Il primo segnale fu un leggero tremore alle mani, poi vennero i dolori addominali sordi e una stanchezza che non riuscivo a spiegare con le notti insonni. Pensai alla gastrite, allo stress della pensione, alla menopausa che mi aveva lasciata spossata, ma dentro di me qualcosa mi diceva che non era così. Ogni sera, dopo la camomilla preparata da Gianfranco, mio marito, i sintomi peggioravano. Ed è proprio quella camomilla a non convincermi.

Mia figlia Concetta viveva a Bologna da otto anni, lontana dalle colline tra Ascoli e Offida dove avevamo costruito la nostra azienda vitivinicola. Quando le confessai i miei sospetti, lei non esitò: “Mamma, devi fare gli esami del sangue. E non dirlo a papà. ” Così, in segreto, raccolsi i campioni e li portai a lei per un’analisi completa sui metalli pesanti.
Il risultato mi gelò il sangue: arsenico, a dosi crescenti ma costanti. Il dottor Sabatini, un medico di mia figlia, fu chiaro: “Questo non è un caso di contaminazione alimentare. L’arsenico in questi quantitativi, assunti ogni giorno, è un avvelenamento premeditato. ” La sua voce era ferma, ma io tremavo.
Chi voleva uccidermi? La risposta mi venne poche settimane dopo, quando il notaio Astolfi, in pensione da vent’anni, mi rivelò che la polizza vita intestata a mio nome era stata recentemente aumentata fino a una cifra che non lasciava spazio a dubbi. Ricordai che Gianfranco aveva sempre gestito la contabilità di famiglia. Ricordai le sue chiamate in segreto, il telefono che chiudeva di scatto quando entravo in cucina, il sorriso forzato con cui mi porgeva la tazza fumante ogni sera.
Ma la prova definitiva arrivò quando la nostra telecamera nascosta, installata su consiglio di Marilena, la mia migliore amica, catturò l’immagine di mia cognata Donatella Sperti mentre versava qualcosa nella mia tisana. Non era solo Gianfranco. Donatella, da anni, desiderava consolidare la sua posizione nell’azienda e formalizzare una relazione con mio marito. Insieme avevano progettato tutto: la mia morte lenta, l’eredità, la vita insieme.
La loro arroganza fu la loro rovina. Ma se non avessi insistito per quei controlli, oggi non sarei qui a raccontarlo. La polizia li arrestò entrambi, con le prove documentali e video in mano. Al processo, Gianfranco fu condannato all’ergastolo per l’omicidio volontario di un’altra donna, una certa Nunzia Salis, morta vent’anni prima nelle stesse circostanze sospette.
E per il tentato omicidio nei miei confronti, a trent’anni di reclusione. Donatella, invece, ottenne una pena ridotta in cambio della testimonianza contro di lui. Uscendo dal tribunale, sotto un sole di giugno, Marilena mi abbracciò forte e mi sussurrò: “Sei più forte di quanto pensi. ” Vendetti gran parte dei beni dell’azienda e mi trasferii in una piccola casa sul mare, dove ogni notte il rumore delle onde copriva i ricordi.
Restai al telefono con Concetta per ore, ripercorrendo ogni passo di quella lotta. Solo quando, al tramonto, buttai la tazza incriminata in mare, capii di essere davvero libera.


