Avevo appena sistemato l’ennesimo rendering di un edificio per uffici quando una donna anziana si è seduta al mio tavolo senza permesso. «Non mi conosce», ha detto con una calma che mi ha gelato il sangue, «ma tra tre giorni succederà qualcosa. Dovrà fare una scelta. Scelga l’inaspettato.

» Poi si è alzata ed è uscita dal bar, lasciandomi lì con il caffè che si raffreddava e una inquietudine che non mi ha più lasciato. Avevo 31 anni, lavoravo da sette come architetto in uno studio che progettava solo edifici senza anima. Il mio capo, Gualtiero Calabresi, mi aveva promesso una promozione a socio junior, e ogni mattina mi svegliavo con la sensazione di soffocare. Quella donna, però, sembrava sapere qualcosa.
I suoi occhi erano tristi, profondamente tristi, e le sue mani tremavano mentre mi parlava. Non sembrava una pazza. Sembrava qualcuno che avesse visto la fine della storia e cercasse di avvertirmi. Il giorno dopo, alle 19:17, squillò il telefono.
Era una chiamata da un numero sconosciuto. Risposi e una voce maschile mi disse: «Buonasera, sto chiamando per conto dello studio legale Ferretti e Associati di Genova. Siamo gli esecutori del testamento della signora Rosalinda Ferretti. Risulta che lei è il nipote.
» Rimasi in silenzio. Non avevo parenti. Ero cresciuto in un orfanotrofio di Bologna, avevo passato la vita a cercare le mie radici senza mai trovarne. «Si tratta di un errore», risposi, ma l’avvocato continuò: «Sua nonna è deceduta tre giorni fa.
Le ha lasciato un’eredità considerevole, ma c’è una condizione. »
«Quale condizione? » chiesi, con il cuore che batteva forte. «Deve scegliere», disse l’avvocato.
«Tra il progetto che le darà tutto ciò che ha sempre desiderato professionalmente e la locanda che sua nonna ha gestito per cinquant’anni a Camogli. Non può avere entrambi. Ha trenta giorni per decidere. »
Non sapevo nemmeno di avere una nonna.
Non sapevo di avere una famiglia. E ora dovevo scegliere tra una promozione che avrebbe finalmente dato un senso alla mia carriera e una locanda sul mare di cui non avevo mai sentito parlare. Mi recai a Genova per incontrare l’avvocato. Mi mostrò le foto della locanda, una costruzione antica con le persiane verdi e il mare a due passi.
Mi mostrò anche le foto di Rosalinda. Aveva gli stessi occhi tristi della donna del bar. Era lei. Era stata lei ad avvertirmi.
Nel testamento c’era anche una lettera. La sua scrittura era elegante, un po’ tremolante. «Caro nipote, non ti ho mai conosciuto, ma non ho mai smesso di pensarti. Ho affidato tua madre a un’orfanotrofio quando ero troppo giovane e troppo povera per crescerla.
Non l’ho mai perdonata, e non ho mai perdonato me stessa. La locanda è tutto ciò che ho costruito nella vita. È l’unica cosa che ho da darti, insieme alla possibilità di scegliere chi vuoi essere. Qualunque cosa tu scelga, sappi che ti ho sempre voluto bene.
»
La lettera mi distrusse. Volevo bene a una donna che non avevo mai conosciuto. E ora dovevo scegliere tra la vita che avevo sempre pensato di volere e quella che non avevo mai saputo di desiderare. Tornai a Bologna.
Raccontai tutto a Rino, il mio collega, che mi guardò come se fossi impazzito. «Sei serio? Hai una promozione in tasca, un ufficio tuo, uno stipendio che aumenta. E stai pensando a una locanda in un paesino di mare?
» Sì, ci stavo pensando. Ogni notte, sveglio, con la lettera di Rosalinda sul comodino. Ogni giorno, in ufficio, a disegnare edifici che non avrebbero mai avuto un’anima, mentre la locanda mi chiamava con la voce del mare. Il giorno in cui dovevo dare la risposta, Gualtiero mi convocò nel suo ufficio.
«Allora, Doriano? Dobbiamo preparare la documentazione per la tua nomina a socio. Cosa rispondo alla proprietà? » Lo guardai.
Aveva 55 anni, il sorriso di chi crede di averti in pugno. «Devo pensarci ancora», dissi. «Hai avuto trenta giorni», rise. «Quanto tempo ti serve ancora?
» «Ne avrò bisogno di un altro», risposi. «Un altro giorno. Forse due. »
Uscito dall’ufficio, chiamai l’avvocato Ferretti.
«Ho deciso», dissi. «Vengo a Camogli. » La sua voce dall’altra parte del telefono rimase in silenzio per un momento. Poi disse: «Ha fatto la scelta giusta, signor Ferretti.
Sua nonna sarebbe stata fiera di lei. »
Quando arrivai a Camogli, la locanda era lì, con le persiane verdi e il mare ligure che luccicava sotto il sole. Era vecchia, aveva bisogno di riparazioni, ma aveva un’anima. Aveva la storia di Rosalinda.
Aveva il profumo del mare e delle torte appena sfornate. Mi sentii a casa per la prima volta nella mia vita. La gestii per mesi. Imparai a fare il caffè, a sistemare le camere, a parlare con i clienti.
Il lavoro era duro, ma ogni mattina mi svegliavo senza quella sensazione di soffocamento. Avevo finalmente smesso di correre verso una vita che non era la mia. Poi un pomeriggio d’inverno, mentre pulivo il bancone del bar, la porta si aprì. Una ragazza entrò, con i capelli scuri e un sorriso timido.
Mi guardò. Era una nuova cliente, non la conoscevo. Ma sentii qualcosa nel petto che non avevo mai sentito prima. «Buongiorno», disse.
«Mi hanno detto che qui fanno il miglior caffè della Liguria. » Sorrisi. «Vuole provarlo? » Rimase qualche ora, seduta al bancone, mentre il sole tramontava sul mare.
Parlammo di tutto e di niente. Il suo nome era Lorena. Quando se ne andò, mi lasciò un biglietto: «Tuo nonna aveva ragione. La scelta giusta era questa.
» Rimasi lì, a fissare quelle parole. La donna del bar, che era venuta ad avvertirmi prima di morire. Aveva saputo che sarei arrivato lì. E aveva saputo che lì avrei trovato più di una locanda.
Aveva saputo che lì avrei trovato me stesso.


