Ferrando il cavallo, sentii il rumore delle gomme sulla ghiaia. Non aspettavo nessuno. La masseria è a dodici chilometri dall’ultimo incrocio asfaltato, fuori Montescaglioso, in provincia di Matera. Per arrivarci, bisogna sapere esattamente dove svoltare dopo il terzo uliveto, altrimenti si finisce sulla strada sterrata che porta al nulla.

Chi arriva qui lo fa perché deve, non perché capita. Mollai il martello sul banco di lavoro e mi avvicinai al cancello. Riconobbi la macchina prima ancora di vedere chi guidava. Una Maserati Levante grigio scuro, targata Lecce.
Era la macchina di mio fratello Giacomo. Ma Giacomo non mi aveva avvertito. Giacomo non veniva mai senza avvisare. Era un uomo di protocollo, di agenda, di appuntamenti confermati con tre giorni di anticipo.
Quel dettaglio mi mise in allarme prima ancora che la portiera si aprisse. La portiera si aprì lentamente. Giacomo scese con una lentezza che non gli apparteneva. Le spalle curve, il passo incerto, gli occhiali da sole calati sugli occhi nonostante il cielo coperto di nuvole grigie.
Portava un completo blu scuro che gli stava largo, come se avesse perso peso nelle ultime settimane. La cravatta era allentata, in un modo che Giacomo non avrebbe mai tollerato. Era l’uomo del nodo perfetto, della camicia stirata, dei gemelli d’argento al polsino. Vederlo così era come vedere un quadro storto in una casa dove tutto è sempre stato a piombo.
Mi avvicinai. Lui si contrasse quando allungai il braccio per salutarlo. Quel riflesso lo conoscevo bene. Lo avevo visto centinaia di volte in trent’anni di carriera.
È il riflesso di chi è abituato a ricevere colpi, il corpo che si prepara all’impatto prima che il cervello abbia il tempo di ragionare. «Togliti gli occhiali, Giacomo. »
Ci mise qualche secondo. Si guardò intorno come se cercasse una scusa nel paesaggio, negli ulivi, nei cavalli al pascolo, in qualsiasi cosa che non fossero i miei occhi.
Poi li tolse. L’occhio sinistro era chiuso, viola con sfumature gialle sotto. Un ematoma di almeno quattro o cinque giorni. Un taglio sullo zigomo, già in fase di cicatrizzazione, ma ancora rosso vivo.
Il labbro spaccato, la crosta ancora fresca. Trent’anni di polizia. So esattamente come appare il viso di una persona che ha preso pugni. Non uno.
Più di uno. Dati con intenzione, non per caso. «Chi ti ha fatto questo? »
Non era una domanda.
Era il tono che usavo negli interrogatori. Quello che non alza la voce, ma pesa più di qualsiasi urlo. Quello che dice alla persona davanti a te che non esiste risposta accettabile tranne la verità. Giacomo guardò l’orizzonte, guardò i cavalli, guardò la terra rossa della Basilicata.
Guardò qualsiasi cosa che non fossi io. Poi pianse. Mio fratello di sessantacinque anni, che aveva costruito un gruppo di trasporti e logistica da zero, che aveva negoziato contratti da milioni di euro con la freddezza di un chirurgo, pianse come un bambino. Senza singhiozzi, senza rumore.
Solo lacrime che gli scendevano lungo il viso segnato, mescolandosi al sangue rappreso del labbro. Lo presi per un braccio e lo portai dentro. Lo feci sedere al tavolo della cucina, gli versai un bicchiere d’acqua, gli misi davanti un panno pulito. Non parlai.
In trent’anni ho imparato che quando un uomo arriva a quel punto, le parole non servono. Servono il silenzio e la presenza. Aspettai. «È Edoardo», disse alla fine.
Quando lo disse, mi sentii gelare il sangue. Edoardo. Suo genero. L’avvocato.
L’uomo che aveva sposato Giuliana, sua figlia, e che aveva preso il controllo dello studio legale dell’azienda qualche anno prima. L’uomo che Giacomo considerava un figlio. «Da quanto tempo? »
«Due anni.
»
Due anni. Per due anni, Edoardo aveva picchiato mio fratello. Per due anni, Giacomo l’aveva nascosto. Faceva la vita di sempre, le riunioni, i contratti, gli eventi pubblici, e poi tornava a casa e subiva.
Per paura. Per vergogna. Perché non sapeva a chi raccontarlo. «Perché non hai denunciato?
» chiesi, con la voce che non riuscivo a controllare del tutto. «Ha detto che se avessi parlato, avrebbe portato via tutto. L’azienda. La casa.
Giuliana. Ha detto che aveva documenti, che poteva distruggermi. »
«Che documenti? »
«Non lo so.
Qualcosa. Ho cercato di capire, ma non ci sono riuscito. Ha detto che se avessi aperto bocca con chiunque, mi avrebbe rovinato. E io gli ho creduto.
Bruno, gli ho creduto. Per due anni ho subito le sue botte e le sue minacce perché ho avuto paura. »
Guardai le sue mani. Le mani che avevano firmato contratti per milioni di euro, tremavano ora, appoggiate sul tavolo come se non sapessero più cosa fare.
Poi vidi il resto. Le maniche della camicia che scivolavano all’indietro quando si muoveva. I lividi sui polsi. Segni di legacci.
Un brivido gelido mi percorse la schiena. «Va bene», dissi con la voce più calma che riuscii a trovare. «Ora mi ascolti. »
Lo guardai dritto negli occhi, quello sano, quello che ancora riusciva a vedere.
«Non respiri una parola di quello che mi hai detto. Non a nessuno. Non a Giuliana. Non ai tuoi soci.
Non al tuo avvocato. Specialmente non al tuo avvocato. Torni a casa, fai finta di niente, sopporti ancora un po’. E non fare niente finché non ti dico io di fare niente.
»
«Perché? »
«Perché quando ti colpisce, non è solo tua figlia che sposano. È la tua famiglia che distruggono. E io finché ho fiato in corpo, non permetto che succeda.
»
Restammo seduti in silenzio. Lui bevve l’acqua, si asciugò il viso, guardò la masseria che non vedeva da anni. Poi disse piano:
«Cosa vuoi fare? »
«Prima di tutto, voglio vedere quanto in basso può arrivare.
»
Il giorno dopo, al mattino presto, chiamai l’unico uomo di cui mi fidavo al di fuori della famiglia. Ferruccio. Quarant’anni di polizia, dieci in più di me. Aveva un’agenzia investigativa a Bari, fosse stata la persona giusta.
Quando rispose, la sua voce era identica a quella di sempre. «Commissario. Non ci credo. »
«Ferrù, ho bisogno di te.
»
«Dimmi. »
«Un soggetto pericoloso. Un avvocato di Lecce. Ha una moglie, una figlia.
Ma la sua attività principale è un’altra. Minacce, violenze, estorsioni. Devo trovare un modo per farlo cadere. »
«Quanto in basso vuoi arrivare?
»
«Fino in fondo. Ma non un pelo più in là. »
«Quando comincio? »
«Subito.
»
E cominciò così. Nei giorni seguenti, mentre Edoardo continuava la sua vita normale senza sapere che ogni sua mossa era osservata, Ferruccio lavorò nell’ombra. I suoi contatti, le sue vecchie conoscenze negli uffici e nei tribunali, le sue capacità di leggere i documenti come nessun altro. Nel giro di una settimana, mi chiamò.
«Commissario. Ho trovato qualcosa. »
«Sentiamo. »
«Il tuo avvocato non lavora solo con le mani.
Ha un conto in Svizzera. Palazzo di vetro. Ho qui la documentazione di trasferimenti sospetti, quasi mezzo milione di euro negli ultimi due anni. Non sono soldi suoi, almeno non esclusivamente.
Sono soldi dell’azienda. »
«Dell’azienda di Giacomo? »
«Proprio quella. Rigiro di fatture, fornitori fantasma, costi gonfiati.
La classica struttura per ripulire il conto di famiglia. Ora so perché non voleva che tuo fratello si guardasse intorno. »
Restai in silenzio. Era più grave di quanto pensassi.
Non era solo violenza privata. Era una truffa ai danni dell’azienda di famiglia. E se lo avessimo scoperto prima, forse… Ma rimuginare non serve a niente.
Importante era agire. «Ferruccio, ho bisogno di copie. Di tutto. Che siano inoppugnabili.
»
«Già fatto. Ti mando un corriere domani. Ma ti avviso, se il tuo avvocato scopre che qualcuno ha messo il naso nei suoi conti, non farà la fine di un agnello. »
«Lo so.
Ma prima che lui scopra qualcosa, dovrà fare i conti con me. »
Passai giorni a studiare i documenti che Ferruccio mi mandò. Le fatture gonfiate, i conti esteri, le date dei trasferimenti. Più leggevo, più diventavo freddo.
Mio fratello aveva passato due anni a subire botte e minacce da un tipo che intanto gli svuotava la società. Un tipo che si sedeva alla sua tavola, che chiamava “papà” davanti agli altri, che faceva la parte del genero premuroso. La freddezza professionale lasciava spazio a una rabbia che cresceva sotto la superficie, che mi rendeva più veloce, più attento. L’ultima cosa che volevo era che Edoardo sospettasse qualcosa prima del piano.
E poi un giorno, Ferruccio mi chiamò. «Commissario, ho una cosa nuova. »
«Che tipo di cosa? »
«Una registrazione.
Il tuo avvocato si è incontrato con un uomo d’affari di Brindisi. Due mesi fa. Parlano di un investimento in una società di costruzioni. Ma il tono della conversazione non è di due partner.
È di un’estorsione. Il tuo avvocato gli dice: “So tutto dei tuoi rapporti con la pubblica amministrazione. Se non versi questa somma, la magistratura riceve una bella denuncia anonima”. E quello paga.
»
«Hai la registrazione? »
«Certo. E non solo quella. Ne ho altre due simili.
Il tuo avvocato ha un sistema ben rodato. Prima ti distrugge con le informazioni, poi ti succhia i soldi. E ha sempre una copia di tutto per il ricatto. »
«Manda tutto a me.
»
«Tutto quello che ho. »
«Ferruccio, grazie. »
«Non è un favore, Commissario. È il mio lavoro.
E poi, un tipo che picchia un vecchio e gli ruba la moglie, la casa, l’azienda, merita la fine che gli prepariamo. »
Quella sera, quando Giacomo mi chiamò, cercai di mantenere un tono normale. «Sto bene, Bruno. È solo che penso a quello che farai.
»
«Devi fidarti di me, Giacomo. Non posso dirti tutto ancora. Ma quando arriva il momento, devi fare quello che ti dico. Anche se non ti sembra giusto.
Anche se ti sembra strano. Fidati. »
«E se non ce la faccio? »
«Ce la fai.
Perché adesso so chi è davvero Edoardo. E non solo per quello che ti ha fatto. Ha rubato denaro alla tua azienda. Ha frodato i tuoi soci.
Ha minacciato altre persone. Non è solo un violento. È un criminale. E noi siamo gli unici che possono fermarlo.
»
Dall’altra parte del telefono si sentì un sospiro lungo. Poi la voce di Giacomo, più ferma di quanto non fosse stata in due anni:
«Va bene. Dimmi cosa devo fare. »
Il piano che avevo in mente era semplice, ma pericoloso.
Dovevo far arrabbiare Edoardo. Farlo sentire braccato, umiliato, in trappola. E quando fosse arrivato al limite, la trappola si sarebbe chiusa su di lui. Il problema era come farlo senza mettere a rischio Giacomo.
E poi c’era Giuliana. «Giuliana», dissi a Giacomo al telefono. «Cosa le hai detto? »
«Niente.
Non le ho detto niente. Lei vive con lui, ma non sa delle violenze. Non che sia venuta a sapere dei documenti. Ultimamente è strana anche lei.
Nervosa. Sempre in guardia. Ma non so se è perché sospetta di Edoardo o se sta solo vivendo la stessa paura che ho vissuto io. »
«Potrebbe essere una nostra alleata.
»
«O potrebbe essere il contrario. Non lo so, Bruno. Non riesco a capire se è ancora sotto il suo controllo oppure se sta cercando un modo per uscire. »
«Edoardo le ha mai alzato le mani?
»
«Non a lei. Almeno, non che io sappia. Ma non lo escludo neanche. È il tipo che pensa che le donne siano una proprietà.
Se Giuliana osasse andarsene, ne sarei sicuro, le farebbe pagare. E caro. »
«Allora non possiamo aspettare. Più aspettiamo, più lui ha tempo di consolidare la sua posizione.
Devo agire subito. »
«Ma come? »
«Devo farlo uscire allo scoperto. Farlo sbagliare.
Fargli credere che stai facendo qualcosa per toglierli la sua comoda posizione. Far sì che perda la testa e faccia un passo falso. »
«E se reagisce violentemente? »
«Certamente reagirà.
Ma noi saremo pronti. Devo solo escogitare il modo per farlo davvero arrabbiare senza metterti in pericolo. »
Passai una settimana a pensare al piano. Una settimana a studiare i documenti di Ferruccio, a osservare gli spostamenti di Edoardo, a cercare un punto debole.
Poi, una sera, mentre guardavo gli appunti con le registrazioni e le foto dei suoi incontri, l’idea arrivò. Era rischiosa, ma ormai non c’erano alternative. «Giacomo», dissi al telefono la mattina dopo. «Voglio che vieni alla masseria.
Subito. Ho un piano. »
«Mia figlia? »
«Giuliana la gestirò io.
Per ora, devi solo fidarti di me. Ma quando ti dico di fare qualcosa, la farai. Anche se non capisci il perché. »
Quando Giacomo arrivò, aveva l’aria di un uomo che aveva passato una notte insonne.
I lividi sul viso stavano guarendo, ma l’espressione era tesa. Lo feci sedere e gli spiegai tutto. «Ho scoperto che Edoardo non ruba solo da te. Ha un sistema per estorcere denaro ad altre persone.
Ha registrazioni, documenti, ricatti. È un predatore. E adesso deve credere che sei tu a ricattarlo. »
«Io?
»
«Sì. Devi mandargli un messaggio anonimo. Sapere che hai delle informazioni. Non tutto, solo un accenno.
Devi fargli credere che non sei più sotto il suo controllo. Che hai dei documenti che possono rovinarlo. Questo lo manderà nel panico. »
«E poi?
»
«E poi lo aspetteremo. Reagirà. Farà la sua mossa. E quando lo farà, saremo pronti a prenderlo.
»
Giacomo mi guardò con un misto di paura e speranza. «Se lo faccio, non c’è più modo di tornare indietro. »
«Lo so. Ma lo sai anche tu che non c’è un’altra strada.
O lo fermiamo noi, o continuerà a rovinare la nostra famiglia. »
Scrisse il messaggio. Breve, minaccioso, preciso: “So tutto. I conti esteri.
Le minacce. Le registrazioni. Se non ti fai vivo, la magistratura riceve tutto entro 48 ore. ” Niente firma.
Niente dettagli che potessero ricondurre a lui. Ero sicuro che il messaggio avrebbe sortito l’effetto voluto. Edoardo sarebbe andato nel panico, e nel panico gli esseri umani fanno errori. Il piano era in atto.
Il messaggio venne inviato da una SIM prepagata intestata a una persona inesistente. Avevamo lasciato solo il minimo indispensabile per farlo dubitare, ma non abbastanza per farlo scappare. Volevamo che restasse, che cercasse la fonte, che facesse la sua mossa. Era arrivato il momento di aspettare e osservare.
Nei giorni successivi, Edoardo prese a muoversi come una mosca impazzita in una stanza chiusa. Chiamava, incontrava persone, cercava di capire chi sapesse tutto. Io lo osservavo da lontano grazie alle telecamere e ai microfoni piazzati da Ferruccio. Ogni sua mossa era trasmessa nel mio ufficio, e lui non sapeva che io vedevo tutto.
L’occasione arrivò più presto del previsto. Ferruccio mi chiamò alle tre di notte, con la voce eccitata:
«Commissario. Abbiamo il colpo. Edoardo è appena uscito di casa con un borsone.
È diretto verso il porto. Se ne sta andando. »
«Con chi? »
«Da solo.
Ha ancora la borsa con i documenti, i conti, tutto. Se parte, non lo riprenderemo più. »
«Allora non facciamolo partire. »
Non avevo ancora finito la frase che stavo già correndo verso la macchina.
La notte era gelida, la strada una linea scura che si srotolava davanti a me. Arrivai al porto in meno di mezz’ora. Edoardo era lì, in piedi davanti alla sua barca, con il borsone ancora in mano. Non mi vide subito.
Ma quando lo chiamai per nome, si voltò con un sussulto. «Bruno. Che ci fai qui? » Il tono era aggressivo, ma non riusciva a nascondere la paura.
«Pensavo che te ne fossi già andato. »
Fece un passo indietro. «Non sono affari tuoi. »
«Tutto ciò che riguarda mio fratello è affare mio.
E tu stai uscendo di scena. Senza pulire la merda che hai lasciato dietro di te. »
«Non sai quello che dici. »
«So tutto.
I conti esteri. Le estorsioni. Le minacce. Le botte a mio fratello.
So anche che stai scappando ora perché hai paura. »
La sua mascella si irrigidì. «Non ho paura di te. »
«Dovresti.
» Feci un altro passo avanti. «Tuo fratello è un debole. Ha sempre avuto bisogno di qualcuno che gestisse gli affari per lui. Io gli ho fatto un favore.
»
«Un favore? Gli hai rotto le costole. Gli hai minacciato la famiglia. Gli hai rubato l’azienda.
Questo la chiami gestione? »
«Lui non capiva niente. Ti stavi approfittando di lui, non aiutandolo. »
«E adesso che farai?
Mi denuncerai? Non hai prove di niente. »
«Non ti denuncerò. Non ne ho bisogno.
» Tirai fuori il telefono e gli mostrai la schermata. «Questa è una chiamata a Ferruccio. Un mio amico che è in polizia, a mezz’ora da qui. Gli ho detto che saresti stato qui con un borsone pieno di documenti che ti legano a reati finanziari.
Fra poco avrai la polizia qui. »
«Non hai il diritto. »
«Ho il diritto e il dovere di proteggere la mia famiglia. E tu te ne vai ora, oppure vediamo chi arriva prima.
Le manette o te. »
Edoardo mi guardò a lungo. La paura negli occhi, la rabbia, l’impotenza. Lanciai quello sguardo a metà tra la minaccia e la sconfitta.
Poi, senza dire una parola, si voltò, salì in barca e sparì nella notte. Non lo rivedemmo per parecchio tempo. Ma io non mi fermai. Se ne era andato, ma non aveva risolto nulla.
Edoardo era scappato, ma aveva lasciato tracce. La borsa che aveva abbandonato sul molo conteneva la sua intera storia. Conti, registrazioni, minacce, nomi. Abbastanza per mandarlo in prigione per molto tempo.
Io dissi a Giacomo di non dire niente a nessuno, di ricostruire la sua vita. E per la prima volta dopo due anni, lo vidi respirare di nuovo. «E Giuliana? » chiese.
«Non sa ancora nulla. Quando sarà il momento, glielo dirai tu. Ma prima, mettiamo in sicurezza l’azienda. Senza di lui.
Poi decideremo il da farsi. »
Le settimane passarono. Edoardo non dava segni di vita. Non si sapeva se fosse in Italia o all’estero.
Ma io non mi fidavo. Un uomo come lui non scompare senza lasciarsi dietro qualche trappola. Avevamo messo in sicurezza i conti, cambiato le password, ma sapevo che non era sufficiente. Lui aveva ancora delle persone dentro l’azienda.
Persone che avevano lavorato per lui, che gli erano fedeli. Ferruccio mi chiamò un giovedì mattina:
«Commissario. Ho beccato una cosa. »
«Dimmi.
»
«Una delle sue persone, un certo Santoro, sta passando informazioni a qualcuno. Abbiamo intercettato una chiamata. Santoro ha detto che sa dove si trova Edoardo. Quando gli hanno chiesto i dettagli, ha risposto: “Non ancora.
Ma fra una settimana sarà al raduno dell’Ordine degli avvocati di Lecce. Non manca mai. E so che ha messo in sicurezza un documento con tutti i nomi di chi è rimasto fedele. Per protezione.
“»
«Il raduno degli avvocati? Quello al Risorgimento Palace? »
«Sì. Edizione annuale.
Un sacco di persone. Giacomo viene sempre invitato. Se Edoardo si fa vivo lì, significa che sta per fare una mossa. O sta per scappare di nuovo, o sta per rovesciare il tavolo.
»
«Rovesciare il tavolo come? »
«Mettiamo che abbia documenti che incastrano Giacomo. Per esempio, la procura che gli ha dato per gestire l’azienda. Se la usa bene, può accusarlo di frode.
Il vero problema è capire quali mezzi ha a disposizione. »
«Se è al raduno, allora possiamo prenderlo. »
«Già. Ma se ha documenti, può rovinare Giacomo anche in manette.
Dobbiamo agire con cautela. »
«Grazie, Ferruccio. Devo preparare un piano. »
La settimana fu un inferno.
Da una parte, Giacomo preparava il discorso per il raduno, fingendo che tutto fosse normale. Dall’altra, io preparavo quello che sarebbe successo: l’ingresso di Edoardo, l’eventuale denuncia o la trappola. Non potevamo permetterci di sbagliare un solo passo. La sera del raduno, la sala del Risorgimento Palace era piena di avvocati e imprenditori.
Giacomo mi aveva fatto avere un invito, dicendo a tutti che sarei stato il suo ospite. Ero vestito come lui: un completo scuro, camicia bianca. Ma al posto dei miei capelli, una parrucca con lo stesso taglio di Giacomo, e una barba finta che mi cambiava il volto. Non ero Giacomo, ma a una certa distanza avrei potuto esserlo.
Edoardo sarebbe stato attento, cercando di capire quale tra i due fratelli fosse quello buono. Quando Edoardo entrò, la sala mormorò. Lui si guardò intorno con aria di sfida. Indossava un completo doppiopetto grigio, impeccabile, ma aveva le occhiaie scure, come se non dormisse da giorni.
Si fermò al centro della sala, si guardò intorno e poi mi vide. Mi vide e mi scambiò per Giacomo. Si avvicinò con un sorriso di scherno:
«Giacomo Ferrante. Che piacere vederti ancora in giro.
Pensavo che dopo l’ultimo nostro incontro non avresti avuto il coraggio di farti vedere in pubblico. »
«Edoardo. Non sai quanto sono felice che tu sia qui. »
«Felice?
Non ci credo. So che sei venuto a cercarmi. Ma non hai il coraggio di fare nulla contro di me. »
«Davvero?
Siamo sicuri di questo? »
Risi, ma non sembrava del tutto convinto. «Sì. Perché so che hai bisogno di me.
Senza di me, non sai nemmeno come si gestisce un’azienda. »
«A proposito di azienda. Ho saputo che hai avuto qualche problema con la magistratura. Qualcosa a che fare con i conti esteri.
»
Il suo sorriso sparì. «Non sono affari tuoi. »
«Oh, ma lo sono. Perché quei conti sono intestati a me.
O almeno, così dicono i documenti che ho trovato nell’ufficio di casa tua. »
Impaurito, arretrò di un passo. «Non hai niente. »
«Ho abbastanza per rovinarti.
Ho tutti i nomi, tutte le prove. La spazzatura che hai nascosto. Ho documenti che dimostrano che hai rubato soldi dall’azienda e hai minacciato le persone per coprirti. »
«Stai bluffando.
»
«Prova a scoprirlo. » Tirai fuori il telefono e gli mostrai la foto di una pagina con il suo nome, la sua firma, un conto estero. «Edoardo, sono finito. Ti conviene sparire di nuovo.
Però questa volta, non tornare. Non farti più vedere. »
Edoardo guardò la foto, poi guardò me. Aveva capito di essere stato battuto.
Ma non voleva dimostrarlo. Si voltò e uscì dalla sala senza una parola, con la morte nel cuore. Non lo rivedemmo mai più. O perlomeno, non da uomo libero.
Un mese dopo il raduno, Giacomo mi chiamò. C’era qualcosa di diverso nella sua voce, un’emozione che non sentivo da anni. «Bruno. Ho saputo che Edoardo è stato arrestato a Malta.
Stava cercando di imbarcarsi su una nave per il Sud America. Con sé aveva una valigia piena di documenti falsi e diversi milioni in contanti. »
«E adesso? »
«Estradizione.
Processo. La magistratura ha messo in sicurezza tutto. I suoi conti, le sue proprietà. Non può più farci del male.
»
Ci fu una pausa. «Ti devo tutto, Bruno. »
«Non mi devi niente, fratello. Ho fatto quello che dovevo fare.
»
«Lo so. Ma voglio dirti una cosa: quello che hai fatto per me, in questi mesi, non lo dimenticherò mai. Non solo per la vendetta. Ma per la giustizia.
Chi avrebbe mai pensato che a salvare la famiglia sarebbe stato il fratello che era scappato dalla città per vivere in campagna con i cavalli? »
Risi. «Forse perché la campagna ti insegna a vedere più chiaro. Lì non ci sono distrazioni.
Solo la verità. »
«E adesso che farai? Tornerai a vivere da solo? »
«Sì.
Ma la porta di casa mia è sempre aperta per te. Per te e per Giuliana. »
«Grazie, Bruno. Per tutto.
»
Quando Giacomo rientrò a Lecce, la sua vita riprese a scorrere. L’azienda era salva, la figlia al suo fianco. Edoardo era in prigione e la giustizia faceva il suo corso. E io restai lì, nella mia masseria, con i miei cavalli e il mio mare in mano, a guardare il tramonto sulla Murgia.
Avevo fatto la cosa giusta. Non la cosa legale, non la cosa prudente. La cosa giusta.
E a volte nella vita sono due cose diverse, e un uomo deve saper scegliere quale delle due seguire.


