Mio fratello alzò il bicchiere e dichiarò davanti a tutti che l’azienda era solo sua. “Ornella, lei qui non è nessuno. Lavora in fabbrica, prepara conserve. L’azienda sono io.

” La sala rise, e qualcuno gridò: “Giusto, le donne non c’entrano con gli affari. ” Io restai seduta, con il bicchiere in mano, e guardai lo schermo alle sue spalle. Ero arrivata al ristorante Porto Grande alle 19:15, in ritardo di proposito. Non volevo stare all’ingresso a salutare gli ospiti.
Avevo indossato un abito nero semplice, scarpe con tacco basso, e un rossetto rosso scuro. La sala era piena, circa ottanta persone, tutte in giacca e cravatta o abito da sera. Al tavolo numero uno sedevano i miei genitori, Aurelio con sua moglie Viviana, Federica con suo marito Tommaso. Io ero al tavolo numero dodici, nell’angolo più lontano, con zia Rossella e zio Pietro.
Aurelio salì sul palco e raccontò la storia dell’azienda: “Mio padre ed io abbiamo iniziato da zero. Ci sono stati momenti in cui avremmo voluto mollare tutto, ma non l’abbiamo fatto. ” Ringraziò mio padre, sua moglie, mia sorella Federica. Di me non fece menzione.
Zia Rossella si chinò verso di me e sussurrò: “Non farci caso, gli uomini sono sempre così. ”
Ma poi chiamò mio padre sul palco. Mio padre prese il microfono e disse: “Aurelio è il mio orgoglio. Porterà avanti l’attività.
È la sua azienda, il suo futuro. ” La sala esplose in un applauso. E fu allora che qualcuno gridò: “E Ornella, anche lei è una Taviani. ” Aurelio si voltò, mi cercò con lo sguardo, sorrise e fece un cenno distratto con la mano.
“Ornella, lei qui non è nessuno. ”
In quel momento tirai fuori il telefono dalla borsetta. Trovai il contatto di Marco Rinaldi, il direttore tecnico del ristorante. Un mese prima lo avevo pagato cinquecento euro.
Scrissi un messaggio: “Adesso. ” E allegai due file: la scansione del testamento e l’estratto del registro degli azionisti. Lo schermo alle spalle di Aurelio lampeggiò, si spense, poi si riaccese. Non c’erano più le foto.
Al loro posto una tabella. Titolo a caratteri cubitali: Registro degli azionisti della società Olio Taviani. Prima riga: Ornella Taviani 51%. Seconda riga: Salvatore Taviani 30%.
Terza riga: altri eredi 19%. La sala si fece silenziosa. Aurelio si voltò, guardò lo schermo, il viso impallidì. Il microfono gli cadde di mano.
Mio padre si alzò dal tavolo, si aggrappò al bordo del piano, aprì la bocca ma non disse nulla. Mia madre si coprì la bocca con la mano. Federica guardava me, poi lo schermo, poi di nuovo me. Mi alzai, presi la borsetta e mi diressi verso l’uscita.
Camminavo lentamente, con calma, lungo i tavoli. Gli ospiti si facevano da parte. Passai davanti al tavolo numero uno. Mia madre allungò la mano.
“Ornella, che significa tutto questo? ” Non risposi. Aurelio saltò giù dal palco, mi corse dietro e mi raggiunse all’uscita. Mi afferrò per un braccio, stringendo forte.
“Che diavolo è? ” Dissi a bassa voce, in modo che solo lui potesse sentirmi: “Hai detto tu che qui non sono nessuno? Ebbene, ora qui sono tutto. ” Strappai via la mano e uscii dal ristorante.
Ma questa storia non è cominciata quella sera. È cominciata molto prima. Quel pomeriggio, prima della festa, ero stata a casa dei miei genitori in via Cavour. Ero in ritardo di dieci minuti, c’era un ingorgo all’ingresso del centro storico.
La casa è a tre piani, l’intonaco giallo si era scrostato vicino al tubo di scarico. Papà aveva promesso di ripararlo due anni fa. Mia madre mi aprì, mi baciò su entrambe le guance e prese la busta con il regalo. Avevo comprato una camicia blu per mio fratello, centoventi euro in un negozio in Piazza Duomo.
A tavola c’erano i miei genitori, Aurelio con Viviana, Federica con Tommaso. Mio padre versava il vino rosso. Mia madre mi mise davanti un piatto con gli antipasti. Presi un’oliva, salata, con il nocciolo.
“Come va il lavoro? ” chiese Viviana, sorridendo ma guardando da qualche parte oltre me. “Normale, semrpre nello stesso posto. ”
Tommaso si appoggiò allo schienale.
“Aurelio ha delle novità. ” Mio fratello sorrise e disse: “Abbiamo firmato un contratto con la catena Market Plus. Cinquanta negozi in Sicilia, forrniturre di olio per un anno intero. ” Papà batté il palmo della mano sul tavolo.
“Accidenti, bravo figliolo. ” Federica si voltò verrso di me: “Hai sentito? Cinquanta negozi. Sono un sacco di soldi.
”
“E quanto fa al mese? ” chiese Tommaso. Aurelio alzò le spalle: “Circa ventimila netti, forse un po’ di più. ” “Ventimila,” ripeté Federica.
Mi guardò. “E tu sei ancorra alla tua fabbrica? Quanto ti pagano lì? ” “Milleduecento.
” Posai il pane sul piato. “Millequattrocento. ” Federica rise, non forte, ma tutti l’avevano sentita. Tommaso sorrise nel bicchiere.
Viviana si coprì la bocca con la mano. Aurelio scosse la testa come se avessi detto qualcosa di carino. “Beh, pazienza, almenoo hai la stabilità. ”
Mia madre portò la carrne, agnello con patate.
“Ornella, prendine di più. Sei dimagrrita? ” “Non sono dimagrita. ” Mangiavo in silenzio, mentre la conversazione torrnava sull’azienda.
Aurelio raccontava dell’incontro con i rappresentanti, di come li avesse convinti. Federica chiedeva dettagli: “Qual era il margine? ” Io finivo di masticare le patate e bevevo acqua. “Ti ricordi quando il nonno ci portava alla fabbrica?
” disse Federica. “Mi mostrava come si imbottigliava l’olio. ” “Diceva: è tutto nostro, un’azienda di famiglia,” annuì Aurelio. Mia madre sospirò.
“Desiderava tanto che l’azienda restasse in famiglia. E ora sei tu a portare avanti la sua attività, Aurelio. ”
Posai la forchetta. Il pezzo di carne era mangiato a metà, le patate si erano raffreddate.
Mia madre portò la torta a tre piani, glassa bianca, con lettere di cioccolato: “Aurelio 38. ” Spense le candeline. Tutti applaudirono. Anch’io applaudii.
“Ornella, e tu come stai? ” chiese Viviana. “Tutto bene? ” “Sì, tutto normale.
” “E la vita privata? C’è qualcuno? ” “No. ” “Peccato.
Dovrei presentarti qualcuno. Tommaso ha un collega, divorziato, ma non serve. ” Guardai Federica. Lei alzò le spalle.
Mia madre mi accarezzò la mano. “Ornella è sempre stata indipendente. ”
Alle 22 gli ospiti cominciarono a congedarsi. Mi misi la giacca, presi la borsa.
Papà uscì nell’ingresso e chiuse la porta del salotto. “Ornella, aspetta un attimo. ” Mi fermai. “Ho una richiesta da farti.
Una piccola cosa. ” Si massaggiò il naso. “Dobbiamo saldare un conto. Un fornitore dalla Calabria, è urgente.
Duemila euro. Il cliente è in ritardo con il pagamento, ma i soldi arriveranno tra tre settimane, al massimo un mese. ”
Presi il telefono, aprii l’app della banca, inserii l’importo, cliccai su trasferisci. Quando l’operazione fu completata, mio padre sospirò: “Grazie, figlia mia, mi dai sempre una mano.
Te li restituirò sicuramente. ” Mi baciò sulla fronte. Sentii il profumo del suo profumo, lo stesso che usa da venti anni. Uscì in strada.
Il vento dal mare era fredddo e umido. Mi abbottinai la giacca fino al collo. Mi sedetti al volante. Il telefono vibrò.
Un messaggio di mia madre: “Grazie figlia mia, sei la più affidabile che abbiamo. ” Guardai lo schermo, poi bloccai il telefono e lo posai sul sedile del passeggero. Sono passate due settimane. I soldi non sono tornati.
Ho chiamato mio padre mercoledì durante la pausa pranzo. Non ha risposto. Ho scritto un messaggio: “Papà, avevi promesso di restituirmi i soldi. Sono già passate due settimane.
” Non c’è statà risposta. La sera è arrivato un messaggio da mia madre: “Papà è occupato. Non preoccuparti, si risolverà tutto. ”
Ho chiamato di nuovo venerdì.
Papà non ha risposto neanche sabato. Domenica ha scritto: “Scusa figlia mia, ora è un gran trambusto, ne parliamo più tardi. ” Ero seduta in cucina, guardavo lo schermo. Fuori pioveva.
Avevo 18 anni quando il nonno si ammalò. Agostooo del 2003. Un infarto. Rimasé in ospedale tre settimane.
Il medico dissé: “Niiente sfoorzi, niiente lavoro. ” Il nonno annuì, ma capii che non stava ascoltando. L’azienda stava crollando. Due grandi clienti erano passati alla concorrenza.
I fornitori chiedevano pagamento anticipato. Lo sentivo parlare al telefono a tarda sera: “Datemi ancora una settimana, troverò i soldi. ”
Il nonno mi chiamò a settembre. Era seduto in cucina, beveva caffè.
Disse: “Ho dei soldi per te. Diecimila euro. Sono tuoi, per gli studi, per la vita. Li ho messi da parte.
” Lo guardavo. Era magro, pallido, gli tremavano le mani. Chiesi: “E l’azienda? ” “L’azienda se la caverà.
Tuo padre ce la farà. ” Ma vedevo le fatture sul tavolo. Vedevo mio padre tornare a casa tardi, stanco. Sentivo mia madre piangere in cucina quando pensava che nessuno la sentisse.
Dissi: “Dai i soldi all’azienda. Non mi dispiace. ” Il nonno scosse la testa. “Sono tuoi, non scherzare.
” Ma insistetti. Mio padre mi fu grato, mi abbracciò e disse: “Ci hai salvati, figlia mia. ” Mia madre piangeva di sollievo. Mio padre disse allora: “Facciamolo intestare alla famiglia, così è più semplice con il fisco.
Tu fai comunque parte della famiglia, che differenza fa? ” Annuii. Avevo 18 anni, ci credevo. Firmai qualcosa una volta sola, senza leggere.
Mio padre disse: “Una formalità per la banca. ”
Ora ero seduta in cucina a ricordare. La pioggia si era intensificata. Lunedì mattina sono andata all’archivio comunale, un edificio grigio e vecchio in via Maestranza.
Dietro il bancone c’era una donna sulla cinquantina con gli occhiali appesi a una catenella. Dissi: “Mi servono i documenti relativi alla società Olio Taviani, il registro degli azionisti degli ultimi 20 anni. ” La donna mi guardò da sopra gli occhiali. Mostrai il passaporto.
Tornò dopo 20 minuti con una cartella. Sfogliai i documenti. Anno 2000, registro degli azionisti. Salvatore Taviani 95%, Ornella Taviani 5%.
Il mio nome. Guardavo quella riga. 5%. Non ne sapevo nulla.
Nessuno me ne aveva parlato. Sfogliai ancora. Anno 2005, registrazione. Ornella Taviani cede la sua quota a Salvatore Taviani per accordo familiare.
Firma. La mia firma. La calligrafia era simile. Avrebbe potuto essere la mia firma, ma non ricordavo di aver firmato quel documento.
Chiusi la cartella. “Posso fare delle copie? ” Due eurro a pagina. Le diedi sei euri.
Presi le copie, le misi nella borsa e uscii in strada. Il cielo era grigio, pioveva a rotto. Mi diressi verso l’auto senza aprire l’ombrello. I capelli si bagnarono.
Composi il numero di mio padre. Rispose, voce stanca e irritata. “Papà, sono io. Ornella.
Mi avevi promesso di restituirmi i soldi. ” Sospirò. “Figlia mia, lo sai quanto è difficile adesso? Il cliente ha ritardato il pagamento.
Ancora una settimana, al massimo due. ” Poi continnuò: “Senti, ho una richiesta da farti. Ci servono altri cinquemila. Urgentemente.
Siamo sul punto di perdere il contratto. Se lo perdiamo è finita, capisci? ” Guardavo le gocce sul parabrezza. “Va bene.
” Lui sospirò. “Grazie figlia mia, ci stai salvando. Ti restituirò tutto non appena arriveranno i soldi. ” Riattaccai, aprì l’app della banca, inseri l’importo.
Cinquemila eurro. Destinatario Salvatore Taviani. Premetti trasferisci. Confermai.
Non tornai a casa. Mi diressi verso il centro. Parcheggiai a Ortigia e raggiunsi a piedi la fontana di Aretusa. C’erano pochi turisti, la pioggia li aveva scoraggiati.
Mi sedetti su una panchina e guardai l’acqua. La pioggia tamburrellava sulla superfice. Un’anatra si avvicinò al bordo e mi guardò. Non le diedi nulla.
Il telefono vibrò. Un messaggio di Aurelio: “Grazie sorellina, sei la migliore. ” Guardai lo schermo, le lettere si sfocavano. Bloccai il telefono e lo strinsi nella mano.
La sera ero seduta in cucina. Davanti a me avevo disposste le copie dell’archivio. Guardavo le date, le firme. Non ricordavo di aver firmato, non ricordavo di averne parlato.
Ricordavo solo che mio padre aveva detto: “Mettiamolo a nome della famiglia. ” Aprii la galleria delle foto. Una cena di famiglia del 2006. Il nonno è ancora vivo, sorride.
Mio padre abbraccia mia madre. Aurelio mostra qualcosa sul telefono. Federica ride. Io sono seduta all’estremità.
Il viso è serio. Al mattino sono andata dal notaio Agasi. Il suo studio è in via Roma, al terzo piano di un vecchio edificio con l’intonaco scrostatto. La segretaria dissé: “Il signor Agassi la riceverrà tra 10 minuti.
” Mi sedetti nella sala d’attesa. La porta dello studio si aprì, Agasi mi ricevétte. Un uomo sulla settantina, capelli grigi pettinati all’indietro. Mi sedetti di frontte a lui e posai la cartellina sul tavolo.
“Come mai il mio 5% è sparito? ”
Si mise gli occhiali, prese il foglio in cima, lo lesse a lungo. Poi prese il secondo, poi il terzo. Posò i fogli e chiese: “Dove l’hai preso?
” “Nell’archivio comunale. ” Annuì, si alzò, si avvicinò alla cassaforte nell’angolo, digitò il codice, tirò fuori una vecchia cartellina marrone, logora. Tornò alla scrivania e aprì la cartellina davanti a me. “Anno 2003, il testamento di tuo nonno.
” Guardai il documento. “A Ornella Taviani va il 40% della società Olio Taviani. Il resto va diviso equamente tra i figli. A Salvatore Taviani il 30%, agli altri eredi il 30%.
” In fondo c’era una postilla: “Entra in vigore dopo la morte della moglie Maria Taviani. ” Alzai lo sguardo. “La nonna è morta nel 2007. A marrzo.
” Lui annuì. “Sì, il 23 marrzo. Quindi da quel momento il testamento è entrato in vigore. ” Sospirò profondamente.
“Tuio padre è venuto da me un mesé dopo il funerale. Il 25 aprile ha portato un documento, una rinuncia all’eredità autenticata dal notaio. La tua firma, il tuo passaporto. Ha detto che avevi rinunciato alla tua quota a favore della famiglia.
”
Sentii un brivido allo stomaco. Strinsi le mani a pugno. “Non ho firmato nulla del genere. ” Agasi aprì un’altra pagina e tirò fuori una copia.
“Ecco il documento. ” Lo guardai. Modulo notarile, il mio nome, la mia firma in fondo. Data: 20 aprile 2007.
“Io, Ornella Taviani, rinuncio alla mia quota di eredità a favore della famiglia Taviani. ” La firma era simile alla mia, ma non ricordavo di averlo firmato. Dissi: “Nell’aprile del 2007 ero in ospedale dopo l’incidente. Gamba sinistra rotta, commozione cerebrale.
Sono stata lì dall’8 aprile al 3 maggio. ” Agasi aggrottò le sopracciglia. “In ospedale? ” “All’ospedale Umberto I può controllare.
Il mio passaporto era da mia madre. Lo prese quando l’ambulanza mi portò via. ”
Il notaio rimase in silenzio. Poi disse: “È un’accusa grave, Ornella.
” “È vero. ” Mi guardò a lungo. “Anche se fosse così, sono passati quasi 20 anni. Sarà difficile contestarlo.
Secondo i documenti, hai rinunciato ufficialmente. La quota è passata alla famiglia. Ora la società è di proprietà di tuo padre, l’80%, e di tuo fratello, il 20%. ” Chiesi: “Quindi ufficialmente non ho nulla?
” “Secondo questi documenti, no. ”
Mi alzai. Agasi alzò una mano. “Aspetta, c’è ancora qualcosa.
” Mi fermai. “Tre mesi fa ho scoperto che tuo nonno ha lasciato un altro documento da un altro notaio a Catania. ” Mi sedetti lentamente. “Che documento?
” “Un testamento più vecchio, del 2002. L’ho scoperto per caso. Io e Bertolucci siamo colleghi. Lui ha menzionato tuo nonno.
È venuto fuori che lì c’è un’altra ripartizione delle quote. ” “Quale? ” Agasi fece una pausa. “Devi andare da lui.
Si trova in via Etnea al numero 123. Chiedi del testamento di Vittorio Taviani del 2002. ” Mi alzai e misi la cartella nella borsa. “Grazie.
” Lui annuì. “Ornella, stai attenta. Tuo padre non te lo perdonerà. ”
Catania dista un’ora di macchina.
Sono partita subito. La strada costeggiava la costa. A sinistra il mare grigio e agitato. Pensavo alla firma sul documento, a quando ero in ospedale con la gamba ingessata, a mia madre che veniva ogni giorno, a mio padre che veniva una volta alla settimana, diceva “Guarisci, figlia mia” e se ne andava.
Il 20 aprile ricordavo quel giorno. L’infermiera mi faceva un’iniezione contro il dolore. Io ero sdraiata, guardavo il soffitto. Mia madre era seduta alla finestra, lavorava a maglia una sciarpa.
Stavamo in silenzio. Arrivai a Catania alle 11:30. Trovai via Etnea al numero 123, un edificio nuovo, vetro e cemento. Salii al quinto piano.
Notaio Giovanni Bertolucci. Una ragazza giovane alzò lo sguardo. “Buongiorno. Ha un appuntamento?
” “No, mi ha mandato il signor Agasi riguardo al testamento di Vittorio Taviani. ” Dopo un attimo fui ricevuta. Bertolucci, un uomo sulla sessantina, corpulento, si alzò e mi strse la mano. Si avvicinò alla cassaforte, ne estrasse una busta bianca, spessa, con un sigillo di ceralacca rossa.
La posò davanti a me. “Vittorio Taviani mi ha lasciato questo documento il 15 maggio 2002, un anno prima della sua morte. ” Indossò i guanti, aprì con cura la busta e tirò fuori il documento. Lo posò davanti a me.
Lessi: “Io, Vittorio Taviani, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, dispongo quanto segue. A Ornella Taviani, il 51% della società Olio Taviani. Le restanti quote saranno ripartite tra gli altri eredi. ” Firma, timbro del notaio.
51%. Pacchetto di controllo. Alzai lo sguardo. “Perché non ha detto nulla?
” Lui scrollò le spalle. “Nessuno mi ha chiesto nulla. Il documento entra in vigore automaticamente dopo la morte del testatore. Vittorio Taviani è morto nel 2003.
Da quel momento lei è la legittima proprietaria del 51% della società. ” Guardai il documento, le lettere si sfocavano. Sbattei le palpebre. Bertolucci versò dell’acqua dalla caraffa e mi porse un bicchiere.
“Bevi. ” Presi il bicchiere e bevvi tutto d’un fiato. “Quindi è ufficiale. Possiedo la quota di controllo.
” “Sì, dal 2003. Tutte le decisioni prese senza il suo consenso sono giuridicamente nulle. Può contestarle in tribunale. ”
Chiesi: “Posso averne una copia?
” “Certamente. ” Si alzò, si avvicinò alla fotocopiatrice nell’angolo, appoggiò con cura il documento sul vetro, premme il pulsante. La macchina ronzò. Prese la copia e me la porse.
“La conservi in un posto sicuro. ” Presi la copia, la ripiegai e la misi nella borsa. Mi alzai. “Grazie.
” “Ornella. Cosa intende fare? ” Lo guardai. Dissi: “Niente.
A presto. ” Lui annuì. “Se hai bisogno di aiuto, rivolgiti a me. Sono pronto a confermare l’autenticità del documento in tribunale.
”
Uscii in strada. Il sole splendeva forte, mi accecava. Mi sedetti in macchina, appoggiai la borsa sul sedile del passeggero, accesi il motore e rimasi seduta, aggrappata al volante. Mi tremavano le mani.
Stretto il volante più forte, il tremore non passava. Tornai a casa alle 2:00 in punto. Salii, chiusi la porta a chiave, andai in cucina, tirai fuori la copia del testamento e la stesi sul tavolo. Guardavo le righe.
51%. Tirai fuori il telefono e trovai il numero dell’avvocatessa Maria Romano. Mi aveva aiutato tre anni prima con il contratto d’affitto. “Pronto, Maria?
Sono Ornella Taviani. Ho bisogno di una consulenza urgente. ” “Certo, quando le va bene? ” “Oggi, adesso.
” “Va bene, venga tra un’ora. ”
L’invito era arrivato per posta una settimana dopo. Una busta bianca, lettere dorate. “20 anni di successi.
La società Olio Taviani vi invita a festeggiare l’anniversario. ” 27 novembre, ristorante Porto Grande, sul lungomare, alle 19 in punto. Mia madre mi chiamò la sera. “Hai ricevuto l’invito?
” “Sì. ” “Verrai. Fai parte della famiglia. Sarebbe imbarazzante se non ci fossi.
” Rimasi in silenzio. “Ornella, ti prego, per me verrai. ” “Va bene. ” “Grazie, figlia mia.
Mettiti qualcosa di bello. ”
E così, quella sera di novembre, ero lì. Dopo quello che era successo allo schermo, dopo la tavola che era diventata silenziosa, dopo aver detto ad Aurelio che ora ero io tutto, uscii dal ristorante. Il vento era freddo.
Mi diressi verso la macchina. Composi il numero di Maria Romano. “Ornella, avvia la procedura. Mi avvalgo dei miei diritti.
” “Sei sicura? ” “Sì. ” “Va bene, domani mattina presentiamo i documenti in tribunale. Prepàrati al fatto che opporranno resistenza.
” “Sono pronta. ”
Guardai nello specchietto retrovisore. All’ingresso del ristorante c’era Aurelio, che guardava nella mia direzione. Mio padre gli si avvicinò.
Il telefono vibrò. Un messaggio di mia madre: “Che cosa hai combinato? Hai rovinato tutto. ” Bloccai il telefono.
Passarono sei mesi. Il tribunale confermò il testamento alla fine di dicembre. Il giudice esaminò i documenti per tre settimane. Gli avvocati di mio padre cercarono di contestarlo, parlarono di falsificazione, di prescrizione.
Maria Romano respinse ogni argomentazione. Bertolucci arrivò da Catania e confermò l’autenticità del testamento. Agasi testimoniò sulla firma falsa sulla rinuncia. Il giudice emise la sentenza: Ornella Taviani è la legittima proprietaria del 51% della società Olio Taviani, a partire dalla morte del testatore nel 2003.
Tutte le decisioni prese senza il suo consenso sono riconosciute nulle. Mio padre corse fuori dall’aula senza aspettare la fine. Aurelio era seduto e guardava il pavimento. Mia madre piangeva in silenzio.
In strada c’erano i giornalisti. “Signora Taviani, cosa intende fare con l’azienda? ” Non risposi. Maria mi camminava accanto respingendo le telecamere.
Il giorno dopo andai in ufficio. L’edificio in via Archimede, quarto piano. La segretaria balzò in piedi quando mi vidde. “Signora Taviani, io non ci avevano detto…” “Dov’è l’ufficio del direttore?
” “In fondo al corridoio, ma lì c’è il signor Aurelio. ” Le passai accanto e aprii la porta senza bussare. Aurelio alzò la testa, il viso rosso. “Tu come osi?
” Chiusi la porta dietro di me. “Ora questo è il mio ufficio. Prendi le tue cose. ” Si alzò e diede un pugno sul tavolo.
“Sei pazza. Hai rovinato tutto. Hai tradito la famiglia. ” “Ho ripreso ciò che era mio.
” “Io ho costruito questa azienda. Ho lavorato qui 20 anni mentre tu ti occupavi della tua fabbrica. ” Mi avvicinai e lo guardai negli occhi. “Con i miei soldi, con la mia quota che tu hai rubato.
” Afferrò un bicchiere e lo scagliò contro il muro. Il bicchiere si frantumò. “Vattene, vattene prima che io…” “Prima che cosa? Chiami la sicurezza?
Io sono la proprietaria. Tu non sei nessuno. ” Rimase un minuto a respirarre affannosamente. Poi si voltò, raccolse i documenti, li infilò nella valigetta e si diresse verso la porta.
Sulla soglia si voltò. “Te ne pentirai. Ti distruggerò. Ti vedrò strisciare in ginocchio davanti a me, implorandomi di riavere tutto indietro.
” Uscì sbattendo la porta. A gennaio assunsi un nuovo direttore finanziario, Giorgio Marconi. Una settimana dopo entrò nel mio ufficio con una cartella. “Ornella, dobbiamo parlare.
Ho controllato i rendiconti finanziari degli ultimi 5 anni. Ci sono dei problemi gravi. ” “Di che tipo? ” “Prelievi di fondi regolari.
I conti sono intestati a società prestanome, ma le tracce conducono ai conti personali di Aurelio Taviani. Circa 300. 000 euro in 5 anni. ” Guardai le cifre.
300. 000. I miei soldi. I soldi dell’azienda.
“Si può provare? ” “Sì, ho tutti i documenti. È appropriazione indebita. Reato penale.
” Chiusi la cartella. “Fai causa. ” “Ornella, è tuo fratello. ” “Fai causa.
”
Il processo durò due mesi. Aurelio assunse un avvocato costoso di Palermo. Giorgio smontò metodicamente ogni argomentazione. Mio padre veniva alle udienze e mi guardava con odio.
Dopo una delle udienze mi raggiunse all’uscita. “Sei contenta? Stai distruggendo tuo fratello? ” “Sto ristabilendo la giustizia.
” “Giustizia? Tu lo vuoi in prigione? ” “Ha rubato 300. 000.
Deve rispondere. ” Mio padre mi afferrò per una spalla. “Sei una nullità. Non sei mai stata nessuno.
Ti abbiamo sopportata per pietà. ” “Togli le mani. ” “Altrimenti cosa? Cosa farai?
Mi denunzierai? ” Maria Romano si avvicinò. “Signor Taviani, tolga le mani dalla mia cliente subito. ” Mio padre mi lasciò andare, sputò di lato e se ne andò.
Il tribunale emise la sentenza alla fine di marzo. Aurelio ricevette due anni con la condizionale e l’obbligo di restituire 300. 000 euro da pagare a rate nell’arco di cinque anni. Sua moglie Viviana chiese il divorzio una settimana dopo.
Aurelio mi chiamava di notte, non rispondevo. Mi lasciava messaggi vocali, voce ubriaca: “Tu pensi di aver vinto? Non hai vinto nulla. Ti pentirai di esserti nata.
Hai distrutto la mia vita. ” Cancellavo i messaggi senza ascoltarli fino alla fine. Ad aprile mio padre chiese un prestito di 300. 000 euro per mettersi in proprio, importazione di vino.
Dopo tre mesi era al verde. Chiuse il magazzino, licenziò i dipendenti, rimasero i debiti. Mia madre mi chiamava ogni settimana, non rispondevo. Mi lasciava messaggi in segreteria: “Ornella, sono la mamma.
Per favore, chiamami. Papà sta male, non mangia, non dorme. Hai distrutto la famiglia. ” Cancellavo i messaggi.
A maggio ho venduto la casa in via Cavour. Era intestata alla società come bene patrimoniale. La comprò una famiglia di Catania per 450. 000 euro.
Diedi ai miei genitori un mese di tempo per andarsene. Mio padre venne in ufficio, spintonò la segretaria e spalancò la porta. “Hai venduto la nostra casa. ” “Era la casa della società.
Lì mi avete sfruttata per 20 anni. ” “Dove andremo? Non abbiamo soldi. Vuoi che viviamo per strada?
” “Prendi un appartamento. ” “Con cosa? ” “Sono problemi tuoi. ” Diede un pugno sul tavolo.
“Sei una stronza senza cuore. Non sei umana. ” Mi alzai e lo guardai negli occhi. “Ho imparato dai migliori.
Da voi. ” Alzò il pugno. Non mi mossi. Gli tremava la mano, poi la abbassò.
Mi sibilò in faccia: “Morirai da sola. Morirai in solitudine, come un vecchio cane. Nessuno verrà al tuo funerale. Nessuno ricorderà il tuo nome, perché tu sei un nulla.
” Uscì sbattendo la porta. I miei genitori si trasferirono in un appartamento in affitto alla periferia di Siracusa. Federica divorziò a giugno. Tommaso non resse allo scandalo.
Se n’è andato. Federica si trasferì dai genitori e trovò lavoro in un salone di bellezza, lavava i capelli alle clienti per 800 euro al mese. L’azienda funzionava in modo più efficiente. Giorgio mise ordine nelle finanze.
Assunsi una nuova direttrice commerciale che nel primo mese portò tre grandi clienti. Firmammo un contratto con una catena di supermercati nel continente, 80 negozi. Poi con la Francia. Poi con la Germania.
L’utile in 6 mesi crebbe del 40%. I giornalisti scrivevano articoli: “Una donna ha salvato l’azienda di famiglia. ”
Oggi è giugno. Sono seduta nello studio, proprio quello dove prima sedeva mio padre.
Una grande finestra si affaccia sul porto. Sul tavolo c’è una lettera senza busta. La segretaria l’ha portata mezz’ora fa. “Signora Taviani, una signora anziana l’ha lasciata alla reception.
Ha detto che è molto importante. ” Ho riconosciuto la calligrafia di mia madre. L’ho aperta. “Ornella, ti scrivo perché non ho più nessuno a cui rivolgermi.
Tuo padre è malato. Il cuore. Il medico ha detto che serve un intervento. 15.
000 euro. Non abbiamo tutti quei soldi. Tuo fratello non può aiutarci. Ti prego, aiutaci.
So che tra noi sono successe tante cose, ma è tuo padre. Siamo comunque una famiglia. Ti prometto che restituirò i soldi. ”
Rileggo la lettera una seconda volta, poi la piego e la appoggio sul tavolo.
Guardo fuori dalla finestra. Il sole sta tramontando, tingendo il mare di arancione. Le barche si stagliano scure sullo sfondo del tramonto. Prendo una penna, tiro fuori un foglio bianco e scrivo: “Mamma, trasferirò i soldi per l’operazione di papà, non perché siete una famiglia, non perché ti ho perdonato, ma perché io non sono come te.
Non lascerò morire una persona, anche se se lo merita. Ma ricordati: i legami di sangue non sono una licenza per la crudeltà. 20 anni fa hai scelto chi proteggere. Eri lì accanto mentre papà rubava la mia parte.
Sei rimasta in silenzio quando Aurelio mi chiamava nulla. Mi hai insegnato a sopportare, a non farmi notare, a essere grata per quello che ho. Ora vivete con questa scelta. Questi 15.
000 euro sono l’ultima cosa che riceverete da me. Non scrivetemi più, non chiamatemi più. Per me non esistete più. Ornella.
”
Piego la lettera, la metto nella busta, scrivo l’indirizzo dei miei genitori. Apro l’app della banca e trasferisco 15. 000 euro. Destinatario Giovanna Taviani.
Causale: per le cure. Confermo. Operazione completata. Appoggio il telefono sul tavolo.
Fuori dalla finestra i gabbiani gridano di nuovo. L’ultimo raggio di sole scompare all’orizzonte. Il mare si fa scuro, diventa quasi nero. Mi alzo, prendo il cappotto dall’appendiabiti, lo indosso, prendo la busta con la lettera.
La segretaria fa capolino nell’ufficio. “Signora Taviani, le ricordo che domani alle 10:00 c’è la riunione con i fornitori dalla Calabria. ” “Me ne ricordo. Spedisca questa lettera tramite corriere.
Oggi. ” Le porgo la busta. Lei la prende e annuisce. “Buona serata.
” “Grazie. ”
Esco dall’ufficio, cammino lungo il corridoio verso l’ascensore. Premo il pulsante, aspetto. L’ascensore non arriva.
Sul cartello c’è scritto: fuori servizio, in riparazione. Mi dirigo verso le scale. Scendo quattro piani. Per strada c’è odore di mare e di pesce fritto dalla taverna di fronte.
Sento delle voci. La gente è seduta ai tavolini, cena, ride. Vado verso l’auto, apro la portiera, mi siedo, appoggio la borsa sul sedile del passeggero, metto in moto. Il telefono vibra.
Un numero sconosciuto. Prefisso di Siracusa. Forse è mia madre che chiama da un altro telefono. O mio padre.
O Federica. Non rispondo. Rimetto il telefono nella borsa, esco dal parcheggio e percorro via Archimede verso casa. La strada mi è familiare, semafori, incroci, curve, tutto come al solito.
Guido senza voltarmi indietro.


