Quel pomeriggio di giugno, in mezzo alle vigne di famiglia, mio nonno stava seduto all’ombra del gelso con un bicchiere di ortrugo in mano. Mi vide arrivare a piedi dal fondo del vialetto e, appena fui abbastanza vicina, disse: “Ma insomma, quando te la compri un’auto tua a 37 anni, si può ben avere una macchina propria, no? ”
Vanda, ferma vicino al lavello con una mano sul petto, sussurrò: “Michele, no”, come se sperasse ancora in un errore. Ma io non potevo più tacere.

Quell’auto era aziendale, era mia, perché ero io la fondatrice e l’azionista di maggioranza di Trebia Log da quindici anni, da quando avevo poco più di vent’anni e in quella stessa cucina mi avevano detto che sognavo troppo in grande. L’anno scorso, quando a mio nonno diagnosticarono il tumore e tutti pensarono che le cure fossero coperte dall’assicurazione sanitaria, fui io a pagare ogni spesa in silenzio. Il suo stipendio, da quel momento, sarebbe stato trattenuto mensilmente per ripagare il debito verso la mia azienda, fino all’estinzione completa prevista in sette anni. Ferruccio, il mio socio, alzò il bicchiere e disse: “Voglio fare un brindisi diverso da quello che avevo pensato all’inizio della festa”.
Michele annuì con una serietà che non gli conoscevo, promettendo che avrebbe dimostrato di essere all’altezza della fiducia che gli stavo concedendo. Quando finalmente lasciai il potere quella sera, non presi il taxi che mi aveva accompagnata all’andata. Camminai a piedi tra i filari, respirando quell’aria carica di mosto e terra bagnata che da bambina avevo sempre associato all’idea di casa. Learco Fassi continuava a mandarmi rapporti sui progressi dell’azienda, sottolineando come la nuova linea di imbottigliamento stesse finalmente dando risultati.
Mio nonno, quando parlò davanti a tutti, disse: “Quando tua figlia aveva poco più di vent’anni, le dissi che sognava troppo in grande”. Poi aggiunse che ciò che lo spaventava non era il progetto, ma il coraggio che a lui era sempre mancato. Guardai mio nipote che dormiva nella carrozzina all’ombra del gelso e pensai che quella nuova generazione sarebbe cresciuta senza i silenzi che avevano segnato la mia. Chiesi a mio nonno di salire sul palco, un momento non previsto, perché quella giornata non poteva dirsi completa senza dare voce anche a lui.
Quando Michele provò a fermarmi ancora una volta, dissi: “Ho detto di no, Tiziana”. E per la prima volta, nessuno osò contraddirmi. Ora potevo finalmente dedicarmi all’azienda con serenità, senza il peso di mantenere due vite parallele. Arrivai quella mattina con largo anticipo per aiutare mia madre a preparare i tavoli, con la mia Audi parcheggiata davanti all’ingresso, visibile a chiunque.
Perché non avevo più bisogno di nascondere nulla.


