Il telefono squillò alle 7:42 e la diagnosi arrivò con la freddezza di un referto: tre mesi, forse quattro. Ma non era la fine che mi spaventava. Era quello che restava: 181.000 euro, un coro che…

Il telefono squillò alle 7:42 e la diagnosi arrivò con la freddezza di un referto: tre mesi, forse quattro. Ma non era la fine che mi spaventava. Era quello che restava: 181.000 euro, un coro che...

Il telefono squillò alle 7:42 di un mercoledì di gennaio, e il suono attraversò la casa vuota come una nota stonata. Il telefono fisso, quello grigio col filo arricciato appeso al muro della cucina da quando Mirella era viva, squillò cinque volte. Poi smise. Rimasi seduto nella poltrona del soggiorno, con il gomito sul bracciolo consumato, e guardai la luce che batteva sul leggio vuoto nell’angolo.

Thumbnail

Non ci mettevo uno spartito da quattro anni. Da quando Mirella se n’era andata, la musica era rimasta lì, ferma, come un accordo mai risolto. Richiamai il numero. Dall’altra parte, la dottoressa Vanoli mi disse: “Beppino, deve venire oggi all’ospedale Sant’Anna.

Abbiamo i risultati degli esami. ”

C’era un silenzio che non chiedeva permesso. “Che cosa hanno trovato? ” chiesi.

“Ne parliamo di persona. ”
“Mi dica solo se è grave. ”
“Il referto parla chiaro, Beppino. Le conviene farsi accompagnare.

Riattaccai senza dire altro. Beppino non chiese cosa avessi, non chiese perché andavamo in ospedale, non chiese perché non chiamavo Massimo. Mio figlio, la Volvo grigia, l’ultima volta che ci eravamo visti al funerale di Mirella, con la sua fretta e il suo “arrangiati” come se la morte di sua madre fosse un contrattempo da gestire. All’accettazione mi diedero un braccialetto verde e mi fecero aspettare in una stanza con le sedie di plastica.

Pensai al coro, ai ventidue anni di prove, al do acuto di Mirella nel Gloria di Vivaldi. Pensai a quando la diagnosi arrivò, scritta in un referto che non potevo cambiare. “Un tumore al pancreas. Stadio avanzato.

La dottoressa Vanoli parlò con calma, ma io sentivo solo il rumore del mio sangue. Mi diede tre mesi, forse quattro con la chemio. Mi disse che potevo scegliere, che era una decisione mia. Quella sera tornai a casa e aprii il cassetto della scrivania.

I risparmi di una vita: 181. 000 euro. Metà alla Fondazione Arena, metà al rifugio Empa di Verona, perché Mirella aveva amato i cani più delle persone. Ma prima, c’era la sorpresa a cui avevo pensato per settimane.

Chiamai il coro. Dissi la bugia più dolce della mia vita: avevo trovato un finanziatore per il concerto del centenario. Avevo già prenotato il teatro Filarmonico. Il programma sarebbe stato il Gloria di Vivaldi, con gli archi veri, non il pianoforte che usavamo da anni.

E annunciai l’audizione per il nuovo primo tenore. “Deve avere una voce pulita, un do acuto sicuro. E deve venire da lontano, perché il canto ha bisogno di aria nuova. ”

La sera dell’audizione, il teatro era pieno.

I coristi erano arrivati prima delle prove, le donne con i vestiti scuri, gli uomini con le giacche stirate. E poi entrò lei. Giovane, capelli neri, occhi attenti. Si chiamava Sara.

Quando aprì bocca e prese il do acuto senza stringere le spalle, la chiesa improvvisamente fu piena di suono. Tutti gli occhi puntati su di me. La sorpresa reggeva. Ma dopo l’audizione, mentre la sala si vuotava, Sara restò.

Mi guardò con una strana sicurezza e disse: “Maestro, posso parlarti da sola? ”

C’era qualcosa nella sua voce. Qualcosa che non avevo mai sentito in un’allieva. Mi disse che voleva raccontarmi una cosa, che riguardava Mirella, e che non poteva aspettare.

In quel momento capii che la mia sorpresa non era l’unica cosa che stava per rivelarsi quella sera. La mano invisibile sul petto premete più forte, come un crescendo lento, e io rimasi lì, in silenzio, senza sapere se la musica che stavo per sentire era la mia fine o il mio inizio.