Mia madre impallidì all’istante, le sue mani ossute si strinsero attorno alla borsa. Ma la vera origine di tutto risaliva a molto tempo prima, a quando io e Carlo non avevamo nulla, in un monolocale in affitto di meno di venti metri quadrati a Roma Est. «Ti aiuto solo in un momento difficile», diceva mia madre. «Lo do a mio nipote, non certo a un estraneo.

Non c’è motivo di vergognarsi. »
Martina vendeva cose online, a volte le andava bene, altre no. Ma era sempre vestita all’ultima moda, con le unghie appena fatte, e si lamentava continuamente di essere povera. Io stavo sulla porta con la medicina in mano, e sentii il cuore raggelarsi all’improvviso.
«Non create problemi in casa di vostro suocero per causa mia», mormorai. Mi sbagliavo, come mia madre mi raccontò più tardi, appena venti minuti dopo che io e mio marito eravamo usciti. Fu solo quando abbassò bruscamente l’interruttore e il ventilatore e il condizionatore della stanza degli ospiti si spensero all’improvviso che mia madre trasalì. Prima di uscire dalla cucina, chiuse a chiave anche lo sportello inferiore del mobile dove tenevo i piccoli elettrodomestici di scorta.
Chiudere il frigo, staccare la luce, chiudere il mobile della cucina, andarsene, lasciando mia madre sola in una casa estranea e ostile. All’ora di pranzo, sentendo molta fame, aprì silenziosamente la sua borsa di tela e tirò fuori dei biscotti secchi che aveva portato per Leonardo. Volli chiarire tutto all’istante, ma vedendo lo sguardo supplichevole di mia madre, dovetti ingoiare la rabbia. All’inizio ero ancora titubante.
Appena entrata in casa, la signora Beatrice si guardò intorno e chiese: «Dov’è Caterina? »
Non si trattava di affetto per la suocera né di rispetto per le regole della casa, ma mirava all’appartamento. «Voglio cambiare le tende del salotto e risistemare il mobile», disse. Il volto della signora Beatrice cambiò colore all’istante.
Appena avvicinai il telefono all’orecchio, la voce della signora Beatrice esplose dall’altoparlante, terrorizzata e furente allo stesso tempo. «Il palazzo all’ascensore è vicino al mercato e allo studio», gridò. Tirò da parte la signora Beatrice e le sussurrò all’orecchio: «€50. 000.
»
Pronunciò la parola con la leggerezza di chi chiede un bicchiere d’acqua, ma i suoi occhi brillavano di bramosia. La signora Beatrice rimase impietrita in mezzo all’atrio, guardando il figlio minore, la nuora, e poi il telefono infranto a terra. Forse, dopo aver visto tutto con i propri occhi, dal rogito notarile all’intervento dei carabinieri, fino al comportamento del figlio minore e di sua moglie, aveva finalmente capito che certe cose non si ottengono solo battendo i piedi. La prima cosa che fece Carlo fu appendere una piccola targa di legno proprio all’ingresso.
All’inizio esitai a entrare, poi mi sedetti in silenzio su una sedia vicino alla finestra.


