figli sono cari, quando in casa c’è un nipote maschio è tutta un’altra cosa.»
Dopo queste parole, nella sala si levarono alcune risatine, non allegre, ma di comprensione: risatine di coloro che condividevano queste idee antiquate e le consideravano giuste. Abbassai gli occhi su Anna. Aveva otto anni e capiva già molto delle conversazioni degli adulti. La sua piccola mano, appoggiata sul bordo del tavolo, si strinse improvvisamente a pugno. Le presi subito la mano, la strinsi e feci finta di niente. Anna alzò gli occhi su di me e quello sguardo puro mi trafisse il cuore. La mia paura più grande non era di non essere rispettata, ma che le mie figlie, sentendo quelle parole, iniziassero a chiedersi silenziosamente in cosa fossero inferiori.
Sul palco Gabriella si stava scaldando sempre di più. Si voltò verso Vittorio e Giovanna con un’espressione di infinita tenerezza.
«Il mio Vittorio in passato ha sbagliato, ha commesso errori, ma quale madre non spera che suo figlio si corregga? E ora si è sposato. Gli è nato un figlio così adorabile. Credo che ora cambierà.»
Vittorio, seduto in basso, annuì subito con aria compiaciuta, come se la nascita di un figlio avesse cancellato tutti i suoi peccati passati.

E qui Gabriella alzò improvvisamente la voce, pronunciando chiaramente ogni parola al microfono.
«Nel giorno del battesimo di mio nipote, davanti a tutta la nostra famiglia, dichiaro: da oggi mi assumo tutte le spese per il suo mantenimento fino ai diciotto anni.»
La sala si animò subito. Chi applaudiva, chi sospirava ammirato, chi rivolgendosi al vicino diceva che Gabriella era una vera nonna che amava il nipote con tutto il cuore. Lei, incoraggiata dalla reazione, splendeva ancora di più.
«Dal latte e i pannolini alle medicine e all’asilo privato. Se andrà all’università pagherò tutto io. Il mio unico erede non deve mancare di nulla.»
Giovanna si alzò subito con il bambino in braccio, si inchinò profondamente. La sua voce tremava come se stesse per scoppiare a piangere.
«Grazie mamma. Ho sofferto così tanto nella vita e incontrare lei che ama così tanto suo nipote… non so proprio come ringraziarla.»
Se avessi solo sentito la sua voce, avrei creduto alla sua sincerità. Ma ero seduta di lato. Vidi chiaramente l’angolo della sua bocca contrarsi rapidamente verso l’alto prima che riuscisse ad abbassare il viso. Non era un sorriso di gratitudine, ma il sorriso di una persona che ha ottenuto ciò che aspettava da tempo.
Anche Vittorio si alzò di scatto e applaudì più forte di tutti.
«Mamma, sei la migliore. Ami più di tutti i figli e i nipoti. Se prenderai cura di mio figlio, io e mia moglie potremo tranquillamente ricominciare da capo.»
Sentendo le parole «ricominciare da capo», quasi scoppiai in una risata amara. Un uomo di quasi quarant’anni che aveva promesso di ricominciare innumerevoli volte, viveva ancora a spese della vecchia madre e del fratello minore che risolvevano i suoi problemi. E oggi, solo perché gli era nato un figlio, era diventato improvvisamente colui che tutta la famiglia doveva sostenere e proteggere.
Sapevo benissimo che mia suocera non era così ricca. Non aveva una pensione alta, un’attività in proprio o investimenti significativi. Negli ultimi anni i soldi per le sue medicine, per la ristrutturazione dell’appartamento, per i regali delle feste e per le quote dei funerali dei parenti – quasi tutto proveniva da me e mio marito. Damiano le trasferiva ogni mese una somma fissa e io aggiungevo di nascosto quando si lamentava della mancanza di denaro. Perciò la sua dichiarazione «manterrò mio nipote fino ai diciotto anni» suonava generosa, ma in realtà non era altro che un’obbligazione di debito invisibile appesa sulle spalle di mio marito.
Mi voltai verso Damiano. Sedeva immobile con la schiena dritta, le mani appoggiate sul tavolo. Il suo viso era stranamente calmo, ma i suoi occhi erano diventati molto freddi. Conoscevo mio marito. Quando era arrabbiato poteva rimanere in silenzio, ma quando era veramente deluso, il suo sguardo diventava così distante.
Gabriella sul palco stava ancora ricevendo applausi e complimenti dai parenti, senza accorgersi minimamente che il suo figlio minore, che aveva sempre considerato obbediente, stava iniziando a capire tutto. E io, in mezzo a quel frastuono di applausi e congratulazioni, sentivo solo un freddo gelido nell’anima, perché sapevo che non era solo una promessa fatta per la gioia. Era una dichiarazione pubblica. Era un cappio morale che mia suocera, sotto le spoglie dei sentimenti familiari, si preparava a mettere al collo della nostra famiglia.
E mentre lei splendeva sul palco, ebbi la sensazione che la parte più terribile di quella festa stesse solo per iniziare.
Parte 3: Il cappio del dovere
Gli applausi cessarono. Pensavo che mia suocera avrebbe restituito il microfono al presentatore e si sarebbe seduta al tavolo principale, ma no. Gabriella rimase sul palco con il nipote in una mano e il microfono nell’altra. Scrutò lentamente ogni tavolo, come per assicurarsi che tutti la stessero ascoltando. Il sorriso sulle sue labbra non era più solo la gioia di una nonna, ma assomigliava piuttosto al sorriso di uno scacchista che ha sistemato i pezzi e si prepara a fare la mossa successiva.
Si schiarì la gola e continuò con un tono più serio, quasi didattico.
«Cogliendo l’occasione, ora che tutti i parenti sono riuniti, vorrei dire ancora qualche parola. In ogni famiglia, affinché ci siano pace e tranquillità, figli e nipoti devono sostenersi a vicenda. Se i parenti non si fanno scudo l’uno dell’altro, chi altro ti difenderà?»
Molti in platea annuirono, specialmente i parenti più anziani. A prima vista erano parole molto giuste e sagge, ma io, seduta al tavolo, sentii un brivido corrermi lungo la schiena.
Si voltò verso Vittorio. La sua voce divenne improvvisamente più dolce.
«Il mio Vittorio in passato ha sbagliato. Ha fatto cose di cui mi sono vergognata, ma chi di noi non sbaglia? L’importante è che si sia ravveduto, si sia sposato, abbia dato alla nostra famiglia un nipote così meraviglioso. Non dovrei forse come madre tendere una mano a mio figlio?»
Vittorio, sentendo questo, abbassò la testa fingendo di essere commosso, ma le sue mani continuavano a giocherellare con un costoso accendino e sul suo volto non c’era ombra di vero pentimento. Sapevo benissimo cosa si nascondeva dietro quelle parole leggere come il vento di Gabriella sugli «errori». Erano gli anni in cui Vittorio perdeva soldi a carte, litigava al punto da finire in prigione. Erano i giorni in cui i creditori venivano a casa nostra e urlavano sotto le finestre. Erano le telefonate notturne della suocera a Damiano, quando in lacrime lo supplicava di trasferire urgentemente dei soldi per salvare il fratello maggiore. Ma oggi, di fronte ai parenti, tutto questo era racchiuso in due parole: gioventù, stupidità. E il nipote appena nato era diventato una sorta di indulgenza che lavava via tutti i vecchi peccati.
Gabriella spostò lentamente lo sguardo sul nostro tavolo. Sul viso di Damiano il suo sguardo si soffermò più a lungo che sugli altri e poi pronunciò chiaramente:
«Fratelli di sangue, chi sta meglio deve aiutare chi è più debole. L’unione fa la forza. Damiano è sempre stato un ragazzo ragionevole e credo che capisca questa verità.»
Appena finì, molti occhi si puntarono subito su mio marito. Mi sembrò che qualcuno mi avesse messo una pietra pesante sul petto. Non aveva bisogno di dire direttamente: «Tu e tua moglie dovete dare i soldi per il mantenimento del figlio di Vittorio». Bastava dirlo così davanti a tutti i parenti per rendere Damiano responsabile. Se si fosse rifiutato lo avrebbero accusato di mancanza di amore fraterno e di mancanza di rispetto per la madre. Questa era l’essenza di mia suocera. Raramente ordinava. Usava il concetto di dovere, di parentela, di sangue per mettere una persona all’angolo da cui non poteva dire di no.
Una delle zie al tavolo accanto colse subito l’occasione.
«Gabriella ha ragione. Gli affari di Damiano vanno bene, anche sua moglie lavora. Se c’è la possibilità di aiutare il fratello a crescere l’erede è una cosa sacra. I soldi vanno e vengono, ma i legami di sangue sono la cosa più importante.»
Diverse persone annuirono in segno di assenso. Qualcuno mi guardò persino con un sorrisetto, come se aspettasse la mia reazione. Ascoltavo e sentivo l’amaro in bocca. Parlavano come se i soldi nella nostra famiglia crescessero sugli alberi. Non sapevano che ogni mese a malapena arrivavamo a fine mese pagando la scuola per Anna, l’asilo per Vera, il mutuo per l’appartamento, le bollette, le medicine per i genitori di entrambi. Non sapevano come di notte mi sedessi davanti a un foglio di calcolo delle spese, sospirando per ogni piccola spesa e dicendomi: «Pazienza, questo mese farò a meno di un vestito nuovo. L’importante è che i bambini abbiano tutto il necessario per studiare e un’alimentazione adeguata.»
In quel momento Giovanna con il figlio in braccio si avvicinò al nostro tavolo. Sorrideva in modo molto dolce, fino alla nausea finto.
«Damiano, Maja, la mamma lo dice per amore della nostra famiglia comune. Voi avete già due bambine, probabilmente amerete anche il nostro bambino come un figlio vostro, vero?»
Detto questo, si chinò di proposito, avvicinandomi il bambino, come se lo usasse come scudo per tutti i suoi calcoli. Guardai il piccolo neonato e non provai odio per lui. I bambini non hanno colpe. Ma odiavo il modo in cui gli adulti usavano un bambino per pretendere, per legare mani e piedi, per trasformare l’amore in un dovere.
Alzai gli occhi su Giovanna e con una voce molto bassa, ma chiara, dissi: «Un nipote è un nipote. E un figlio è un figlio. Amo i bambini, ma l’amore e l’obbligo di mantenere sono due cose diverse.»
Appena lo dissi, l’atmosfera al tavolo si tese. Il sorriso si congelò sulle labbra di Giovanna. Per una frazione di secondo vidi il suo sguardo oscurarsi, ma si riprese subito con un’aria offesa. Abbassando la testa, mormorò piano:
«Parli come se fossimo estranei. Pensavo che in famiglia fosse tutto diverso.»
Non ebbi il tempo di rispondere. Gabriella dal palco aveva sentito tutto. Si voltò bruscamente e la sua voce cambiò.
«Maja, oggi è un giorno così felice per tuo nipote, come puoi avere il coraggio di dire parole così fredde? Una donna in famiglia dovrebbe pensare al bene comune, non a contare ogni centesimo per sé.»
Raddrizzai la schiena cercando di ingoiare la rabbia che mi saliva. Non volevo fare una scenata a un battesimo e tantomeno volevo che le mie figlie vedessero la loro madre essere criticata pubblicamente. Ma ogni parola della suocera e dei parenti di mio marito era come un ago che si conficcava nel mio orgoglio.
Guardai Damiano. Non aveva ancora detto una parola, ma la sua mano appoggiata sul bicchiere si strinse così forte che le nocche diventarono bianche. Capii che il suo silenzio in quel momento non era debolezza. Era la quiete prima della tempesta. E per la prima volta in sette anni di matrimonio sentii che Damiano non avrebbe più scelto la via della sottomissione.
Parte 4: La verità dietro l’erede
Seduta in mezzo a un banchetto rumoroso, rividi improvvisamente davanti ai miei occhi tutti e sette gli anni del mio matrimonio. Sette anni non sono molti per una vita intera, ma sono sufficienti perché una donna che credeva che se si vive onestamente anche gli altri ti tratteranno allo stesso modo capisca che ci sono persone che più gli cedi più diventano arroganti.
Quando mi sposai con Damiano volevo sinceramente andare d’accordo con la sua famiglia. Pensavo che sua madre fosse rimasta vedova presto, avesse cresciuto due figli da sola e naturalmente non era stato facile per lei. Quindi il suo carattere severo poteva essere compreso. Cercai di imparare tutte le abitudini di Gabriella. Le piaceva il brodo non troppo salato: imparai a mettere meno sale. Le facevano male le articolazioni: le ordinavo pomate e la portavo dal medico. Ogni volta che in famiglia c’era una festa o una commemorazione, chiedevo un permesso dal lavoro prima per aiutare a cucinare, lavare i piatti, pulire. I parenti mi elogiavano, dicevano che ero accomodante. Anche Gabriella sorrideva, ma quel sorriso non era mai veramente caloroso. Era piuttosto un’approvazione temporanea che significava che conoscevo ancora il mio posto.
Quando nacque Anna, la gioia della maternità fu offuscata dalla prima amarezza. Ero ancora in ospedale, sfinita dopo un lungo travaglio. Damiano teneva in braccio la nostra piccola figlia. I suoi occhi erano arrossati di felicità. Entrò Gabriella, guardò la nipotina e disse: «Una bella bambina. E basta.» Nessuna domanda su come stavo, se ero stanca. Prima di andarsene sospirò, diede una pacca sulla spalla a Damiano e aggiunse: «Pazienza. La prossima volta farete meglio.»
Quel suo «la prossima volta» lo ricordo ancora. Oggi mi fece capire che ai suoi occhi il fatto che avessi appena partorito, dato al mondo una vita sana, non era sufficiente, perché quella bambina era una femmina. Damiano allora mi strinse forte la mano e disse piano: «Non pensarci. La mamma è anziana. Ecco perché parla così.» Cercai di consolarmi anch’io con questo. Pensavo che col tempo avrebbe amato la nipotina. Pensavo che Anna fosse così obbediente e dolce e che il suo cuore si sarebbe intenerito. Ma quattro anni dopo, quando nacque Vera, tutto divenne ancora più freddo.
Quella sera, dopo l’annuncio, Damiano non disse una parola per tutta la strada di casa. Solo quando le bambine furono a letto, si voltò verso di me e disse con voce bassa e ferma:
«Mamma, cresci pure tuo nipote. Io e mia moglie da domani ci trasferiamo.»
Il volto di mia suocera, quando glielo comunicammo il giorno dopo, si pietrificò all’istante. Ma Damiano non tornò indietro. Ci trasferimmo. Tagliammo i trasferimenti mensili. Chiudemmo la porta.
La conseguenza non tardò ad arrivare. Pochi giorni dopo, la casa di Gabriella fu imbrattata di vernice dai creditori di Vittorio. Poi arrivò Giovanna, elegante e fredda, accompagnata da un rappresentante di una società finanziaria. Con una procura firmata da Gabriella «per amore del nipote», aveva ipotecato la casa. I documenti erano a posto. La firma era autentica. Il notaio era presente. Gabriella non aveva letto. Aveva solo voluto fare la nonna generosa.

Quando Vittorio tornò, insanguinato e disperato, cercando soldi per fuggire, cadde a terra un foglio: un accordo di trasferimento della proprietà della casa a saldo dei suoi debiti. L’aveva firmato lui. «Sarebbe stata mia comunque», urlò. «La mamma l’ha detto cento volte.»
Gabriella lo schiaffeggiò. Poi lui le disse la verità più crudele:
«Fin da bambino mi hai insegnato che siccome sono un maschio potevo fare tutto. Il figlio continuatore della stirpe, il figlio padrone di casa. E le figlie un ramo secco. Ogni volta che mi cacciavo nei guai, tu sistemavi tutto. Non mi hai mai fatto rispondere veramente delle mie azioni. Di chi ti lamenti adesso? Mi hai cresciuto tu così.»
Quella notte Damiano chiamò la polizia. Vittorio non oppose resistenza. Prima di essere portato via disse solo: «Mamma, non salvarmi più.»
Parte 5: Ciò che resta
L’appartamento di Gabriella andò all’asta. Si trasferì in una minuscola stanza in affitto alla periferia. Damiano continuò a mandarle un po’ di soldi, ma non la prese a vivere con noi. Mi disse: «Amo ancora mia madre, ma devo proteggere te e i bambini prima di tutto.»
Giovanna, fuggita con i soldi, fu a sua volta derubata dal nuovo compagno. La vidi una sera a un mercato notturno, seduta davanti a un telefono a vendere cosmetici in diretta. Sotto la fioca luce dei lampioni il suo viso era coperto da uno spesso strato di trucco, ma gli occhi erano molto stanchi. Mi vide e il sorriso si congelò. Poi abbassò la testa e disse a bassa voce, non so se a me o a se stessa: «La felicità di una donna non sta nel partorire un figlio, a quanto pare.»
Non risposi. Me ne andai in silenzio. In questa storia non c’erano vincitori.
Dopo tutto questo, io e mio marito ci trasferimmo definitivamente. Damiano vendette la sua amata moto, aggiunse i risparmi e aprì una piccola officina di riparazione di elettrodomestici. All’inizio fu molto difficile. A volte tornava a casa alle undici di sera, tutto sudato, con le mani graffiate, ma sul suo viso c’era sollievo. Diceva che i soldi guadagnati con il proprio lavoro, anche se meno, portano pace.
Ma la sera più commovente fu una. Damiano chiamò Anna e Vera, si inginocchiò davanti a loro e a lungo non riuscì a iniziare.
«Papà vi chiede scusa. Molte volte la nonna ha detto cose che vi hanno rattristato. Io sentivo, ma stavo zitto. Pensavo che il silenzio mantenesse la pace in famiglia, ma si è scoperto che permettevo che vi offendessero.»
Vera, ancora piccola, gli si aggrappò semplicemente al collo. Anna lo guardò. I suoi occhi si arrossarono.
«Papà, basta che non stai più zitto. Va bene.»
Damiano annuì e una lacrima cadde sulla mano della figlia.
Il tempo passava. La nostra vita si sistemò gradualmente. Le figlie crescevano: intelligenti, buone e obbedienti. Ad Anna piaceva disegnare, a Vera ballare. Ogni sera la nostra piccola casa si riempiva di suoni. I bambini facevano i compiti. Damiano riparava qualcosa. Io preparavo la cena. Non ricchi, non lussuosi, ma tranquilli. Forse solo dopo tutte le tempeste ho capito che la tranquillità è anche una grande felicità.
Il primo giorno di scuola Damiano ci portò tutti. Anna indossava una camicetta bianca con fiocchi tra i capelli. Prima di entrare si voltò improvvisamente, abbracciò il padre al collo e chiese a bassa voce:
«Papà, sei orgoglioso di avere una figlia?»
Damiano si bloccò, si chinò e strinse forte a sé entrambe le figlie. La sua voce tremò:
«Siete la cosa più preziosa che ho nella vita. Sono orgoglioso di voi più di ogni altra cosa al mondo.»
Stavo dietro e li guardavo e mi pizzicarono gli occhi. Il sole del mattino inondava il cortile della scuola. Suonava la prima campanella. E improvvisamente pensai: alcune famiglie passano tutta la vita a inseguire uno status, un erede, un orgoglio antiquato che considerano felicità. Ma a volte la cosa più preziosa è proprio davanti ai nostri occhi: una cena in famiglia, un bambino che viene amato così com’è, un marito che è pronto a proteggere e una casa dove nessuno è considerato di seconda categoria solo perché è nato femmina.



