Mio figlio mi ha detto “arrangiati” al telefono, mentre ero in ospedale con un elettrocardiogramma anomalo e la macchina in officina. Aveva una riunione con i Fontana, un pranzo di lavoro, i…

Mio figlio mi ha detto "arrangiati" al telefono, mentre ero in ospedale con un elettrocardiogramma anomalo e la macchina in officina. Aveva una riunione con i Fontana, un pranzo di lavoro, i...

Il telefono squillò alle 7:42 di un mercoledì mattina di gennaio. Il suono rimbalzò per tutta la casa vuota, quel silenzio pieno di assenza che resta quando qualcuno è morto e qualcun altro è rimasto. Ero seduto nella poltrona del soggiorno, quella col bracciolo sinistro consumato, e guardavo il leggio vuoto nell’angolo. Non ci mettevo uno spartito da quattro anni, da quando Mirella se n’era andata.

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Il telefono squillò di nuovo, undici squilli, poi silenzio, poi altri nove. Qualcuno insisteva. Mi alzai con la lentezza di un uomo che sa che qualcosa non va, ma non vuole ancora ammetterlo. Camminai fino alla cucina tenendomi ai mobili.

La cucina era esattamente come l’aveva lasciata Mirella: i barattoli di vetro con le etichette scritte a mano, la caffettiera sul fornello, il calendario del Duomo di Verona con le date dei compleanni segnate in rosso. E tra quelle date c’era ancora il 14 marzo, il compleanno di mio figlio Massimo. Il telefono squillò ancora. Stavolta risposi.

Era la dottoressa Vanoli, la mia medica di base. Mi disse che aveva ricevuto i risultati dell’ultimo elettrocardiogramma e che c’era un’anomalia che voleva approfondire. Dovevo vederla oggi, al Sant’Anna, entro le 10. Le dissi che la macchina era in officina, che non avevo modo di arrivarci.

Mi chiese se avevo qualcuno che potesse accompagnarmi. Dissi: “Ho un figlio. ” Chiamai Massimo alle 8:14. Rispose con quella voce che usava quando era occupato, una voce che negli anni avevo imparato a riconoscere come si riconosce un accordo minore.

“Papà, buongiorno. Scusa se ti disturbo. ” Avevo detto “scusa” a mio figlio, come se chiamarlo fosse un’intrusione. “Dimmi papà, ho una riunione tra 10 minuti.

” Gli spiegai della dottoressa, dell’elettrocardiogramma, della macchina in officina. “Potresti portarmi tu? ” Silenzio. Non il silenzio di chi sta pensando, ma quello di chi ha già deciso e sta solo scegliendo le parole.

“Papà, oggi proprio non posso. Ho la riunione con i Fontana alle 10:00, poi pranzo di lavoro, poi nel pomeriggio ho i bilanci da chiudere. È un periodo complicato. ” Mi aggrappai a quella parola, “complicato”, come ci si aggrappa a una nota che non risolve.

“Massimo, la dottoressa ha detto oggi, non domani. ” Un sospiro. Il tipo di sospiro che un figlio non dovrebbe mai fare quando suo padre gli chiede aiuto. “E l’ambulanza?

” “Non ho bisogno dell’ambulanza, Massimo. Ho bisogno di un passaggio, 25 minuti di macchina. ” Un altro silenzio, più lungo. Poi le parole che sarebbero rimaste con me per il resto della mia vita: “Papà, non è un mio problema.

Chiama qualcun altro, arrangiati. ” Non un insulto, peggio: un congedo. La parola che si usa quando qualcosa non ti riguarda più. Restai in silenzio per tre secondi, li contai.

Poi dissi: “Va bene. ” Due parole, con la voce di un uomo che ha appena capito qualcosa che sapeva già da molto tempo. Riattaccai. Guardai il calendario di Mirella, il 14 marzo cerchiato in rosso.

Poi presi il cellulare e chiamai Beppino. Giuseppe Torresani, detto Beppino, 73 anni, baritono nel coro di San Zeno per 28 anni. Rispose al primo squillo. “Nino, come stai?

” “Beppino, ho bisogno di un favore. La dottoressa vuole vedermi al Sant’Anna stamattina. La macchina è in officina e non ho nessuno che mi porti. ” “Dammi 5 minuti.

Tolgo Figaro dal sedile e vengo. ” Cinque minuti. Nessuna riunione da controllare, nessun pranzo di lavoro, nessun sospiro. Questo era tutto ciò che serviva.

Mi preparai lentamente. Mi misi la camicia azzurra, quella buona, quella che Mirella mi aveva regalato per i miei 78 anni. Mi pettinai i capelli bianchi davanti allo specchio. Lo specchio mi restituì la faccia di un uomo vecchio, vecchio nel modo in cui lo sono gli uomini che hanno perso la donna che amavano e il figlio che avevano cresciuto.

Beppino suonò il claxon alle 8:37. Scesi le scale tenendomi al corrimano. La Kangu celeste era lì, col motore acceso e Figaro che mi guardava dal finestrino posteriore. Salii.

Il sedile del passeggero aveva ancora il giornale, e sopra c’erano dei peli di Figaro che Beppino cercò di togliere con la mano. “Lascia stare Beppino”, gli dissi. “Ho avuto un cane anch’io una volta. ” Beppino non chiese cosa avevo, non chiese perché andavamo all’ospedale, non chiese perché non mi portava Massimo.

Mise la prima, uscì dal parcheggio, prese la strada per San Bonifacio. La radio era accesa bassa, e a un certo punto uscì una canzone di Tenco, “Ho capito che ti amo”, e Beppino la canticchiò sottovoce. Io guardai fuori dal finestrino le colline veronesi nella luce fredda di gennaio e pensai che il mondo era pieno di persone come Beppino, persone che si presentavano senza chiedere, che toglievano il cane dal sedile e venivano. E pensai a Massimo, alla Volvo grigia, alla riunione con i Fontana, all'”arrangiati”.

Non pensai con rabbia. Non ero un uomo rabbioso. In 82 anni non avevo mai alzato la voce con nessuno. La rabbia non è musica, la rabbia è rumore.

Pensai a Massimo con qualcosa che non aveva un nome preciso, qualcosa che stava tra la tristezza e la rassegnazione, la consapevolezza che certe cose, una volta rotte, non si aggiustano. Arrivammo al Sant’Anna alle 9:12. Beppino parcheggiò vicino all’ingresso. Mi accompagnò fino alla porta, non dentro, perché sapeva che c’era un confine tra l’accompagnare e l’invadere.

“Nino, io resto qui, prendo un caffè al bar di fronte e aspetto. Se hai bisogno chiami. E se ti chiedono come ti senti, digli la verità. Per una volta nella vita digli la verità.

” Sorrise. Entrai. L’ospedale aveva quell’odore che hanno tutti gli ospedali del mondo, un’atmosfera di disinfettante e di attesa. Mi presentai all’accettazione.

Una donna giovane, capelli scuri raccolti, occhi gentili, mi chiese nome e cognome. “Damiani Severino, nato il 7 novembre 1943. ” Si fermò un secondo, mi guardò, poi sorrise. “Damiani, il maestro Damiani, quello del coro di San Zeno.

” “Sì”, dissi, “quello del coro. ” “Mia nonna cantava nel suo coro”, mi disse. “Soprano, Elena Marchetti. ” “La ricordo benissimo.

Come sta? ” “È mancata due anni fa. Ma parlava sempre di lei. Diceva che dirigere con lei era come pregare, solo che la preghiera aveva il ritmo giusto.

” Restai in silenzio. Elena Marchetti, due anni fa, e io non l’avevo saputo. A 82 anni le cose scivolavano via come le note di una partitura che leggi troppo in fretta. Mi sedetti nella sala d’attesa.

Sedie di plastica azzurra, un televisore in alto, una finestra che dava sul parcheggio. Vidi la Kangu celeste di Beppino ferma sotto un platano spoglio. Il petto premeva ancora, come un crescendo lento. L’infermiera arrivò dopo 5 minuti.

Si chiamava Agatha, lo lessi sul cartellino. Mi prese il braccio con fermezza. “Piano, signor Damiani, non c’è fretta. ” Mi accompagnò lungo un corridoio, in una stanza con una barella e un monitor e una finestra che dava su un cortile interno con un albero di magnolia spoglio.

Mi fecero sdraiare, mi attaccarono gli elettrodi al petto. Agatha mi tolse la camicia azzurra con delicatezza, come se sapesse che quella camicia significava qualcosa. La dottoressa Vanoli arrivò alle 9:46. “Signor Damiani, mi fa piacere che sia riuscito a venire.

Come si è sentito stamattina? ” “Il petto preme”, dissi. “Da quando mi sono svegliato. Come una mano.

” Annuì. Fecero l’esame, poi un altro, poi un prelievo di sangue, poi un’attesa. Guardai il soffitto. Le macchie di umidità formavano disegni irregolari che sembravano carte geografiche di posti che non esistevano.

Pensai a Mirella, a come sarebbe stata seduta accanto a me adesso, con la sua borsetta sulle ginocchia, e mi avrebbe detto che sarebbe andato tutto bene, con la voce di chi non ne è sicura, ma lo dice lo stesso, perché dirlo è un atto d’amore. Ma Mirella non c’era, e Massimo non c’era. La dottoressa Vanoli tornò alle 11:25. Si sedette sullo sgabello accanto alla barella.

“Signor Damiani, quello che abbiamo trovato è un evento cardiaco lieve, non un infarto completo, ma il suo cuore le sta mandando un segnale. Dobbiamo tenerla in osservazione almeno 24 ore. Aggiustare i farmaci, fare altri esami. Domattina.

Ha qualcuno da avvisare? ” La domanda più semplice del mondo. “Ho un amico nel parcheggio”, dissi. Non disse niente, ma vidi qualcosa nel suo sguardo che assomigliava a comprensione, non pietà.

Mandai un messaggio a Beppino: “Mi tengono stanotte. Evento cardiaco lieve, stabile, vai a casa. ” La risposta arrivò in 32 secondi: “Vengo su un momento. ” Beppino entrò nella stanza con Figaro sotto il braccio, cosa che era sicuramente vietata dal regolamento ospedaliero, ma che nessuno ebbe il coraggio di fermare.

Posò Figaro sulla sedia. Il cane si acciambellò immediatamente. “Come stai davvero? ” “Il cuore fa i capricci”, dissi, “ma sono qui.

” Annuì. Si sedette, non chiese altro. Restò un’ora. Parlammo del coro, dei vecchi tempi, di quando avevamo fatto il concerto di Natale nel 2008 e la pioggia aveva allagato il sagrato, e la soprano Giuliana Tessari era quasi caduta durante il Magnificat, e io avevo smesso di dirigere per un battito per assicurarmi che stesse bene, e il coro aveva continuato a cantare senza di me per quattro misure perfette.

“Fu il momento più bello della mia carriera”, dissi a Beppino. “Quando ho scoperto che potevano andare avanti senza di me. ” Beppino mi guardò. “Non è il momento più bello, Nino, è il momento più triste, perché è il momento in cui capisci che hai fatto troppo bene il tuo lavoro.

” Restammo in silenzio. Figaro russava. Il monitor faceva il suo bip regolare, come un metronomo impostato su 60 battiti al minuto. Beppino se ne andò alle 12:40.

Mi strinse la mano. “Torno domattina”, disse. “Porto i biscotti della Lucia. ” Uscì con Figaro sotto il braccio.

La porta si chiuse, la stanza tornò silenziosa. Guardai il telefono. Nessun messaggio da Massimo, nessuna chiamata. Il telefono era muto come un organo chiuso.

Dormii poco quella notte. L’ospedale di notte è un mondo diverso. Pensai a tante cose. Pensai a Mirella, a come avrebbe reagito se avesse saputo di Massimo e dell'”arrangiati”.

Non avrebbe urlato. Mirella non urlava mai. Avrebbe fatto quel suo modo con la bocca, quel modo che significava “Sono delusa, ma non sorpresa”. Pensai a mio padre Arturo, operaio alla Mondadori, morto nel 1987 di un cancro ai polmoni.

Una volta mi aveva detto: “Nino, nella vita le persone ti mostrano chi sono. Non credergli quando te lo dicono, credici quando te lo mostrano. ” Massimo me lo aveva mostrato. “Arrangiati.

” Pensai anche a me, a quello che non avevo fatto. Pensai alle prove del coro, a tutte le sere che ero uscito di casa alle 7:00 e non ero tornato prima delle 11:00. A tutti i compleanni di Massimo in cui ero arrivato in ritardo perché c’era il concerto da preparare. A quella volta che Massimo aveva 12 anni e aveva la recita di fine anno a scuola, e io non c’ero perché avevo il concerto di Pasqua alla Basilica.

Il mattino dopo avevo trovato il biglietto di invito nel cestino della carta straccia, stropicciato e buttato via da una mano piccola che aveva capito che papà non sarebbe venuto. Non ci avevo pensato per anni, decenni. Avevo sepolto quel ricordo sotto strati di musica e di applausi. Ma la sedia vuota alla recita di mio figlio era rimasta lì.

La sedia vuota nella sala prove del coro, dove Massimo non si era mai seduto, dove io avevo messo un cuscino una volta, 30 anni fa, e gli avevo detto: “Vieni a sentire il coro stasera. ” E lui era venuto e si era seduto su quel cuscino e aveva ascoltato per mezz’ora e poi mi aveva detto: “Papà, posso andare a casa? ” E io gli avevo detto: “Ancora un po’, ancora un pezzo, solo il Kyrie. ” E lui era rimasto, e il Kyrie era diventato il Gloria, e il Gloria era diventato il Sanctus.

E quando avevo finito e mi ero girato, la sedia era vuota e il cuscino era ancora caldo. Massimo era andato a casa da solo nel buio di una sera di ottobre, a 13 anni, perché suo padre aveva il coro e il coro era più importante. Non era più importante, non lo era mai stato. Ma Massimo non lo sapeva perché io non glielo avevo mai detto.

Nella famiglia Damiani gli uomini facevano, non dicevano. E il fare era l’amore. Ma il fare non basta se non ci sei. Io per 42 anni c’ero stato nella basilica e nel conservatorio, e non c’ero stato alla recita di fine anno.

Non c’ero stato al primo giorno di liceo, non c’ero stato quando Massimo aveva avuto l’appendicite a 16 anni e Mirella lo aveva portato all’ospedale da sola perché io ero a Vicenza per un concorso corale. Non c’ero stato quando aveva dato la maturità, non c’ero stato quando aveva aperto lo studio in via Mazzini. C’ero stato, certo, fisicamente, tecnicamente, legalmente. Avevo firmato le autorizzazioni scolastiche e pagato le rette dell’università e fatto il discorso al matrimonio con Elena.

Un discorso che tutti avevano trovato bellissimo e che io avevo scritto in mezz’ora la sera prima perché avevo la prova generale del Requiem di Mozart il giorno dopo. Non avevo avuto tempo. Eccola la frase. La frase che i padri dicono quando non vogliono dire la verità.

Il tempo non finisce, il tempo è una scelta. E io avevo scelto la musica. Ogni giorno per 42 anni avevo scelto la musica, e Massimo lo sapeva, l’aveva sempre saputo. E forse in quel mercoledì di gennaio, quando lo avevo chiamato alle 8:14 chiedendogli un passaggio, lui non aveva detto “arrangiati” per cattiveria.

Forse l’aveva detto perché era la prima parola che gli era venuta in mente, la stessa parola che io, senza mai pronunciarla, gli avevo detto per decenni con le mie assenze. “Arrangiati Massimo, papà ha il coro. Arrangiati Massimo, papà ha il concerto. Arrangiati Massimo, papà ha la musica.

” La parola mi colpì come un accordo dissonante nel silenzio della notte. E per la prima volta in 82 anni mi chiesi se Massimo non stesse semplicemente restituendo quello che aveva ricevuto. Non lo giustificava. Un figlio non dice “arrangiati” a un padre che ha bisogno di andare in ospedale.

Ma lo spiegava. E c’è una differenza enorme tra giustificare e spiegare. Il mattino dopo, giovedì, mi svegliai alle 6:00. Il petto era più leggero, la mano invisibile si era tolta durante la notte, o forse era ancora lì, ma più lieve, come un pianissimo dopo un forte.

Agatha venne a controllarmi alle 6:30. “Come ha dormito, signor Damiani? ” “Come si dorme a 82 anni in un ospedale”, le dissi. “A intermittenza.

” Sorrise. “Le porto il caffè? ” “Se è come quello di ieri, preferisco l’acqua. ” Rise.

“Le porto il caffè buono”, disse, “quello della macchinetta del personale, non lo dica a nessuno. ” Mi portò il caffè. Era effettivamente migliore. Lo bevvi a piccoli sorsi guardando la magnolia e pensando che in primavera quell’albero sarebbe stato pieno di fiori bianchi.

La dottoressa Vanoli passò alle 8:00. “Esami del sangue buoni”, disse. “Il cuore si è calmato, ma dobbiamo modificare la terapia e farle un ecocardiogramma prima di dimetterla, probabilmente nel pomeriggio. ” “Grazie, dottoressa.

” “Ha qualcuno che viene a prenderla? ” “Beppino”, dissi, “lo stesso amico di ieri. ” Annuì. Poi, con delicatezza: “Suo figlio è stato avvisato?

” La domanda cadde nella stanza come una foglia che si stacca da un ramo. “Mio figlio sa dove trovarmi”, dissi. E la frase era vera in senso letterale e falsa in senso profondo. La mattina passò lenta.

Beppino arrivò alle 10:00 con i biscotti della Lucia in una scatola di latta decorata con un paesaggio alpino. I biscotti erano perfetti, burro, mandorle e una punta di limone. Li mangiai nel letto mentre Beppino mi raccontava che Figaro aveva inseguito un gatto nel giardino la sera prima e si era incastrato sotto la siepe, e che lui aveva dovuto tagliare tre rami di bosso per liberarlo, e che la Lucia gli aveva detto che il cane era peggio di un figlio, perché almeno i figli non inseguono i gatti. Beppino si accorse di quello che aveva detto un secondo dopo averlo detto.

Vidi il suo viso cambiare. “Nino, io non intendevo. ” “Lo so, Beppino, mangia un biscotto. ” Ne prese uno, lo masticò in silenzio, poi disse a voce bassa, senza guardarmi: “Massimo non è venuto, vero?

” “No. Non ha chiamato. No. ” Un lungo silenzio.

Beppino guardava i rami spogli della magnolia, come se ci fosse scritto qualcosa. Non disse niente. Non disse quello che chiunque avrebbe detto, quel figlio ingrato o che vergogna. Non disse niente, perché Beppino era un uomo che sapeva che certe cose non hanno bisogno di parole.

Ma io vidi il suo viso, e nel suo viso vidi rabbia, rabbia per procura, la rabbia che provano le persone buone quando vedono le persone che amano trattate male da persone che dovrebbero amarle. “Beppino”, gli dissi, “ho bisogno di fare una telefonata. Ti dispiace lasciarmi solo per qualche minuto? ” Mi guardò, capì, prese la scatola di biscotti, la posò sul comodino, mi strinse la spalla una volta forte e uscì.

Restai solo. Presi il telefono. Non chiamai Massimo. Chiamai Paolo Zenatti, l’avvocato.

L’uomo che aveva gestito la successione di Mirella, che aveva redatto il mio testamento nel 2021. Rispose al terzo squillo. “Studio Zenatti, buongiorno. ” “Paolo, sono Severino Damiani.

” “Signor Damiani. Come sta? ” “Sono in ospedale, Sant’Anna di San Bonifacio. Un evento cardiaco lieve, stabile.

” “Mi dispiace sentirlo. Posso fare qualcosa? ” “Sì”, dissi. “Può venire qui oggi?

” Una pausa breve, professionale. “Di che si tratta? ” “Devo modificare il testamento. ” Il silenzio che seguì fu diverso da tutti gli altri.

Era il silenzio di un professionista che capisce che quello che sta per succedere è serio, definitivo, irreversibile. “Sarò lì alle 2:00”, disse. “Porti il documento attuale? ” “Ce l’ho in archivio, lo stampo e lo porto.

” “Grazie Paolo. ” “Signor Damiani. Si riposi, ci pensiamo al resto nel pomeriggio. ” Riattaccai.

Guardai il soffitto. Le macchie di umidità erano ancora lì, ma adesso vedevo anche qualcos’altro. Vedevo un percorso, una direzione, come quando studi uno spartito per la prima volta e all’inizio sembra un caos, e poi piano piano la struttura emerge, la logica appare, la musica prende forma. Sapevo dove stavo andando.

Lo sapevo da prima di chiamare Paolo. Lo sapevo forse da quel momento, alle 8:14 di mercoledì mattina, quando la voce di mio figlio aveva detto “arrangiati” e io avevo risposto “Va bene” con la calma di un uomo che ha appena sentito l’ultimo accordo di un pezzo che durava da 55 anni. Non era una decisione impulsiva. Era lì da tutte le volte che Massimo non era venuto a Natale e aveva mandato un messaggio.

Era lì da tutte le volte che avevo aspettato una telefonata per il mio compleanno e la telefonata era arrivata alle 11:00 di sera con la fretta di chi sta spuntando una voce dalla lista. Era lì da tutte le volte che avevo chiesto a Massimo di venire a pranzo la domenica e lui aveva detto “Magari la prossima”. E la prossima non veniva mai. E il pranzo della domenica era diventato il pranzo del mercoledì, era diventato un caffè al bar, era diventato niente.

Paolo Zenatti arrivò alle 2:05. Completo grigio scuro, cartella di pelle marrone, penna d’argento nel taschino. Si sedette sulla sedia accanto al letto. La conversazione durò 47 minuti.

Non vi dirò ogni parola. Alcune cose meritano la loro riservatezza. Ma vi dirò questo. Lasciai la casa di via Seminario Vecchio, quella dove ero nato e dove avevo portato Mirella la prima notte dopo il matrimonio, alla Fondazione Arena di Verona, con il vincolo che una stanza, lo studio al piano terra, venisse destinata a sala prove per giovani musicisti del quartiere.

Lasciai il pianoforte Mezza Coda Bechstein del 1972, quello che Mirella mi aveva regalato per i nostri 25 anni di matrimonio, alla Fondazione Arena per la sala prove. Lasciai gli spartiti originali, la collezione di 72 anni di musica, le partiture annotate a mano, le correzioni a matita che erano la traccia del mio pensiero musicale, al Conservatorio dell’Adige, dove avevo insegnato per 19 anni. Lasciai i risparmi, 181. 000 euro, frutto di 42 anni di stipendio e di lezioni private e di concerti, metà alla Fondazione Arena, metà al rifugio Enpa di Verona, perché Mirella aveva amato i cani più delle persone, e io avevo promesso una notte in cui lei stava male e io le tenevo la mano, che i suoi soldi sarebbero andati dove il suo cuore era sempre stato.

E a Massimo lasciai la Fiat Punto, quella col problema alla frizione, quella che valeva 1. 500 euro se andava bene, e lasciai una lettera. Non una lettera di rabbia, non una lettera di vendetta. Una lettera che avevo cominciato a scrivere nella mia testa durante la notte, tra un bip del monitor e l’altro.

Una lettera che cominciava così: “Massimo, questa non è una punizione, è una spiegazione. E forse se la leggerai con attenzione capirai che la colpa non è tutta tua. ” Non vi leggo il resto, non ancora, forse un giorno, forse mai. Paolo chiuse la penna, ripiegò i fogli, li mise nella cartella.

“Signor Damiani”, mi disse, e la sua voce era quella di un uomo che fa il suo lavoro da 30 anni e che ogni tanto, in certe stanze, con certe persone, sente ancora qualcosa che somiglia al rispetto. “Le farò avere i documenti definitivi entro lunedì. Li firmerà nel mio studio quando sarà dimesso. ” Si alzò, mi strinse la mano, poi sulla porta si voltò.

“Signor Damiani”, disse, “la mia prima comunione, 1970, chiesa di San Zeno. Il coro cantava l’Ave Verum di Mozart. Avevo 8 anni, non capivo le parole, ma la musica mi è rimasta qui dentro. Non l’ho mai dimenticata.

” Mi indicò il petto. “Proprio qui, dove lei sta avendo i problemi adesso. ” Mi guardò. Sorrise un sorriso brevissimo, il tempo di una croma.

“Si riguardi, maestro. ” Uscì. La porta si chiuse piano. Il monitor bippava.

La magnolia era sempre lì, spoglia e paziente. E io rimasi nel letto con gli elettrodi sul petto e la consapevolezza che quello che avevo appena fatto non si poteva disfare. Non perché fosse irrevocabile legalmente, i testamenti si cambiano, si modificano, si strappano. Ma perché era irrevocabile dentro di me.

Perché una volta che pronunci certe note, una volta che la musica esce e si disperde nell’aria, non la puoi richiudere dentro lo strumento. Mi dimisero venerdì mattina alle 11:00. Beppino venne a prendermi con la Kangu e i biscotti della Lucia e Figaro che mi leccò la mano quando salii in macchina, come se non mi vedesse da un mese. Tornai a casa.

La casa era fredda. Il riscaldamento si era spento perché avevo dimenticato di programmare il timer prima di uscire mercoledì mattina. Accesi il riscaldamento, misi su la caffettiera, mi sedetti nella poltrona col bracciolo consumato, guardai il leggio vuoto, guardai il telefono. Nessun messaggio da Massimo.

Due giorni, un evento cardiaco, una notte in ospedale, una dimissione. Nessun messaggio, nessuna chiamata, nessuna domanda. Il caffè salì con quel gorgoglio che la moka faceva sempre, quel suono che era la colonna sonora della mia vita domestica. Bevvi il caffè nella tazzina buona, quella col bordo dorato che Mirella aveva comprato a Murano in viaggio di nozze nel 1976.

Il telefono squillò alle 4:00 del pomeriggio. Squillò il cellulare, non il fisso. Guardai lo schermo. Massimo.

Lasciai squillare. Non per strategia, non per vendetta. Lasciai squillare perché non avevo niente da dire. Non ancora.

Non così. Squillò sette volte, poi silenzio, poi di nuovo nove squilli, poi un messaggio, non lo lessi, poi un altro. Poi una chiamata, poi un’altra, poi tre in fila, poi un momento di pausa, poi altre due. Contai le chiamate come contavo le battute.

1, 2, 3, 7, 8, 9, 15, 16, 17. Il telefono vibrava sul tavolo della cucina come uno strumento che qualcuno sta suonando troppo forte, con troppa urgenza, con troppa disperazione. 27, 28, 29. Bevvi un altro caffè.

Guardai fuori dalla finestra. Il sole di gennaio stava calando sulle colline veronesi, dipingendo il cielo di arancione e viola. 34, 35. Qualcuno bussò alla porta.

Non il campanello, la porta. Tre colpi. Il tipo di colpi che fa una persona che ha fretta, che ha paura, che ha bisogno. Aprii.

Massimo era sul pianerottolo. La Volvo grigia parcheggiata in doppia fila con le quattro frecce accese, il cappotto sbottonato, la cravatta allentata, il viso di un uomo che non aveva dormito. “Papà. ” Non “buongiorno”, non “come stai?

“, “Papà. ” Ma questa volta la parola suonava diversa. Questa volta non era un titolo, era una richiesta. Lo guardai.

Vidi suo padre, vidi il bambino che piangeva il primo giorno di scuola, vidi il ragazzino seduto sul cuscino nella sala prove che ascoltava il Kyrie e che a un certo punto se n’era andato nel buio. Vidi tutto, tutto in una volta, come quando dirigi un pezzo per la centesima volta e per la prima volta senti tutte le voci insieme. “Papà, io non ho saputo che eri in ospedale fino a… ” “Ti ho chiamato mercoledì mattina, Massimo, alle 8:14.

” “Lo so, lo so, ma io non pensavo che fosse serio. ” Un silenzio lungo, doloroso. “Pensavo che fosse… Non lo so, papà, non lo so cosa pensavo.

” Lo guardai e vidi qualcosa che non mi aspettavo. Non la rabbia, non la paura del denaro. Vidi vergogna. Vergogna vera, quella che non si finge, quella che arriva quando una persona si guarda allo specchio e vede per la prima volta quello che tutti gli altri vedevano da anni.

Non lo feci entrare. Non perché fossi arrabbiato, non lo ero. Non perché volessi punirlo, non volevo. Non lo feci entrare perché non ero pronto.

Perché certe conversazioni non si fanno sulla soglia di una porta alle 6:20 di sera, con il cuore che è ancora convalescente e la mente che ha bisogno di tempo, di tempo vero, non del tempo delle riunioni e dei pranzi di lavoro, ma del tempo profondo, quello che serve per capire se vuoi perdonare o se vuoi solo andare avanti. “Massimo”, gli dissi, e la mia voce era calma, ferma, esattamente la voce che usavo quando davo l’attacco al coro per il pezzo più difficile del programma. “Non stasera. ” I suoi occhi si riempirono non di lacrime, ma di qualcosa di peggio: di comprensione.

La comprensione che arriva quando capisci che la persona davanti a te ti sta dicendo “non stasera” con la stessa gentilezza con cui ti ha detto “va bene” due giorni prima. “Papà, la cosa del testamento… ” “E non è il testamento, Massimo. ” “Allora cosa?

” La domanda restò nell’aria tra noi come un accordo irrisolto. Non risposi. Perché la risposta era troppo lunga, troppo profonda, troppo piena di recite di fine anno e cuscini caldi e sere di ottobre e mercoledì mattina e “arrangiati”. “È tutto”, dissi.

“È tutto. ” Chiusi la porta. Non la sbattei. La chiusi come si chiude uno spartito alla fine di un pezzo, con cura, con rispetto, con la consapevolezza che la musica è finita, ma che il silenzio che segue ne fa parte.

Tornai nella poltrona. Il bracciolo consumato. La luce era andata via, la stanza era in penombra, il leggio nell’angolo era un’ombra scura che sembrava una persona in piedi che aspettava. Il telefono squillò ancora.

36, 37, 38 chiamate in un giorno. Lo spensi. Il silenzio tornò. Quel silenzio specifico, quel silenzio che non è vuoto, ma è pieno di assenza.

Ma stavolta il silenzio era diverso. Non era il silenzio della mancanza, era il silenzio della scelta. Il silenzio di un uomo che ha deciso, con la stessa precisione con cui dava l’attacco a un coro di 40 voci, che il prossimo movimento della sua vita sarebbe stato diverso da tutti quelli precedenti. Il sabato mattina andai da Giancarlo a ritirare la Fiat Punto.

La frizione era a posto. Giancarlo non mi fece pagare la manodopera. “Perché veniamo a sentire il coro ogni Natale”, disse, “e la musica costa più di una frizione. ” E io gli strinsi la mano e non dissi niente, perché certe gentilezze non hanno bisogno di risposta, hanno bisogno di memoria.

La domenica mattina andai alla basilica di San Zeno. Non per la messa. Non ero un uomo di messa, ero un uomo di musica. Entrai dalla porta laterale, quella che dà sul chiostro, quella che usavamo per le prove.

La basilica era vuota. Le navate romaniche si allungavano nel buio tiepido, le colonne di pietra rosa di Verona che reggevano gli archi da 900 anni senza lamentarsi. Andai nella sala prove. La porta era aperta, la luce entrava dalla finestra alta che dava sul cortile.

E lì nell’angolo c’era la sedia. La sedia dove Massimo si era seduto sul cuscino 30 anni prima. La sedia che era rimasta vuota da allora. La sedia dove nessun altro si era mai seduto, perché io non l’avevo mai spostata.

L’avevo lasciata lì come si lasciano le cose che non si ha il coraggio di buttare e non si ha il motivo di tenere. Mi sedetti sulla sedia del direttore, di fronte al leggio senza spartito, senza coro, senza niente. E nel silenzio di quella sala prove vuota, con la luce di Verona che entrava dalla finestra e illuminava la polvere che danzava nell’aria come note invisibili, pensai a Massimo e a Mirella e a mio padre e a Elena Marchetti soprano e a Beppino baritono e a Figaro il cane e a Tosca la setter. E a tutti i concerti e tutte le prove e tutte le sere di 42 anni passati in quella stanza a cercare la perfezione in qualcosa che per definizione non è perfetto, perché la musica fatta dalle voci umane non è mai perfetta, è sempre un po’ stonata, un po’ fuori tempo, un po’ imprecisa.

E quella imperfezione è la cosa più bella che esista, perché è la prova che siamo vivi, che siamo qui, che stiamo provando. Non so se ho fatto la cosa giusta con il testamento, con la porta chiusa, con il “non stasera”. Non lo so. Un direttore di coro passa la vita a prendere decisioni in una frazione di secondo.

Più forte qui, più piano là, rallenta, accelera, respira. E quasi sempre indovina. Ma qualche volta no, qualche volta l’accordo esce storto e la frase si spezza e il pezzo non va come doveva andare. E va bene così, perché anche le note stonate fanno parte della musica.

So che la sedia è ancora vuota. So che il telefono ha smesso di squillare dopo il trentottesimo tentativo e non ha più squillato. So che Beppino viene a prendermi il mercoledì e il sabato per portarmi a fare la spesa, e che Figaro mi lecca la mano ogni volta come se fosse la prima. So che la Lucia mi porta i biscotti al burro, e che don Alberto mi ha chiesto di tornare a dirigere almeno il concerto di Pasqua, e che io ho detto “ci penso”.

Che in bocca a un vecchio di 82 anni significa sì, ma ho bisogno di tempo. So che la magnolia fuori dalla finestra dell’ospedale, in primavera, avrà i fiori bianchi. So che non l’ho vista ancora, ma la immagino. E immaginare è quasi come vedere, quasi.

So che la lettera che ho lasciato a Massimo insieme al testamento dice cose che non ho mai detto a voce, perché nella famiglia Damiani gli uomini non dicono, fanno. E io ho fatto musica per 42 anni e ho fatto silenzio per 55, e adesso non so più quale dei due ha fatto più rumore. E so che se potessi tornare indietro a quella sera di ottobre in cui Massimo aveva 13 anni e se n’era andato dalla sala prove nel buio, mentre io dirigevo il Kyrie, non so cosa farei di diverso. Vorrei dire che poserei la bacchetta e lo rincorrerei e gli direi: “Massimo, vieni, siediti, ascolta con me.

La musica non è importante quanto te. ” Vorrei dirlo, ma non so se è vero. Non so se in quel momento, con il coro che cantava e le voci che salivano e la musica che riempiva la basilica come un oceano che riempie una grotta, non so se in quel momento avrei davvero posato la bacchetta. E questa incertezza è la cosa più onesta che vi posso dire.

La sedia è ancora vuota, il cuscino non c’è più, ma lo spazio è rimasto. E lo spazio in musica è tutto. È la pausa che dà significato alle note, è il silenzio che dà peso alle parole, è il vuoto che dà forma a tutto il resto. Mi chiamo Severino Damiani, mi chiamano Nino, ho 82 anni.

Sono un maestro di coro in pensione che vive a Verona in una casa troppo grande, con un leggio vuoto e un telefono che non squilla più. Ho un figlio che vive a 18 minuti di macchina e a una vita di distanza. Ho un amico con una Kangu celeste e un cane che si chiama Figaro. Ho un cuore che fa i capricci ma che batte ancora.

E se mi chiedete se ho fatto la cosa giusta, vi rispondo con l’unica cosa che so fare. Una pausa. Una lunga, lunga pausa, di quelle che il direttore tiene un attimo più del previsto, di quelle che il pubblico non capisce se è finita o se c’è ancora qualcosa che deve venire. Non lo so.

Non lo so ancora. Forse non lo saprò mai.