Alle 16:40 di quel settembre, il telefono del laboratorio squillò. Lavoro al primo piano di un palazzo del Settecento, nel centro storico di Isernia, in Molise, una regione che la maggior parte degli italiani dimentica di elencare quando gli chiedi di contare le regioni. La donna all’altro capo della linea aveva una voce compressa, di chi sta trattenendo qualcosa di grosso dietro un tono professionale. Mi disse che era la dottoressa Valente, della Clinica Salus, e che aveva bisogno di una controprova urgente su una biopsia.

«Dottor Ferrante, so che la conoscono per il suo metodo. Le parole sono importanti, stavolta lo sono più che mai. »
Si presentò, mi ricordò che avevo fatto una consulenza per lei due anni prima. Poi la voce le si incrinò appena: «Si tratta di mio padre.
»
Pensai subito al signor Domenico. Non poteva essere lui. Non dopo tutto quello che aveva fatto per noi. Io e mia moglie Grazia siamo stati sposati per vent’anni.
Lei era nata a Castelpetroso, un paese a venti minuti da Isernia, figlia di un artigiano del ferro battuto e di una donna che aveva cresciuto cinque figli con le mani sempre occupate e la voce sempre bassa. Grazia era la donna che ho amato per vent’anni, ma il legame più strano della mia vita era quello con suo padre, il signor Domenico, un uomo che non aveva mai alzato la voce oltre un certo limite e che aveva sempre avuto un modo di guardarti che ti faceva sentire sia visto che giudicato. Per sette anni, ogni tre mesi, facevamo visita alla suocera nell’ala per lungodegenti della Clinica Salus. Sete anni di visite trimestrali sono sette anni in cui impari a fidarti di uno schema.
Entravamo dalla stessa portafinestra, percorrevamo lo stesso corridoio, ci sedevamo sulle stesse sedie di plastica verde, e il signor Domenico, con la sua voce roca da ex fumatore, diceva sempre la stessa cosa: «Grazia, hai un marito che ti vuole bene. Non ti meriti un uomo così. Ricordatelo. »
Non era la frase di un vecchio spento dalla malattia.
Era una sentenza gentile, pronunciata come una diagnosi. Una volta, mentre Grazia era uscita a prendere un caffè, lui aveva preso la mia mano tra le sue, aveva guardato la porta per assicurarsi che nessuno ascoltasse, e mi aveva detto: «Ferrante, tu stai facendo un errore con tua moglie. Lei non è chi credi che sia. »
Avevo riso.
Avevo detto: «Lei è tutto ciò che ho. »
Lui aveva scosso la testa, con un’espressione che non avevo mai visto in vent’anni: «No. Tu stai sbagliando tutto. »
Non ci avevo più pensato.
Il signor Domenico era un uomo anziano, a volte lucido, altre confuso. Faceva parte dello sfondo della nostra vita, come il tavolo di formica o il profumo di caffè di orzo che aleggiava nel corridoio. Ma la telefonata della dottoressa Valente aveva quel tono che ti fa capire che la sfondo sta per cambiare. «Dottor Ferrante, non so a chi altro rivolgermi.
Le invio tutto il materiale. Deve dirmi se i referti sono autentici. »
«Autentici? Quale referto?
»
«Quello di mio padre. Il signor Domenico Colella. »
Il nome mi colpì come una sbarra di ferro. Perché quella era la prima volta che sentivo il cognome della suocera.
Grazia si chiamava Colella, ma non aveva mai detto che suo padre fosse in cura alla Clinica Salus. Mi lasciai cadere sulla sedia del laboratorio, guardai il calendario appeso al muro. Settembre. La stessa settimana in cui, di solito, il signor Domenico veniva a trovarci a casa.
Ma non l’avevamo visto per quasi un anno. «Perché mi ha chiamato? » chiesi. «Perché mi serviva qualcuno di cui mi fidassi.
E perché so che lei lavora con la grafia. »
La grafia. Il mio metodo. Un metodo fatto di righe, pressioni, inclinazioni, di piccole variazioni che nessuno nota, perché la gente guarda le parole e io guardo i segni.
Tutti scrivono la verità con la mano, anche quando la voce mente. Quando il corriere consegnò la busta, il mio cuore batteva forte. Dentro c’era un referto clinico, intestato alla Clinica Salus, con il nome di Domenico Colella. La data era quella del marzo precedente.
Un referto di diagnostica per immagini, con una trascrizione scritta a mano sotto la descrizione clinica. Presi il mio strumento, la lente d’ingrandimento a tre lenti, e cominciai. Alle 17:20, il mio corpo si mise a tremare. La grafia della trascrizione era identica a quella del signor Domenico.
Lo stesso tratto deciso, la stessa pressione sul tratto orizzontale, la stessa inclinazione a 120 gradi. Era il suo modo di scrivere la lettera ‘g’. Nessuno avrebbe saputo eseguire una contraffazione perfetta, perché la contraffazione più pericolosa non è quella che copia la forma, ma quella che riproduce l’abitudine. E quell’abitudine era sua.
Ma sotto la firma del medico, il dottor Mauro Colella, c’era una sigla, una lettera


