Il cuore ha iniziato a martellare prima ancora che la ragione capisse. Erano passati due minuti, forse due secoli. I passi si stavano avvicinando. E io ero lì, nascosto dietro la porta del guardaroba, a sentire l’odore di un profumo che non conoscevo, mescolato a quello di mia moglie.

Avevo 48 anni, e quella sera avrei dovuto essere a Milano per l’ultima riunione della settimana. Invece il cliente aveva disdetto all’ultimo momento e, per la prima volta dopo mesi, avevo deciso di tornare a casa a Verona senza avvisare. Volevo fare una sorpresa. Avevo comprato una bottiglia del suo vino preferito e un mazzo di fiori che ora stringevo in mano, sentendomi uno stupido.
La porta di casa si era aperta con un leggero scatto. In corridoio non c’era musica, né il solito chiacchiericcio della televisione. Solo un silenzio strano, pesante. E quel profumo.
Maschile, intenso, estraneo. Non era il mio dopobarba, non era il mio shampoo. Era qualcosa di nuovo, di invadente, che mi aveva colpito come un pugno allo stomaco. Avevo salito le scale piano, sperando di trovarla sul divano col telefono in mano, sperando di sbagliarmi.
Ma la porta della camera era socchiusa e una luce calda filtrava dalla fessura. Ho sentito una risata attutita, la sua voce. E poi quella di un uomo. Non ricordo di aver spinto la porta.
Ricordo solo la scena congelata davanti a me: il letto disfatto, i vestiti di mia moglie Alice sparsi sul pavimento, e un uomo in mutande che si sistemava la cinta, con un’espressione di pura sorpresa. Alice era semisdraiata sul cuscino, le lenzuola tirate fino al petto, e quando i nostri occhi si sono incontrati, non c’era rimorso nel suo sguardo. Solo fastidio. «Marco?
Che ci fai qui? » aveva detto, come se fossi io quello fuori posto. L’uomo si era presentato come Davide, il nuovo istruttore di pilates in palestra. Alice mi aveva presentato a lui una settimana prima, dopo una lezione di prova.
Ricordavo il suo sorriso falso e il modo in cui la guardava. Ricordavo di averlo trovato troppo giovane, troppo atletico, troppo presuntuoso. E ora era nella mia camera da letto. «Non è quello che pensi,» disse Alice, alzandosi e stringendo il lenzuolo intorno a sé.
«Davvero? » risposi. La mia voce era calma, troppo calma. «Perché a me sembra esattamente quello che penso.
»
Davide aveva raccolto i suoi vestiti dal pavimento in silenzio. Non mi guardava. Uscì dalla stanza con passo svelto, mormorando un «Mi dispiace» che non suonava affatto sincero. Sentii la porta di ingresso chiudersi.
E poi restammo soli, io e Alice. «Da quanto tempo? » le chiesi. «Non importa.
»
«Da quanto tempo? » ripetei, e questa volta la voce mi tremò. «Sei mesi,» disse, con le spalle al muro. «Forse un po’ di più.
»
Sei mesi. Metà del mio anno di lavoro nella nuova sede di Milano. Sei mesi di bugie, di «ti amo» al telefono, di cene romantiche quando tornavo a casa nelweekend. Sei mesi in cui lei aveva condiviso il nostro letto con un altro.
Nei mesi successivi, mi ero rifugiato nel lavoro, nella palestra, in qualsiasi cosa potesse riempire le ore vuote. Alice era rimasta in casa per un po’, ma la tensione era insostenibile. Poi scopersi che Davide era fidanzato con una ragazza di Bologna. Quando la relazione venne a galla, lui la lasciò per non affrontare lo scandalo.
Alice restò sola, e io mi sentii quasi in colpa per lei. Quasi. Avevo chiesto il divorzio. Lei non aveva opposto resistenza.
Le cose si erano svolte in modo civile, quasi freddo. Il notaio aveva letto le clausole, avevamo firmato la separazione dei beni. La casa di Verona era mia, l’avevo comprata io prima del matrimonio. Lei si era trasferita da sua sorella a Vicenza.
Non ci eravamo più sentiti. Ero convinto di aver chiuso con quel capitolo. Ma la settimana scorsa, al funerale di un amico comune, l’avevo rivista. Stava in fondo alla chiesa, sola, con un tailleur nero che le donava.
Dopo la cerimonia, mi ero avvicinato per un saluto formale. Lei mi aveva sorriso, e in quel sorriso c’era una tristezza che mi aveva fatto male. «Stai bene? » mi aveva chiesto.
«Sì,» avevo risposto. «E tu? »
«Anche io. »
Non avevamo detto altro.
Ma quella notte non ero riuscito a dormire. Tutti i ricordi, il dolore, la rabbia, erano tornati. E ora eccomi qui, nascosto nel guardaroba della sua stanza, perché quando ho visto la sua macchina parcheggiata sotto casa sua a quest’ora, con le luci accese al piano di sopra, ho sentito qualcosa spezzarsi dentro di me. Non volevo affrontarla.
Volevo capire. Volevo vedere con i miei occhi se era felice. I passi adesso erano poco lontani. La porta si aprì di scatto.
La luce si accese. Alice entrò nella stanza da letto, e non era sola. Un uomo la seguiva, un uomo con la stessa camicia che avevo visto indosso a Davide al funerale. Ridevano sottovoce, complici.
Si baciarono. Il mio respiro si fermò. I miei pugni si strinsero. Lui si girò per chiudere la porta, e in quel momento il suo sguardo cadde sullo specchio del comò.
E nel riflesso, vide me. I nostri occhi si incontrarono per un secondo. Poi lui fece un passo indietro, pallido come un lenzuolo. Alice si voltò, seguendo il suo sguardo.
E la vide. La paura si dipinse sul suo viso. «Marco? » mormorò, incredula.
Non dissi nulla. Spinsi la porta del guardaroba e uscii fuori. L’uomo indietreggiò ancora, inciampando nella valigia. Alice rimase immobile, le mani strette sulla borsa.
«Che stai facendo qui? » la sua voce era un sussurro rotto. «Stavo per andarmene,» dissi. La mia voce era piatta, vuota.
«Ho visto la luce accesa. Volevo solo… niente. Volevo solo andarmene.
»
Feci per uscire dalla stanza, ma lei mi bloccò il passaggio. «Ti prego, Marco. Non è come pensi. Lui è solo un amico.
»
«Come Davide era solo un amico? »
Lei abbassò lo sguardo. Il silenzio nella stanza era assordante. L’uomo, il cui nome non volevo nemmeno sapere, si schiarì la gola.
«Io… forse è meglio che vada. »
«Sì,» risposi, «è meglio. »
Se ne andò senza guardarsi indietro.
Alice e io restammo soli, a pochi passi di distanza, in quella camera che era stata nostra per vent’anni. «Perché sei qui? » ripeté lei, e questa volta c’era rabbia nella sua voce. «Perché non riesci a lasciarmi in pace?
»
«Perché ti ho vista al funerale,» dissi. «E ho pensato che forse… non so cosa ho pensato. Forse che potevamo parlare.
Da adulti. Chiudere davvero tutto. »
«Chiudere? » Rise, una risata amara.
«Tu non hai mai chiuso niente, Marco. Hai solo costruito muri. Dopo quello che è successo, non mi hai mai detto cosa provavi. Ti sei chiuse nel tuo lavoro, nel tuo dolore, e hai fatto finta che non esistessi.
»
«Tu mi hai tradito, Alice. »
«E tu mi avevi già tradito da molto prima,» disse, e le lacrime le rigavano le guance. «Con il tuo lavoro, con le tue assenze, con il tuo silenzio. Io non ero tua moglie, ero una stanza in più nella tua casa.
Una cosa da mostrare alle cene. E quando ho conosciuto qualcuno che mi guardava davvero, che mi ascoltava, mi sono sentita viva per la prima volta dopo anni. »
«Non puoi giustificare il tradimento così. »
«Non lo giustifico.
Lo spiego. C’è differenza. »
Stavo per replicare, ma qualcosa mi fermò. La sua voce non era più arrabbiata.
Era stanca. Era la voce di una donna che aveva passato anni a sentirsi invisibile. «E ora? » chiesi.
«Ora non lo so,» ammise lei, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano. «Sono sola. Davide è sparito, come immaginavi. Gli altri sono stati storie brevi, senza senso.
Cerco qualcosa, ma forse ho dimenticato come si fa. »
Guardai la stanza intorno a me. Non c’erano più i nostri mobili, ma la disposizione era la stessa. La luce della luna filtrava dalle persiane.
Per un momento, il tempo sembrò fermarsi. «Anch’io non so come si fa,» dissi infine. «Ho passato due anni a convincermi di aver chiuso. Ma sono qui, e non so nemmeno perché.
»
Alice mi guardò a lungo. Poi fece un passo verso di me, le mani lungo i fianchi. «Vuoi un caffè? » chiese.
Non risposi subito. Fuori, in strada, si sentiva il rumore di un motorino che passava. Poi, inaspettatamente, annuii. «Sì.
Va bene. »
Scendemmo in cucina. Lei mise su la moka. L’acqua bolliva.
Era tutto surreale, come un film già visto. Mentre il caffè saliva, lei si appoggiò al piano di lavoro. «Non so se questo significhi qualcosa,» disse. «Non so se possiamo davvero ricominciare.
»
«Nemmeno io lo so,» risposi. «Ma forse è questo il punto. Non dobbiamo saperlo subito. »
Il caffè era pronto.
Lei lo versò in due tazze. Ce ne sedemmo al tavolo della cucina, di fronte, con quel silenzio pesante ma non più ostile. «Allora? » disse lei, con un mezzo sorriso.
«Allora,» risposi, alzando la tazza. «Magari questa volta, con calma. »
E per la prima volta in due anni, seduto a quel tavolo, davanti a lei, sentii che forse non era troppo tardi per imparare di nuovo a parlarsi.


