Mi chiamo Corrado Ferrante, ho cinquantanove anni e faccio il restauratore di libri antichi. Non parlo di quelli che incollano le copertine dei tascabili. Parlo di chi lavora con guanti di cotone, sotto una lampada a luce fredda, chinato su pagine che hanno quattro o cinquecento anni. La mia bottega si chiama Bottega Ferrante e sta al primo piano di un palazzo del Settecento nel centro di Isernia, in Molise.

Mio padre Alfredo me l’ha lasciata, insieme a una regola che non ho mai dimenticato: il danno che vedi non è mai il danno vero. Il danno vero è quello sotto la superficie, quello che si manifesterà tra vent’anni se oggi non lo trovi. Il tuo lavoro non è riparare ciò che è rotto, ma trovare ciò che sta per rompersi. Mio padre diceva anche che un restauratore senza schede è un bugiardo.
Ogni intervento su un volume va registrato: data d’ingresso, stato di conservazione, tipo di danno, materiali impiegati. La scheda è la memoria del libro. Senza scheda, il restauro non esiste. Io ho compilato sessantanove schede in sette anni.
Sessantanove fogli di carta acid free, scritti con inchiostro ferrogallico, quello che non sbiadisce. E quelle schede mi hanno salvato la vita. Non in senso figurato. In senso letterale.
Perché senza quelle pagine, mio figlio sarebbe ancora su una sedia a rotelle, e la persona che lo teneva lì sarebbe ancora seduta alla nostra tavola la domenica, a tagliare la scamorza affumicata con un coltello dal manico di corno. Mio figlio si chiama Emanuele. Quando cadde dalle scale della scuola media, aveva undici anni e mezzo. Era un martedì di novembre, il cielo grigio e compatto come un coperchio sulla valle del Volturno.
Corrideva nel corridoio del secondo piano, con quell’energia dei ragazzini che crescono più veloci del giudizio. Il pavimento era bagnato. Le signore delle pulizie avevano lavato durante l’intervallo. È un dettaglio che conta solo per le carte dell’assicurazione scolastica, non per questa storia.
Io ero in laboratorio quando squillò il telefono. Stavo applicando una velina giapponese su un incunabolo del 1482. Posai il pennello, mi tolsi i guanti e risposi. Era la segreteria della scuola.
Suo figlio è caduto dalle scale. Non sente le gambe. Abbiamo chiamato il 118. All’ospedale di Isernia, il dottor Mauro Colella ci accolse con un modo di parlare calibrato, pesato, come se ogni parola fosse stata scelta per non dire né troppo né troppo poco.
Lesione tra L3 e L4, compressione della struttura midollare, perdita di sensibilità e mobilità agli arti inferiori. Mia moglie Grazia si aggrappò al mio braccio con una forza che non le conoscevo. Lei pianse. Io no.
Guardai la lastra radiografica con lo stesso sguardo che uso quando esamino un foglio danneggiato. Prima valuti l’estensione del danno. Piangerai dopo, quando avrai capito quanto è profondo. Il dottor Colella ci disse che la riabilitazione sarebbe stata lunga e che il risultato non era garantito.
Io accettai che la strada fosse lunga. L’altra parte, quella di arrendermi, la rifiutai in silenzio. Le settimane che seguirono furono un tunnel senza orientamento. Risveglio alle cinque e un quarto, controllo dei segni vitali, sollevamento del corpo di un ragazzino di quarantacinque chili che non poteva collaborare con le proprie gambe.
Venti minuti di curve sulle strade del Molise per arrivare al centro di fisioterapia. Due ore di esercizi la mattina, il pranzo che Grazia preparava e che io consumavo senza sentire il sapore di niente. Il laboratorio restò chiuso per quattordici mesi. Tre mesi dopo l’incidente, il mio istinto di catalogatore prese il sopravvento sulla disperazione.
Presi un foglio vergine dal mio archivio e scrissi in alto a sinistra la data e una riga: Scheda 4471. Soggetto: Emanuele Ferrante. Stato di conservazione gravemente compromesso. Danno dichiarato: lesione midollare L3-L4 con paralisi degli arti inferiori.
Danno osservato: da verificare. In quella distinzione c’era già tutta la verità. Ma ci sarebbero voluti sette anni prima che la distanza tra le due righe diventasse troppo grande per essere ignorata. Devo parlarvi di Grazia nel modo giusto.
Il modo facile sarebbe descriverla come un mostro. Ma io lavoro con la verità dei materiali da trentadue anni, e un restauratore che mente sullo stato di un libro è un falsario. Non lo farò con la mia vita. Grazia era la donna che ho amato per vent’anni.
Figlia di un artigiano del ferro battuto, aveva la capacità di tenere in piedi una casa senza mai alzare la voce. Nelle settimane dopo l’incidente fu lei a prendere in mano tutto: gli specialisti, le modifiche in casa, la barra di sostegno nel bagno. Era la struttura portante. Io ero il contenuto.
Quello che misi anni a capire è che a volte la persona che sembra più solida è esattamente quella che ha qualcosa di enorme da nascondere. Non perché sia nata malvagia, ma perché a un certo punto ha aperto una porta che non è più riuscita a chiudere. Il controllo che esercitava su tutto non era più una virtù. Era una necessità di sopravvivenza.
La prima annotazione anomala sulla scheda porta la data del 12 marzo del secondo anno. Emanuele disse che sentiva un formicolio al ginocchio sinistro. Non un prurito superficiale, ma una sensazione che veniva da dentro, come se qualcosa si stesse risvegliando. Catalogai il dato.
Alla visita successiva, il dottor Colella mi guardò con un sorriso paternalistico e parlò di sensazioni fantasma. Non indicative di alcun recupero funzionale. Mi consigliò di non alimentare false speranze. Catalogai anche la sua risposta.
Il 4 aprile dello stesso anno vidi l’impossibile. Stavo cambiando una medicazione alla caviglia destra di Emanuele quando l’alluce del piede destro si mosse. Non un sussulto involontario. Un movimento direzionale, volontario, accompagnato dallo sguardo concentrato di mio figlio.
Portai l’informazione al dottor Colella. Non esaminò il piede, non chiese a Emanuele di riprodurre il movimento. Disse che era un riflesso, e poi aggiunse qualcosa che accese il primo segnale d’allarme: mi proibì di incentivare mio figlio. Qualsiasi tentativo del ragazzo di muoversi senza supervisione medica poteva causare danni irreversibili.
Nella scheda scrissi: la risposta del medico non è coerente con il dato osservato. Non ha verificato il movimento. Ha emesso un giudizio senza esame. Per capire la mia storia, dovete capire il mio mestiere.
Quando un volume arriva nel mio laboratorio, la prima cosa che faccio è guardarlo. Lo guardo per dieci minuti, a volte mezz’ora. Cerco i segni nascosti: il leggero inarcamento di un piatto che indica un’umidità pregressa, la variazione di colore tra due fascicoli che suggerisce una sostituzione di pagine. Il danno dice sempre la verità, anche quando tutti intorno mentono.
Il cuoio che si sbriciola non finge, la carta che si macchia non mente, la colla che cede non recita. È per questo che ho cominciato a trattare mio figlio come un libro da leggere. Non per cinismo. Perché il mio mestiere mi aveva insegnato che il modo migliore per arrivare alla verità è osservare i materiali con la stessa umiltà con cui osservo un manoscritto che ha attraversato guerre e incuria.
Il 17 giugno, Emanuele mi disse una cosa che non uscì più dalla mia testa. Eravamo nella sua stanza, la luce del Molise color ambra, lui a letto, io sulla sedia accanto. Papà, quando la casa è silenziosa, prima di dormire, sento come se le gambe volessero camminare. C’è un impulso che parte da dentro, scende lungo le cosce e arriva fino alle caviglie, ma non riesce a completare il percorso.
È come un libro che ha tutte le pagine, ma con l’ultima strappata. Un ragazzino di tredici anni usò una metafora sui libri perché sapeva che era l’unico linguaggio con cui suo padre poteva comprendere. La sera stessa ne parlai con Grazia. La sua risposta arrivò con una velocità che allora mi parve normale: è psicologico, Corrado.
Sono sensazioni fantasma. Ogni volta che gli dai corda, gli fai del male. Lui ha già sofferto abbastanza per colpa tua. Quella frase, per colpa tua, era un ago sottilissimo infilato nel mio senso di colpa.
Mi fece dubitare di quello che avevo visto con i miei occhi. Quando due persone diverse ti dicono la stessa cosa, finisci per accettare che l’errore è tuo. Due anni dopo l’incidente, Grazia trovò un impiego a Campobasso e prese in mano le finanze. Io lasciai fare.
Lei non mi rinfacciava mai il denaro in modo esplicito. Stava nel tono con cui diceva domani devo alzarmi presto. Stava nell’espressione che faceva quando menzionavo una spesa per Emanuele. Cose che isolate puoi ignorare, ma che sommate costruiscono un’architettura di colpa che ti si installa dentro.
C’era anche Luciano, il fratello di Grazia. Viveva a Napoli, faceva un lavoro che cambiava nome ogni volta che glielo chiedevi. Arrivava a casa nostra con quel sorriso troppo largo e ripartiva lasciando un vago disagio. Dopo l’incidente cominciò a venire molto più spesso.
Li vedevo parlare in cucina con la porta chiusa, o nel cortile dietro casa. Erano ombre. La diffidenza fa male finché non hai un nome da darle. Cominci a chiederti se puoi fidarti di quello che senti o se stai diventando pazzo.
Nel mio mestiere esiste il foxing: macchioline brune che compaiono sulla carta antica, un puntino alla volta, finché un giorno la pagina è coperta. Il foxing della mia famiglia era cominciato con una telefonata notturna, con una porta chiusa, con un tono di voce che cambiava di mezzo grado. Il 14 novembre del quarto anno, Grazia diede a Emanuele una pastiglia nuova prima di dormire. Disse che il dottor Colella l’aveva prescritta per il dolore lombare.
Il giorno dopo Emanuele dormì fino a mezzogiorno e quando si svegliò restò per quasi un’ora in confusione, rispondendo alle domande con un ritardo di secondi. Catalogai tutto. Una settimana dopo chiesi al dottor Colella di quel farmaco. Fu categorico: non aveva mai prescritto nulla di quella classe per Emanuele.
Quando ne parlai con Grazia, la sua reazione fu troppo pronta, come una risposta provata davanti allo specchio. Si era confusa con i nomi, disse, e aveva già buttato la confezione perché era scaduta. Non potei verificare nulla. Quella sera, in laboratorio, scrissi nella scheda: il danno dichiarato continua a non corrispondere al danno osservato.
La discrepanza si sta allargando. Il signor Domenico era il mio vicino di casa. Farmacista in pensione, vedovo, con un orto dietro casa organizzato come il bancone di una farmacia. Avevamo l’abitudine di chiacchierare alla siepe al mattino presto.
Trent’anni dietro un bancone ti insegnano un’oggettività quasi impossibile da trovare altrove. Quando decisi di chiedergli un parere su quel farmaco, gli mostrai solo il nome del principio attivo. Mi rispose con naturalezza: questo farmaco non ha nessuna indicazione per il dolore lombare da lesione midollare. In un adolescente provoca sonnolenza pesante e confusione al risveglio.
Non ha senso per il caso di tuo figlio. Lo ringraziai e feci due giri completi dell’isolato prima di tornare a casa. Non dissi nulla a Grazia. Quando hai solo l’ombra di un tradimento, parlare prima del tempo significa rischiare tutto.
Nella visita di settembre di quell’anno, il dottor Colella non c’era. La segretaria mi spiegò che era stato sospeso in via cautelare per un conflitto di interessi emerso durante un’ispezione. Il medico che ci visitò quel giorno si chiamava Andrea Ferretti. Aveva un modo diretto di parlare, e mi guardava negli occhi.
Prese il fascicolo di Emanuele e rimase in silenzio per cinque minuti. Non era il silenzio di chi processa una routine. Era il silenzio di chi trova qualcosa che non si aspettava. Poi esaminò Emanuele con un’attenzione che non avevo mai visto, e chiese qualcosa che il dottor Colella non aveva mai chiesto: Emanuele, prova a flettere la caviglia destra.
Il piede si mosse. Il dottor Ferretti guardò me, e nei suoi occhi c’era l’espressione di un perito che ha appena confermato una falsificazione. Mi chiese di attendere nel corridoio. Quando mi richiamò, appoggiò due lastre sul negativoscopio.
Queste due immagini sono di suo figlio. Questa è la lastra più recente. Questa è quella originale dell’incidente di sette anni fa. Anche un profano poteva vedere che le strutture erano diverse.
La lastra originale mostra soltanto una contusione lieve. Non c’è nessuna lesione midollare. Un danno del genere si risolve completamente in pochi mesi. La lastra più recente mostra una lesione grave tra L3 e L4.
Questa lesione non esisteva sette anni fa, e una lesione midollare non compare dal nulla. O queste lastre sono state sostituite, o i referti che ha ricevuto erano basati su immagini che non appartengono a suo figlio. Rimasi in silenzio. Era il silenzio del vuoto.
Guardai mio figlio. Emanuele era sul lettino e mi osservava con un’espressione che per sette anni avevo interpretato come rassegnazione. Ma quello che vidi in quel momento, e che non avevo mai saputo nominare, era paura. La carrozzina di mio figlio non era una necessità medica.
Era una prigione costruita da chi avrebbe dovuto proteggerlo, e il carceriere dormiva nello stesso letto in cui dormivo io. Il dottor Ferretti si avvicinò e abbassò la voce. Stasera non torni a casa. Porti il ragazzo in un posto sicuro e chiami le forze dell’ordine.
Non domani, stanotte. Perché quello che sto vedendo non è un errore medico. È un sistema. E chi gestisce un sistema del genere non si ferma quando scopre che qualcuno ha cominciato a capire.
Poi chiese il permesso di parlare da solo con Emanuele. Quando mi richiamarono, il dottor Ferretti mi disse: suo figlio ha qualcosa di importante da dirle, e ha chiesto che io rimanga nella stanza. Mi sedetti accanto a Emanuele e gli presi la mano. Lui respirò profondamente, come chi sta per posare un peso che porta da un’eternità.
Papà, io ho sempre saputo che sentivo le gambe. Non come prima, ma le sentivo. E riuscivo a muoverle un po’, molto più di quello che il dottor Colella diceva. Provavo da solo quando tu uscivi.
Facevo qualche passo reggendomi al letto o al muro del bagno. Ma ogni volta che cercavo di dirtelo, la mamma arrivava prima e diceva che era pericoloso. Diceva che potevo rompermi la colonna, che quello che sentivo era un’illusione. Mi ha fatto promettere che non te l’avrei detto.
Diceva che se te lo dicevo, tu avresti creato un’aspettativa enorme, e quando non fosse andata bene avresti sofferto troppo. Diceva che tu avevi già sofferto abbastanza per causa mia. Fece una pausa. E le medicine che ti dava la sera, papà, dopo che le prendevo mi spegnevo in fretta.
Il giorno dopo mi svegliavo con la testa confusa. A volte non ricordavo nemmeno cosa fosse successo il giorno prima. Quando ho detto al dottor Colella che riuscivo a muovere i piedi, lui ha telefonato alla mamma quel pomeriggio stesso. Lei si è arrabbiata molto.
Ha detto che stavo intralciando il trattamento. Dopo quel giorno ho smesso di parlare. Ebbi bisogno di uno sforzo sovrumano per mantenere un’espressione stabile. Emanuele, gli dissi, il fatto che tu sentissi le gambe non è mai stata colpa tua.
E il fatto che tu abbia taciuto per proteggermi mi dice tutto sull’uomo straordinario che sei diventato. Sei arrabbiato con me, papà? In nessun modo, figlio mio. In nessun modo.
Poi tirai fuori dalla tasca interna la scheda 4471, piegata in quattro, con i bordi consumati. Cos’è, papà? È una scheda di restauro dove ho annotato tutto su di te fin dall’inizio. Ogni miglioramento che descrivevi, ogni sensazione nuova, ogni volta che il dottor Colella diceva che non era niente, e ogni cosa che tua madre diceva quando raccontavi di essere riuscito a muoverti.
Per quanto tempo l’hai fatto? Dal terzo mese dopo l’incidente. Figlio, sono sette anni. Sessantanove schede.
Emanuele restò a lungo in silenzio. Poi, senza guardarmi, pronunciò una frase che mi smontò pezzo per pezzo: allora tu mi hai sempre creduto. Non fu una domanda. Fu una constatazione in un sussurro.
Sempre, dissi. Semplicemente non sapevo come dimostrare che avevo ragione a crederti. Quando il dottor Ferretti lesse le schede, mi disse che erano più di un diario personale: erano un documento probatorio. Le date corrispondevano alle incongruenze che stava trovando nei registri dell’ospedale.
La telefonata a Grazia la feci su indicazione del dottor Ferretti, con il cellulare in vivavoce, per osservare la sua reazione. Le dissi che il medico aveva trovato differenze tra le lastre e che voleva nuovi esami. Ci fu un silenzio breve ma pesante. Vengo lì adesso.
Non c’è bisogno, Grazia. Vengo lì. Arrivò quaranta minuti dopo. Quando si trovò di fronte alle due lastre, perse il terreno sotto i piedi.
Non fu uno svenimento drammatico. Fu la frattura silenziosa di una struttura tenuta in piedi dalla pura volontà. Tentò ancora di argomentare, ma il dottor Ferretti le chiese con calma come spiegava la differenza tra le lastre. Grazia tacque.
E nel suo silenzio riconobbi il silenzio di un falso smascherato. Poi parlò. È stato Luciano, Corrado. È stato lui a pianificare tutto.
Io sono stata debole, ma il piano era suo. Mio padre aveva lasciato una quota di partecipazione in un terreno nell’entroterra molisano, una successione non ancora finalizzata. Quel terreno sarebbe valso enormemente grazie a un progetto infrastrutturale. Il piano di Luciano era di una freddezza che fa male sentire pezzo per pezzo.
Se Emanuele fosse stato dichiarato giudizialmente incapace a causa di una disabilità permanente, e se fosse successo qualcosa a me, Luciano avrebbe contestato la successione e si sarebbe inserito come amministratore del patrimonio. C’era anche l’assicurazione sulla vita che avevo sottoscritto, con una copertura per invalidità permanente dei familiari a carico. Il beneficio mensile veniva accreditato sul conto cointestato che Grazia gestiva. Io non avevo mai verificato nulla.
Sette anni di assicurazione accumulata rappresentavano una cifra considerevole. Grazia aveva falsificato referti, aveva fatto sostituire le lastre, aveva somministrato farmaci a nostro figlio per mantenerlo sedato e confuso nei momenti in cui minacciava di migliorare. Aveva costruito la narrazione crudele che la percezione di Emanuele fosse un delirio psicologico. Mentre parlava, piangeva.
Non so dire se era pentimento, paura o pena di sé. Le persone sono troppo complicate per classificare le lacrime. Quella notte seguii le indicazioni del dottor Ferretti. Portai Emanuele a casa di mia sorella Concetta.
Passai ore a rendere dichiarazioni ai Carabinieri. Quando arrivai a casa verso mezzanotte, mi fermai davanti al cancello, a guardare la mia stessa casa. Il signor Domenico era nell’orto con una torcia. Alzò gli occhi.
È andata male? Sì, è andata male. Restammo in silenzio. Poi disse: chi si prende cura con amore non sbaglia per mancanza di amore.
Sbaglia per eccesso di fiducia. E fidarsi troppo della persona sbagliata non è un difetto di carattere. È quello che fanno le persone buone. Entrai in casa e andai dritto nella camera di Emanuele.
Il letto era rifatto e vuoto. Appoggiai la mano sulla coperta fredda e in quel momento il muro crollò. Piansi per la prima volta da quel martedì di novembre. Piansi per ogni menzogna ingoiata, per ogni giorno in cui mio figlio era stato anestetizzato, per ogni sogno rubato.
La riabilitazione fisica intensiva cominciò la settimana successiva. La dottoressa Patrizia Falcone capì subito la situazione. Suo figlio non ha un problema muscolare primario. Ha un problema di fiducia nel proprio corpo.
Qualcuno gli ha insegnato sistematicamente che il suo corpo mente. Il mio lavoro non è farlo camminare. Il mio lavoro è fargli credere che può camminare. Il muscolo seguirà da solo.
Emanuele aveva le gambe. Quello che non aveva era il permesso di usarle. Al dodicesimo giorno di terapia fece sei passi da solo. Passi barcollanti, incerti, le braccia aperte ai lati in cerca di equilibrio.
Ma erano sei passi senza sostegno, senza carrozzina. Io ero dall’altra parte del corridoio, appoggiato alla parete. Non mi mossi. Non applaudii.
Non piansi. Restai fermo, perché c’è una forma di rispetto che si esprime solo attraverso l’immobilità. Quei sei passi appartenevano a Emanuele. Io ero solo il restauratore che aveva catalogato il danno abbastanza a lungo perché qualcun altro potesse intervenire con gli strumenti giusti.
Il processo legale fu lungo. La mia scheda fu la prova centrale dell’istruttoria. La dottoressa Montanaro dei Carabinieri mi disse che nessuno fabbrica un documento del genere retroattivamente. La coerenza di sette anni di annotazioni, con date precise e dettagli che un falsario avrebbe tralasciato, aveva un peso che nessun referto tecnico avrebbe potuto portare da solo.
Il dottor Colella perse l’iscrizione all’ordine dei medici e rispose penalmente per falsificazione di documentazione medica e concorso in frode assicurativa. Luciano fu incriminato per truffa aggravata. Grazia collaborò con le indagini, e la sua cooperazione fu considerata nel suo procedimento. Il divorzio fu rapido, con la cordialità minima necessaria perché Emanuele non portasse un peso maggiore di quello che già sosteneva.
Non voglio dilungarmi sui tribunali. Questa storia non è una storia di punizione. Se aspettavate che la condanna fosse il momento in cui ho trovato la pace, devo essere onesto: non lo fu. La pace abita altrove.
In un sabato pomeriggio, sulla terrazza dell’appartamento che avevo affittato in via Occidentale. Avevo preparato il caffè con la moca, fiamma bassa, nessuna fretta. Emanuele, che ormai camminava senza bastone, restò un po’ in silenzio a guardare la strada. Poi disse: papà, secondo te cosa prova lei adesso?
Non ebbe bisogno di fare il nome. Risposi che non lo sapevo. Le persone sono troppo complicate. Mi chiese se ero ancora arrabbiato.
A volte, confessai, ma ogni giorno meno del precedente. La rabbia è un combustibile che brucia chi porta il secchio, non chi è lontano. Allora Emanuele disse, con una calma che mi fece venire la pelle d’oca: io credo che un giorno riuscirò a perdonarla. Ma non per lei, papà.
Per me. Non voglio restare prigioniero di un luogo che ha smesso di esistere. Ho già perso sette anni della mia vita per questa storia. Non voglio perderne un altro a custodire rancore.
Oggi Emanuele ha diciannove anni e studia restauro e conservazione dei beni culturali a Roma. Quando torna a Isernia nel fine settimana, ha le dita macchiate di colla di amido e d’inchiostro, come le mie. Passiamo il pomeriggio a discutere se la sua teoria nuova modifica la mia pratica vecchia. La bottega è riaperta, un po’ più piccola, con la stessa lampada di mio padre, quella che quando la accendo la mattina fa lo stesso click che sentivo quando entravo da ragazzino.
Il signor Domenico mi ha portato un messale del Settecento che apparteneva alla parrocchia di Castelpetroso, trovato a un mercatino delle pulci perché gli ricordava quello che sua moglie teneva aperto sul comodino. Me l’ha affidato con un gesto che sapeva di attesa finita. La scheda 4471 esiste ancora. Sta nel cassetto del mio banco di lavoro, quello dove tengo gli attrezzi più preziosi.
A volte, quando la giornata è difficile, apro quel cassetto e guardo i bordi consumati di quei fogli. Mi ricordano che non esiste danno, per quanto esteso o deliberatamente inflitto, che la pazienza, l’osservazione e la verità non possano rendere di nuovo leggibile. Un libro manomesso e poi restaurato non torna a essere il libro originale. Porterà sempre la traccia del palinsesto.
Ma se il lavoro è fatto bene, può essere letto ancora per secoli, questa volta senza nessuno che ne nasconda le pagine. Ieri sera ero seduto in laboratorio con la lampada accesa e la finestra aperta sul centro storico. Sul banco c’era il messale del signor Domenico, aperto alla pagina dove il filo di cucitura si è spezzato. Nel cassetto, la scheda riposava al suo posto.
Ho capito una cosa in questi mesi. La fiducia è il materiale più fragile che esista, più fragile della pergamena e della velina giapponese. Ma senza fiducia non si restaura niente. Nessun libro, nessuna famiglia, nessuna vita.
Posso pentirmi di non aver guardato prima. Posso pentirmi di aver smesso di credere ai miei occhi. Ma non posso pentirmi di aver amato con la totalità di cui ero capace, perché senza quell’amore non avrei avuto la costanza di compilare sessantanove schede in sette anni, e senza quelle schede mio figlio sarebbe ancora seduto su quella sedia. E chiudo come si chiude un restauro, con la scheda finale.
Soggetto: Emanuele Ferrante, anni diciannove. Stato di conservazione: in fase di recupero avanzato. Danni pregressi: estesi, deliberati, sistematici. Intervento effettuato: restauro integrale.
Durata: sette anni di documentazione più dodici mesi di rieducazione. Materiali impiegati: carta acid free, inchiostro ferrogallico, pazienza, verità, amore testardo. Esito: il testo originale è stato recuperato. Le lacune sono state colmate, la legatura è stata rifatta, il volume può essere letto di nuovo.
Note del restauratore: il volume presenta segni permanenti dell’intervento subito. Non è tornato allo stato originale, e non potrebbe farlo. Ma è integro, è leggibile, ed è pronto per attraversare altri secoli.
Questa volta senza nessuno che ne strappi le pagine.


