Mia nuora è entrata nel mio laboratorio con gli occhi rossi e mi ha chiesto cinquemila euro. Non mi ha detto perché. Io ho rifiutato. Cinque giorni dopo ha perso la bambina, e mio figlio mi ha…

Mia nuora è entrata nel mio laboratorio con gli occhi rossi e mi ha chiesto cinquemila euro. Non mi ha detto perché. Io ho rifiutato. Cinque giorni dopo ha perso la bambina, e mio figlio mi ha...

La vernice è ancora umida, si vede dalla luce, dal modo in cui la lampada da banco rimbalza sulla superficie curva della cassa armonica e crea quel riflesso che sembra liquido, come se lo strumento stesse ancora respirando. Passo il polpastrello del pollice sul bordo, dove la vernice incontra il legno grezzo e sento il confine. È un confine sottile, quasi invisibile, ma c’è. C’è sempre un confine tra la parte che hai già protetto e la parte che è ancora esposta, tra quello che hai salvato e quello che hai lasciato scoperto.

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Un liutaio lo sa, un padre dovrebbe saperlo. Fuori dalla finestra del laboratorio il cielo delle Marche è di quel grigio che non è pioggia e non è sole, è un grigio di mezzo che qui a Castelfidardo chiamano il cielo di chi aspetta e io aspetto da 26 mesi. La fisarmonica sul banco è una Victoria modello terzo, anno 1962, con registri a mento e bassi standard a 120 bottoni. Me l’ha portata un antiquario di Recanati che l’ha trovata in una soffitta a Loreto piena di polvere e con tre ance spezzate e il mantice che perdeva aria come un vecchio fumatore.

Sto cercando di riportarla in vita. È quello che faccio. È l’unica cosa che so fare davvero bene. Dare voce a strumenti che qualcun altro ha abbandonato.

Il diapason è appoggiato sul bordo del banco, vicino al barattolo della vernice e alla pinzetta a becco lungo. Un diapason in acciaio temperato, quello che produce il la a 440 Hz, il suono più onesto che esista al mondo. Onesto perché non mente, non può mentire. Batti l’acciaio contro una superficie dura e vibra sempre alla stessa frequenza.

Non importa se hai avuto una bella giornata o una giornata orribile. Non importa se fuori piove o se tuo figlio ti ha distrutto la vita. Il la è sempre il la 440 Hz. Costante, puro, incorruttibile.

Tutto il resto, le persone, i sentimenti, le promesse, può essere stonato. Il diapason no. Mi fermo un momento, appoggio il pennello sulla tavolozza e mi stiro la schiena. Ho 52 anni e la schiena di un uomo che ha passato 34 anni curvo su un banco da lavoro e 26 mesi a dormire su un materasso di 4 cm in una cella di 3 m per 2,7.

La cella era al secondo piano della casa circondariale di Pesaro. Il materasso era di gommapiuma grigia con una macchia marrone nell’angolo in basso a sinistra, che non ho mai voluto identificare, e i 26 mesi erano la mia condanna per un reato che non ho commesso. Ma non è di questo che voglio parlare adesso. Adesso voglio parlare della vernice, della vernice e del suono e di come certe cose si possono riparare e certe cose no.

E di come un uomo di 52 anni che sta in un laboratorio pieno di trucioli di acero e polvere di colofonia, alle 8 di sera di un martedì di ottobre, può avere contemporaneamente le mani più ferme del mondo e il cuore più rotto che ci sia nelle Marche. Mi chiamo Davide, non vi dico il cognome, non ancora, forse dopo, forse mai. Dipende da come finisce questa storia e io stesso non sono sicuro di come finisce perché la sto ancora vivendo mentre ve la racconto. Sono un liutaio, non di violini, non di quelli nobili che lavorano a Cremona con i legni certificati e i clienti delle orchestre filarmoniche.

Io costruisco e riparo fisarmoniche qui a Castelfidardo, nelle Marche, che è la capitale mondiale della fisarmonica, anche se il mondo non lo sa o fa finta di non saperlo. In questo paese di 16. 000 anime ci sono più laboratori di fisarmoniche che bar e ogni mattina, quando apro la serranda del mio laboratorio in via Soprani, sento almeno tre mantici che respirano da altrettanti laboratori lungo la strada, come un coro di polmoni meccanici che si svegliano insieme. Mio padre faceva questo mestiere.

Mio nonno faceva questo mestiere. Il padre di mio nonno montava ance di acciaio per la Soprani, quando la Soprani era la fabbrica più grande d’Europa e Castelfidardo era il centro del mondo per chiunque avesse mai tenuto in mano una fisarmonica. Io non sono il centro di niente. Sono un uomo solo in un laboratorio che puzza di colla di coniglio e solvente nitro, con le mani che sanno ancora fare il loro lavoro e il resto che non sa più fare niente.

Mio figlio si chiama Ettore. Non è lo stesso Ettore del vostro amico o del vostro vicino. È il mio Ettore. E il mio Ettore ha 28 anni e un viso che somiglia al mio quando avevo la sua età.

Lo stesso naso lungo dei romagnoli che sta nella nostra famiglia, anche se siamo marchigiani da generazioni, e gli stessi occhi scuri che mia madre chiamava occhi da lupo e che io vedevo ogni mattina nello specchio del bagno quando ancora mi guardavo allo specchio. Adesso non mi guardo più, non per vanità o per tristezza, semplicemente perché non mi interessa più sapere che faccia ho. Il volto di un uomo che è stato tradito dal proprio sangue non è un volto che vuoi studiare troppo a lungo. Ma questa storia non comincia con il tradimento, comincia con un suono, il suono di una fisarmonica che suona la notte di Castelfidardo, la marcia che qui si suona ogni 18 settembre per la festa della battaglia e che mio figlio Ettore sapeva suonare a memoria prima ancora di saper leggere le note, perché gliela insegnai io nota per nota, seduto su quello stesso sgabello dove adesso sono seduto io, quando lui aveva 6 anni e le dita troppo corte per arrivare ai bassi e doveva usare tutto il peso del braccio sinistro per aprire il mantice.

Ogni volta che apriva quel mantice, il suono che usciva era stonato, incerto, pieno di note false. E ogni volta io gli dicevo la stessa cosa: “Non importa se è stonato, Ettore, importa che respiri. Se il mantice respira, il suono arriva. Il resto è solo pratica.

” Avrei dovuto applicare lo stesso principio alla vita. Se il mantice respira, il suono arriva. Ma quando tuo figlio ti fa arrestare per qualcosa che non hai fatto, il mantice smette di respirare e il suono non arriva più. Sto lavorando sulla Victoria quando mi torna in mente il giorno dell’arresto.

Non lo cerco quel ricordo, non lo chiamo. Arriva da solo, come un’ancia che vibra per simpatia quando un’altra ancia vicina viene sollecitata. Nella liuteria si chiama risonanza simpatetica. Il fenomeno per cui una corda o un’ancia inizia a vibrare non perché qualcuno la tocca, ma perché un suono vicino la raggiunge alla sua stessa frequenza.

I ricordi funzionano così, non li tocchi, ma qualcosa nel presente vibra alla loro frequenza e loro si svegliano. Il 23 marzo del 2022, un martedì, ero nel laboratorio come adesso. Stavo riparando un Castagnari Andri del 2015 con un problema al registro del clarino. Un lavoro delicato che richiedeva concentrazione assoluta, perché il meccanismo di commutazione del Castagnari è diverso da quello della Soprani e se sbagli la calibrazione della leva, il registro suona mezzo tono sotto e il musicista ti maledice per tre generazioni.

Erano le 10:40 del mattino. Il sole entrava dalla finestra del laboratorio e faceva brillare la polvere di metallo sospesa nell’aria, quei granelli microscopici di acciaio e ottone che in un laboratorio di fisarmoniche galleggiano sempre nell’aria come un universo in miniatura. In mezzo a quel pulviscolo dorato sentii la porta del laboratorio aprirsi, non la porta dei clienti, quella sulla strada che ha il campanello di ottone che suona un do diesis perché l’ho accordato io. La porta laterale, quella che dà sul cortile interno e che solo la famiglia usa.

Era Gioia, mia nuora, la moglie di Ettore. Gioia Tarantino, 24 anni all’epoca, nata a Osimo, capelli neri cortissimi tagliati alla maschietto, un piercing al naso che mia madre avrebbe definito una provocazione e che a me, francamente, non aveva mai dato fastidio, e un modo di camminare veloce, nervoso, come se ogni stanza fosse troppo piccola per contenerla. Gioia era incinta di 6 mesi e mezzo. Portava in grembo mia nipote, la mia prima nipote, la creatura che ancora non aveva un nome, ma che io già chiamavo in segreto la nota, perché per me quella bambina era come una nota che non era ancora stata suonata, ma che esisteva già dentro lo strumento, nascosta tra le ance, in attesa che qualcuno aprisse il mantice e la facesse uscire.

Gioia entrò nel laboratorio e aveva gli occhi rossi, non rossi di pianto, rossi di qualcos’altro. Rossi nel modo in cui diventano rossi gli occhi di una persona che non dorme da giorni o che ha assunto qualcosa che non dovrebbe assumere, o entrambe le cose. Io non lo sapevo ancora, ma quel rossore negli occhi di mia nuora era la prima nota falsa di una sinfonia di bugie che sarebbe durata due anni e mezzo e mi sarebbe costata tutto. “Davide”, mi disse, con quella voce che aveva quando voleva qualcosa, non la voce normale, quella che usava per dire buongiorno o per chiedere il sale a tavola, la voce di quando aveva bisogno di qualcosa e sapeva già che la risposta sarebbe stata no e quindi caricava la domanda di un tono particolare, un tono leggermente più acuto del normale, come un’ancia che vibra troppo veloce, perché la pressione dell’aria nel mantice è eccessiva.

“Davide, devo parlarti. ”

Non alzai gli occhi dal Castagnari. “Dimmi. ”

“Ho bisogno di soldi.

“Quanto? ”

“Cinquemila euro. ”

Posai il cacciavite di precisione. La guardai.

Cinquemila euro era più di quello che guadagnavo in un mese e mezzo di lavoro. E Gioia lo sapeva. “Per cosa? ” le chiesi.

Lei si sedette sullo sgabello accanto al banco, quello che era stato di mio padre, e che ancora portava le bruciature di sigaretta che mio padre ci lasciava quando si dimenticava la sigaretta accesa sul bordo, perché era troppo concentrato su un’ancia. “Per il bambino”, disse. “Per cose del bambino. ”

“Quali cose?

“Cose, Davide, cose che servono. ”

Non le diedi i soldi, non perché fossi tirchio o insensibile, ma perché cinquemila euro che non sai spiegare non sono una richiesta, sono un problema. Glielo dissi con gentilezza, perché Gioia era incinta e perché io non ero il tipo di uomo che nega qualcosa senza offrire un’alternativa. Le dissi che se aveva bisogno di qualcosa per il bambino potevamo andare insieme a comprarlo, che avrei pagato io qualunque cosa servisse, ma che volevo vedere cosa compravamo.

Lei si alzò dallo sgabello senza rispondere, uscì dalla porta laterale e non la vidi più per quattro giorni. Quei quattro giorni li ricordo come un musicista ricorda una pausa in uno spartito, una pausa lunga di quelle che nei pezzi classici sono scritte con una corona sopra, che significa che la pausa dura quanto il direttore decide, quanto la tensione del pezzo richiede. Quattro giorni di silenzio in cui Gioia non rispose al telefono. Ettore mi disse che stava dalla madre a Osimo e io scelsi di crederci, perché credere era più facile che indagare e perché avevo un Castagnari da finire e tre fisarmoniche in coda.

E perché un uomo che lavora con le mani tende a fidarsi delle cose che può toccare e a rimandare le cose che non può. Il quinto giorno Gioia perse il bambino. Non il bambino. La bambina.

La mia nota. Successe nel bagno di casa loro, nell’appartamento al secondo piano di via Matteotti che Ettore aveva preso in affitto dopo il matrimonio. Ettore era al lavoro, faceva il tecnico di manutenzione per una ditta di impianti termoidraulici a Civitanova Marche, 40 minuti di macchina. Gioia era sola.

Quando Ettore arrivò all’ospedale di Jesi, la bambina era già persa. Gioia aveva il volto bianco come la cera degli stampi e non parlava. Il medico del pronto soccorso annotò nella cartella clinica una serie di cose che io non avrei letto fino a molto tempo dopo. Annotò trauma addominale compatibile con caduta accidentale.

Annotò tracce ematiche suggestive di distacco placentare acuto. E annotò, in una nota a margine che sarebbe diventata la chiave di tutto, la presenza nel sangue di Gioia di metaboliti compatibili con esposizione a sostanze. Io arrivai all’ospedale di Jesi. Mi ricordo l’ora perché guardai l’orologio nel corridoio del reparto.

Un orologio da parete con la cassa di plastica bianca e le lancette nere che si muovevano con quel ticchettio secco degli orologi a quarzo che a me, abituato ai meccanismi a molla, suonano sempre come un rimprovero. Trovai Ettore seduto su una sedia di plastica arancione nel corridoio, con i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani. Non piangeva. Ettore non piangeva mai, neanche da bambino, neanche quando a 7 anni cadde dalla bicicletta in piazza della Repubblica e si aprì il ginocchio fino all’osso e io lo portai al pronto soccorso tenendolo in braccio e lui non fece un suono per tutta la strada.

Mi guardava con quegli occhi da lupo e stringeva i denti come se piangere fosse una resa che non poteva permettersi. Seduto su quella sedia arancione del corridoio dell’ospedale di Jesi, anni dopo, aveva la stessa identica espressione e io, stupido, pensai che fosse dolore. “Papà”, mi disse quando mi vide. Una sola parola, la stessa parola che mi avrebbe detto 17 mesi dopo in un’aula di tribunale a Pesaro, con un significato completamente diverso.

“Papà. ”

Mi sedetti accanto a lui, non dissi niente. Un liutaio non parla quando lo strumento è rotto. Prima guarda, ascolta, cerca di capire dove si è spezzata l’ancia, dove il mantice perde aria, dove il meccanismo si è inceppato.

Solo quando ha capito il danno interviene. Io non avevo ancora capito il danno, non avevo ancora capito niente. “Come sta Gioia? ” chiesi dopo un tempo che non so misurare.

“Male. ”

“E la bambina? ”

Silenzio. Un silenzio che non era una pausa musicale, era l’assenza totale di suono.

Il silenzio di una cassa armonica vuota, di uno strumento senza ance, di un mantice che non si aprirà mai più. Quel silenzio mi disse tutto quello che le parole non potevano dire. La nota non sarebbe mai stata suonata. Prendo il diapason dal banco, lo batto leggermente sul bordo del tavolo.

Il la risuona, 440 Hz, puro, costante, indifferente. Lo appoggio sull’orecchio e lascio che la vibrazione mi entri nel cranio. A volte faccio questo quando il laboratorio diventa troppo silenzioso e il silenzio diventa troppo simile a quello del corridoio dell’ospedale di Jesi. Il la mi ricorda che esiste ancora un suono onesto nel mondo, che non tutto è stonato.

Appoggio il diapason. Torno alla Victoria. La cassa armonica ha bisogno di un’altra mano di vernice prima che possa montare le ance nuove. Mentre passo il pennello, vi racconto quello che successe dopo l’ospedale, nei mesi che seguirono.

I mesi in cui la mia vita cambiò frequenza come uno strumento che viene accordato al contrario, sempre più in basso, sempre più stonato, fino a raggiungere una nota così grave che nessun orecchio umano potrebbe percepirla. Un infrasuono della vita. Gioia tornò a casa dopo 5 giorni di ospedale. Non parlava quasi più.

Ettore mi disse che il medico aveva consigliato riposo assoluto e supporto psicologico e che Gioia stava vedendo una psicologa a Osimo una volta alla settimana. Io offrii di aiutare come potevo. Cucinai per loro per tre settimane consecutive. Ogni sera portavo un contenitore con qualcosa che avevo preparato.

Vincisgrassi perché a Gioia piacevano i vincisgrassi. Olive ascolane perché Ettore ne andava matto. Brodetto di pesce alla marchigiana perché mia madre diceva sempre che il pesce guarisce tutto. Portavo il cibo, lo lasciavo sulla porta se Gioia non voleva vedermi e tornavo al laboratorio.

Fu in quelle settimane che cominciai a notare qualcosa, non nei fatti, nei silenzi, nei vuoti tra le parole. Ettore mi parlava sempre meno. Quando gli chiedevo come stava Gioia, rispondeva con frasi corte, telegrafiche, come le note staccate di un brano suonato senza legatura. “Sta meglio”, “mangia poco”, “dorme”.

Non aggiungeva mai un dettaglio, non apriva mai una frase come si apre un mantice con il respiro largo che permette alla musica di uscire. Le sue frasi erano mantici chiusi, compressi, senza aria. E poi c’era il modo in cui mi guardava, non negli occhi, ma leggermente di lato, come chi guarda un oggetto che si è spostato dal posto dove lo ricordava e non riesce a capire chi lo ha mosso. Mi guardava come si guarda qualcosa che non torna.

E io, stupido di un liutaio che sa leggere le vibrazioni del legno, ma non quelle delle persone, pensai che fosse il dolore per la bambina. Pensai che Ettore stesse elaborando il lutto a modo suo, in silenzio, con i denti stretti, come faceva da bambino con il ginocchio aperto. Sbagliavo. Non stava elaborando il lutto, stava costruendo qualcos’altro.

Stava montando pezzo per pezzo, come si monta una fisarmonica, il meccanismo che mi avrebbe distrutto. Il primo settembre del 2022, 5 mesi dopo la perdita della bambina, i carabinieri vennero al mio laboratorio. Erano le 8:00 del mattino. Avevo appena aperto la serranda e stavo preparando il caffè sulla moka che tengo sul fornelletto elettrico accanto alla finestra, la stessa moka da tre tazze che uso da 15 anni e che ha quel fischio caratteristico quando l’acqua sale, che suona come un si bemolle strozzato.

Il caffè non era ancora salito quando sentii il campanello di ottone sulla porta, il mio do diesis. Quando aprii, trovai due carabinieri in divisa. Uno giovane con la faccia di chi si è appena svegliato, uno più anziano con la faccia di chi avrebbe preferito non svegliarsi affatto. Il più anziano mi chiamò per cognome.

Usò il cognome completo, nome e cognome, come si fa nei verbali. Come si fa quando le parole smettono di essere personali e diventano istituzionali. Mi chiese di seguirli in caserma per una deposizione. Chiesi di cosa si trattava.

Mi rispose con una frase che non dimenticherò mai, non perché fosse particolarmente eloquente, ma perché era la frase più stonata che avessi mai sentito in vita mia, una frase che non apparteneva alla mia realtà come un’ancia di acciaio non appartiene a un pianoforte. Mi disse che c’era una denuncia a mio carico presentata da mio figlio Ettore, che la denuncia riguardava presunti atti di violenza domestica nei confronti di mia nuora Gioia e che le conseguenze di tale violenza includevano la perdita del bambino. Il caffè fischiò nella moka, il si bemolle strozzato. Lo sentii come se venisse da un’altra stanza, da un’altra vita, da un altro universo in cui un liutaio di Castelfidardo preparava il caffè al mattino e la cosa peggiore che poteva succedergli era un’ancia che non voleva stare in tonalità.

Non racconterò i dettagli dell’indagine, non perché non siano importanti, ma perché i dettagli di un’ingiustizia sono tutti uguali nella sostanza. Cambiano solo i nomi e le date. La sostanza è questa. Gioia disse ai carabinieri, poi al magistrato, poi al giudice, che io l’avevo spinta durante una discussione nel mio laboratorio, il giorno in cui era venuta a chiedermi i cinquemila euro.

Disse che ero diventato aggressivo quando lei aveva rifiutato di dirmi a cosa servivano i soldi, che l’avevo afferrata per un braccio e che lei era caduta contro il banco da lavoro battendo l’addome. Disse che non aveva denunciato subito perché aveva paura di me e perché sperava che il bambino stesse bene. Disse che il trauma di quella caduta aveva causato il distacco placentare 5 giorni dopo. Ettore confermò.

Disse che Gioia gli aveva raccontato tutto quella sera stessa, il giorno in cui era venuta al laboratorio. Disse che aveva visto un livido sul braccio di Gioia. Disse che non aveva denunciato subito perché era sotto shock e perché io ero suo padre e non riusciva ad accettare quello che era successo. Il giudice credette.

Il tribunale di Pesaro mi condannò a 3 anni di reclusione, ridotti a 2 anni e due mesi, con lo sconto per buona condotta e per il rito abbreviato che il mio avvocato mi convinse ad accettare, perché mi disse, con una sincerità che all’epoca scambiai per cinismo, che le probabilità di assoluzione erano basse, data la coerenza delle testimonianze e la documentazione medica, che, pur non provando direttamente la mia colpevolezza, non la escludeva. Non la escludeva. Sapete cosa significa per un liutaio un suono che non esclude una dissonanza? Significa che lo strumento è inutilizzabile.

Non importa se la dissonanza non è provata, se non puoi escluderla non puoi suonare. Entrai nella casa circondariale di Pesaro il 14 dicembre del 2022. Uscii il 7 febbraio del 2025. 26 mesi, 696 giorni.

Li contai. Non come un prigioniero conta i giorni segnando tacche su un muro. Li contai come un musicista conta le battute di un pezzo infinitamente lungo, senza sapere quando arriva la fine, perché nessuno gli ha dato lo spartito completo. Ma adesso non voglio parlare della prigione, non ancora.

Voglio parlare di Ettore bambino, voglio parlare di prima. Perché se vi racconto solo la parte brutta non capirete perché la parte brutta fa così male. La parte brutta fa male solo se prima c’è stata una parte bella. Senza la parte bella, la parte brutta è solo un fatto.

Con la parte bella diventa una devastazione. Ettore nacque il 12 aprile del 1997 alle 3:42 del mattino all’ospedale di Jesi, lo stesso ospedale dove 23 anni dopo avrei perso la mia nota. Ma quel giorno, quel giorno di aprile, quell’ospedale era il posto più bello del mondo. Mia moglie Serena, che all’epoca aveva 25 anni e un coraggio che io non ho mai avuto e probabilmente non avrò mai, partorì in 4 ore e mezza, con una determinazione silenziosa che mi fece capire che tra noi due il più forte non ero io e non lo sarei mai stato.

Quando l’ostetrica mi mise Ettore tra le braccia, lui non piangeva. Aveva gli occhi aperti, quegli occhi da lupo che sarebbero diventati identici ai miei, e mi guardava con un’espressione che posso descrivere solo come curiosità perplessa, come se stesse cercando di capire che tipo di strumento era il mondo e se valeva la pena di imparare a suonarlo. Gli insegnai a suonare la fisarmonica a 6 anni, non perché volessi che diventasse un liutaio, non ero quel tipo di padre, ma perché a Castelfidardo insegnare la fisarmonica a tuo figlio è come a Napoli insegnare a fare la pizza o a Parma insegnare a riconoscere il parmigiano buono da quello mediocre. È cultura, è identità, è il modo in cui dici a tuo figlio: “Questo è il posto da dove vieni e questo è il suono che quel posto fa”.

Gli insegnai sul mio Scandalli Super del 1981, lo strumento che mio padre aveva comprato usato da un musicista di Ancona che aveva smesso di suonare per un problema al polso e che da allora era passato a me come un testamento sonoro, un’eredità che pesava 11 kg e suonava come se dentro ci fossero 100 voci che aspettavano solo di essere liberate. Ettore si sedeva sullo sgabello con le gambe che non toccavano terra e infilava le braccia nelle cinghie che io dovevo stringere al massimo perché le sue spalle di bambino erano troppo strette, e apriva il mantice con uno sforzo che gli faceva arrossire le guance. Il primo pezzo che gli insegnai fu la notte di Castelfidardo, non perché fosse facile, non lo era affatto, ma perché era il pezzo che mio padre aveva insegnato a me e che il padre di mio padre aveva insegnato a mio padre. E perché certe catene non si spezzano per scelta, ma solo per tradimento.

Me ne accorgo adesso che uso questa parola. Tradimento viene fuori da sola, come un’ancia che vibra per simpatia. Quelle sere nel laboratorio con Ettore bambino sono il ricordo più bello che ho, il più bello e il più doloroso. Perché il ricordo di una cosa bella che non esiste più è la forma più raffinata di tortura che la vita conosca, più raffinata della prigione, più raffinata dell’ingiustizia, più raffinata persino del tradimento.

La prigione finisce, l’ingiustizia può essere corretta, il tradimento può essere compreso se non perdonato, ma un ricordo bello che è diventato la prova di qualcosa che hai perso per sempre, quello non finisce mai. Quello vibra all’infinito come il la del diapason, solo che invece di 440 Hz vibra alla frequenza del rimpianto, che è una frequenza che nessuno ha mai misurato, perché è diversa per ogni persona e per ogni perdita. Vi racconto la sera in cui Ettore suonò la notte per la prima volta senza errori. Aveva 8 anni, era novembre, fuori pioveva quella pioggia marchigiana che non è mai violenta, ma non smette mai.

La pioggia che mia madre chiamava la pioggia dei testardi. Il laboratorio era caldo perché avevo acceso la stufa a legna che stava nell’angolo vicino allo scaffale delle ance. La stufa che mio padre aveva installato nel 1975 e che funzionava ancora perfettamente, perché le cose costruite da mani che sanno cosa fanno durano più di una vita. Ettore si sedette sullo sgabello, infilò le braccia nelle cinghie, mi guardò.

“Pronto”, gli dissi. “Pronto”, disse lui, e suonò. E il suono che uscì dallo Scandalli quel giorno non era il suono incerto e stonato dei primi tentativi. Era un suono pieno, rotondo, con ogni nota al suo posto, come ogni ancia al suo posto in una fisarmonica ben accordata.

La notte di Castelfidardo riempì il laboratorio e uscì dalla porta e attraversò il cortile e arrivò probabilmente fino a via Soprani, dove Gustavo Bruni, il liutaio più anziano del paese, 82 anni e le dita ancora capaci di montare un’ancia al tatto, probabilmente la sentì e probabilmente sorrise nel modo in cui sorridono i vecchi liutai quando sentono un suono che gli ricorda perché hanno dedicato la vita a questo mestiere. Io non sorrisi, io piansi. Piansi come non piangevo dal giorno del mio matrimonio, in silenzio, con le lacrime che scendevano sulle guance e finivano sul colletto della camicia di flanella che portavo in laboratorio e che adesso, 23 anni dopo, è ancora appesa all’attaccapanni vicino alla porta, anche se ha i gomiti consumati e il terzo bottone mancante. Piansi perché quel suono era la prova che qualcosa di me sarebbe sopravvissuto anche dopo di me, che la catena non si era spezzata, che mio figlio aveva dentro di sé lo stesso suono che avevano avuto mio padre e mio nonno e il padre di mio nonno.

Non sapevo che quella catena si sarebbe spezzata comunque, non per un’ancia rotta o un mantice forato, per qualcosa di peggio, per una scelta. Torno alla Victoria. La vernice si è asciugata abbastanza. Passo il dito sulla superficie e sento quel liscio opaco che ti dice che è pronta per il secondo strato.

Ma prima devo montare le ance nuove. Le ance della Victoria sono in acciaio armonico, un tipo di acciaio con un contenuto di carbonio più alto del normale che gli dà quella flessibilità e quella resistenza che permettono alla lama di vibrare milioni di volte senza spezzarsi. Milioni di volte. Ci pensate?

Un pezzo di metallo sottile come un’unghia che vibra milioni di volte e non si rompe. L’acciaio armonico è più resistente dell’acciaio comune, proprio perché è stato progettato per sopportare lo stress ripetuto, la vibrazione costante, la fatica del metallo che altri acciai non reggerebbero. A volte mi chiedo se esista un equivalente umano dell’acciaio armonico, un tipo di persona progettata per sopportare lo stress ripetuto senza spezzarsi. Se esiste, io non sono quella persona.

Io sono l’acciaio comune, quello che a un certo punto cede. Ma sto divagando, lo faccio spesso. Un liutaio che lavora da solo parla con se stesso e quando parla con se stesso divaga, perché la mente segue le mani e le mani seguono il legno e il legno ha le sue venature e le venature non vanno mai dritte. Vi devo raccontare cosa successe dopo l’arresto, dopo il processo, dopo la sentenza, ma non come si racconta normalmente una storia, dall’inizio alla fine, dalla causa all’effetto.

Ve la racconto come la ricordo io, a pezzi e a frammenti, come le tessere di un mosaico che qualcuno ha smontato e ha rimesso nella scatola senza ordine, perché così è come la vive un uomo che è stato dentro, non in ordine, a pezzi. Il giorno del processo Ettore venne a testimoniare. Non mi guardò. Per tutta la durata della sua deposizione tenne gli occhi fissi su un punto del muro dietro il banco del giudice.

Un punto che probabilmente non conteneva niente di interessante, ma che gli permetteva di parlare senza dover incrociare il mio sguardo. Disse le cose che aveva già detto ai carabinieri, le disse con voce ferma, senza esitazioni, senza contraddizioni. Era preparato. Disse che Gioia gli aveva riferito dell’aggressione il giorno stesso.

Disse che aveva visto il livido. Disse che non aveva denunciato subito perché non voleva credere che suo padre fosse capace di una cosa del genere. Quando il mio avvocato gli chiese se aveva mai assistito a comportamenti violenti da parte mia in passato, Ettore disse: “No”. Quando gli chiese perché pensava che questa volta fosse diverso, Ettore disse una cosa che mi colpì come un pugno nello sterno.

Disse: “Perché a volte le persone cambiano”. Disse che negli ultimi mesi prima dell’incidente io ero diventato più nervoso, più irritabile, che mi lamentavo della situazione finanziaria, che ero insoddisfatto del mio lavoro. Disse che quando Gioia era venuta al laboratorio a chiedermi soldi, la mia reazione aveva confermato quello che lui temeva da tempo. Niente di quello che disse era completamente falso.

Ed è questa la forma più devastante di menzogna, quella che usa pezzi di verità per costruire una bugia. È vero che ero più nervoso, è vero che mi lamentavo della situazione finanziaria, perché un liutaio di fisarmoniche a Castelfidardo nel 2022 non è esattamente un uomo ricco e gli ordini stavano calando e i costi delle materie prime stavano salendo e io avevo 50 anni e cominciavo a chiedermi se avrei potuto continuare a fare questo mestiere per altri 20 anni. È vero che quando Gioia mi chiese cinquemila euro senza spiegazione, la mia reazione non fu entusiasta. Ma tra una reazione non entusiasta e un’aggressione fisica c’è un abisso.

E mio figlio riempì quell’abisso con le sue parole, mattone dopo mattone, finché l’abisso non sembrò un ponte e il giudice ci camminò sopra e mi condannò. Dopo la sentenza, mentre mi portavano fuori dall’aula, mi girai a guardare Ettore. Questa volta lui mi guardò. Per un secondo, forse meno, i nostri occhi si incrociarono e in quell’istante, in quel frammento di tempo così breve che non basterebbe neanche per far vibrare un’ancia, vidi qualcosa nel suo sguardo che non era sollievo e non era dolore, era terrore.

Il terrore di un uomo che ha fatto qualcosa di irreversibile e che in quel preciso momento, nel preciso istante in cui le conseguenze diventano reali, si rende conto che non può tornare indietro. Vidi quel terrore e lo archiviai da qualche parte nel mio cervello, nello scaffale dove un liutaio mette le cose che non capisce ancora, ma che sa che un giorno capirà. In carcere imparai tre cose. La prima è che il tempo non è lineare.

In libertà il tempo scorre come una melodia, una nota dopo l’altra, con un ritmo e una direzione. In carcere il tempo è un drone, un suono continuo senza variazione, un bordone di fisarmonica che qualcuno tiene premuto senza mai cambiare nota. La seconda cosa che imparai è che il silenzio ha una densità. Fuori il silenzio è l’assenza di suono.

Dentro il silenzio è una presenza, una materia solida che ti preme addosso, come l’aria compressa in un mantice che non riesce ad aprirsi. La terza cosa che imparai è che nessuno venne. Nessuno venne a trovarmi. Non Ettore, non Gioia, nessuno della famiglia di Gioia, il che era comprensibile, dato che per loro io ero il mostro che aveva causato la perdita della loro nipotina.

Nessuno della mia famiglia, perché la mia famiglia ero io, dopo che Serena se n’era andata 5 anni prima con un rappresentante di strumenti musicali di Civitanova che vendeva tastiere digitali Korg e che probabilmente era un brav’uomo, ma che io non ero mai riuscito a guardare in faccia senza pensare che un uomo che vende tastiere digitali Korg in una città di liutai artigianali è l’equivalente di un fast food aperto accanto a un ristorante stellato. Ma questa è un’altra storia. L’unica persona che venne fu Rinaldo Pascucci. Rinaldo era il mio vicino di laboratorio su via Soprani, un liutaio di 67 anni che costruiva bandoneon, che è la fisarmonica argentina, quella del tango, e che parlava con un accento marchigiano così stretto che a volte neanche io lo capivo.

Rinaldo venne una volta al mese, regolare come il ticchettio di un pendolo. Portava sempre la stessa cosa, un sacchetto di carta del forno Beccaceci con dentro sei maritozzi marchigiani, quelli con la crema, e una busta con dentro le ultime notizie dal laboratorio. Quali clienti avevano chiesto di me, quali strumenti erano arrivati, come stavano le piante di rosmarino che tenevo sul davanzale della finestra del laboratorio e che Rinaldo aveva promesso di innaffiare. Non portava mai notizie di Ettore, non perché non ne avesse, ma perché io gli avevo chiesto di non portarmene.

Non volevo sapere, non ancora. Non ero pronto. In carcere impari a dosare le informazioni come un liutaio dosa la colla. Troppa e il legno si deforma, troppo poca e il giunto cede.

Ma Rinaldo, alla terza visita, infranse la regola. Si sedette di fronte a me nel parlatorio, aprì il sacchetto dei maritozzi, ne spinse uno verso di me e disse: “Davide, devo dirti una cosa”. Lo disse con quel tono, il tono di chi sa che quello che sta per dire cambierà qualcosa e non è sicuro di voler essere quello che lo cambia. “La bambina”, disse.

“La bambina di Ettore e Gioia. ”

“Quale bambina? ” dissi. E nel momento in cui lo dissi, il cuore mi fece qualcosa che non so descrivere con parole, ma che posso descrivere con un suono, il suono di un’ancia che vibra così forte da uscire dalla sua sede e colpire l’ancia opposta, creando un rumore metallico, stridente, che in liuteria si chiama battimento e che significa che qualcosa sta vibrando fuori controllo.

Rinaldo mi guardò con quegli occhi acquosi che i vecchi liutai hanno, perché passano la vita a guardare cose piccolissime sotto luci fortissime. “Gioia ha avuto un’altra bambina, Davide, in aprile. Si chiama Viola. Viola come la viola, lo strumento, come la violetta, il fiore, come il colore che sta tra il blu e il rosso e che non è né l’uno né l’altro e che proprio per questo è il più bello di tutti.

Mia nipote. La mia seconda nota. Nata mentre io ero in una cella a Pesaro per una colpa che non avevo commesso. Nata senza che nessuno mi avvertisse, senza che nessuno pensasse che il nonno avesse il diritto di sapere.

Rinaldo vide qualcosa sul mio viso che lo fece smettere di parlare. Rimase seduto in silenzio per un tempo che non so quantificare, guardando il maritozzo sul tavolo tra noi, come se il maritozzo contenesse qualcosa di importante che nessuno dei due riusciva a trovare. Poi disse ancora una cosa. “È uguale a te”, disse.

“Gli occhi. Gli occhi da lupo. ”

Posai il maritozzo che avevo preso. Lo posai con le due mani lentamente, come si posa uno strumento delicato su un banco imbottito.

E per la prima volta in 15 mesi di carcere piansi. Non come avevo pianto la sera in cui Ettore suonò la notte per la prima volta. Quello era stato un pianto di gioia. Questo era un pianto che non aveva nome, un pianto che conteneva tutto, la rabbia e la tenerezza e l’ingiustizia e l’amore e la perdita e la scoperta e il rimpianto e qualcosa che somigliava alla speranza, ma che faceva male come la speranza non dovrebbe mai fare.

Rinaldo non mi toccò, non mi consolò, restò seduto dall’altra parte del tavolo del parlatorio e aspettò che finissi, con la pazienza di un uomo che sa che certe cose vanno lasciate vibrare fino a quando la vibrazione si esaurisce da sola, come un’ancia che hai colpito troppo forte. Non la fermi con le dita, aspetti che si fermi da sola. Adesso sto montando le ance sulla Victoria. È un lavoro di precisione che richiede mani ferme e una concentrazione che esclude tutto il resto.

Ogni ancia va posizionata sulla sua piastra con una tolleranza di frazioni di millimetro. Se la lama è troppo alta rispetto alla piastra, la risposta è lenta e il suono è sordo. Se è troppo bassa, la lama si blocca e non vibra affatto. Il punto giusto è nel mezzo, in quella zona sottile dove il metallo ha lo spazio esatto per oscillare liberamente senza toccare i bordi.

La zona di risonanza. Ogni strumento la ha, ogni persona la ha. Il problema è trovarla. Mentre monto le ance, vi racconto cosa trovai quando uscii di prigione il 7 febbraio del 2025.

Fuori dalla casa circondariale di Pesaro pioveva la pioggia dei testardi. Rinaldo era lì con la sua Fiat Panda del 2007, quella color verde oliva con lo specchietto destro tenuto insieme dal nastro adesivo argentato. Mi abbracciò, mi strinse la mano con tutte e due le mani, quelle mani da liutaio rugose e callose, e mi disse due parole: “Bentornato, maestro”. Maestro.

Così mi chiamavano in paese prima dell’arresto. Il maestro Davide, non perché fossi il migliore, c’erano liutai più bravi di me a Castelfidardo, ma perché ero il più vecchio tra quelli della mia generazione che ancora lavoravano con i metodi tradizionali, senza macchine CNC, senza taglio laser, con le mani e basta. Dopo l’arresto nessuno mi chiamò più maestro. Diventai quello, quello del laboratorio, quello che ha fatto quella cosa.

Castelfidardo è un paese di 16. 000 anime e in un paese di 16. 000 anime i segreti non esistono e le sentenze non vengono dimenticate. Ma Rinaldo mi chiamò maestro e quella parola pronunciata sotto la pioggia davanti a un carcere fu il primo suono accordato che sentii dopo 26 mesi di dissonanza.

Mi portò a casa a Castelfidardo. Il laboratorio era esattamente come lo avevo lasciato, perché Rinaldo lo aveva mantenuto, pulito, riscaldato d’inverno perché l’umidità non rovinasse gli strumenti dei clienti. Le piante di rosmarino sul davanzale erano vive. Il mio Scandalli Super era nella sua custodia dietro il banco.

Il diapason era dove lo avevo lasciato, sul bordo del tavolo, vicino al barattolo della vernice. Presi il diapason, lo battei sul tavolo, e il la risuonò. 440 Hz, ancora puro, ancora onesto. Il mondo era cambiato, io ero cambiato, mio figlio mi aveva tradito e una nipote che non conoscevo era nata e cresceva da qualche parte, senza sapere che il nonno esisteva, ma il la era ancora il la.

Appoggiai il diapason sull’orecchio e lasciai che la vibrazione mi entrasse nel cranio e per un momento, un momento brevissimo, fui di nuovo il liutaio del laboratorio di via Soprani e tutto il resto era un sogno brutto e niente di più. Poi il momento passò e la realtà tornò. E con la realtà tornarono le domande. Le prime settimane dopo l’uscita dal carcere le passai nel laboratorio.

Non a lavorare, non ancora. A stare, a respirare l’odore di colla di coniglio e solvente nitro e legno stagionato, che per me è l’odore di casa più di qualunque altro odore al mondo. Rinaldo mi portava lavoro quando c’era, piccole riparazioni che i clienti affidavano a lui e che lui girava a me, e io le facevo lentamente, con la calma di un uomo che sta reimparando a usare le mani per qualcosa di diverso dal sopravvivere. Non cercai Ettore, non cercai Gioia, non cercai Viola.

Non per orgoglio, non per rabbia, per paura. Paura di cosa avrei trovato, paura di cosa avrei provato. Paura che il suono che avrei sentito sarebbe stato troppo stonato per le mie orecchie di liutaio che, dopo 26 mesi di silenzio forzato, erano diventate ipersensibili a qualunque dissonanza. Fu Rinaldo a portarmi la notizia.

Come sempre, Rinaldo era il mio mantice, l’unica fonte d’aria che alimentava le mie ance. Venne al laboratorio un giovedì pomeriggio di marzo, un mese e qualcosa dopo la mia uscita, e si sedette sullo sgabello di mio padre e non parlò per un tempo lungo. Rinaldo che non parlava era un evento raro. Rinaldo parlava sempre di tutto, del tempo, della politica, dei bandoneon, della qualità dell’acciaio che arrivava dalla Germania, della sua gatta che aveva il diabete.

Il suo silenzio era il segnale che quello che doveva dire pesava troppo per le parole. “Gioia è morta”, disse alla fine. Non me lo disse con delicatezza. Non c’è modo delicato di dire una cosa del genere.

Me lo disse come si dice un fatto, perché era un fatto. Un incidente stradale sulla strada provinciale che collega Osimo a Castelfidardo, una curva che tutti in paese conoscono perché è quella dove nel 2015 morì il figlio del farmacista e dove dopo il 2015 ogni volta che qualcuno la percorre rallenta un po’ di più. Gioia non rallentò, non si sa se per distrazione o per altro. La macchina uscì di strada e finì contro il guardrail e Gioia morì sul colpo.

Viola era a casa con Ettore, non era in macchina. Quando Rinaldo me lo disse, la prima cosa che feci fu guardare il diapason sul banco. Non so perché. Forse perché cercavo qualcosa di stabile, qualcosa che non cambiasse, qualcosa che vibrasse sempre alla stessa frequenza, anche quando il resto del mondo andava a pezzi.

Il diapason era lì, il la era ancora il la. La seconda cosa che feci fu chiedere a Rinaldo dove stava Ettore. “A casa”, disse. “A Castelfidardo?

“Sì. ”

“Via Matteotti? ”

“Sì. ”

“Con Viola?

“Sì. ”

“Da solo? ”

“Sì, da solo con una bambina di neanche due anni. Da solo con una bambina che aveva gli occhi da lupo.

Da solo senza moglie, senza madre, con un padre che aveva mandato in prigione e che viveva a 500 metri di distanza in un laboratorio pieno di fisarmoniche. ”

Non andai da lui quel giorno, né il giorno dopo, né quello dopo ancora. Aspettai. Un liutaio aspetta.

Aspetta che la colla asciughi. Aspetta che la vernice si indurisca. Aspetta che il legno si adatti alla nuova tensione. Non si forza niente.

Non si accelera niente. Se forzi il giunto si spacca. Se acceleri la vernice si crepa. Ma il terzo giorno dopo la notizia successe qualcosa che non avevo previsto.

Stavo nel laboratorio, erano le 7:00 di sera, stavo chiudendo, sentii il campanello della porta, il do diesis. Aprii. Davanti alla porta c’era una bambina, non sola. Ettore era dietro di lei a tre passi, fermo sul marciapiede con le mani in tasca e un’espressione sul viso che non ho parole per descrivere.

Ma la bambina era davanti. La bambina era il primo piano. E la bambina mi guardava dal basso verso l’alto con quegli occhi, quegli occhi, quegli occhi da lupo identici ai miei, identici a quelli di Ettore bambino, identici a quelli di mio padre e di mio nonno e probabilmente del padre di mio nonno che montava ance per la Soprani quando la Soprani era il centro del mondo. Viola mi guardò e disse una parola, una sola.

La disse nel modo in cui i bambini dicono le parole che hanno sentito dire da qualcun altro, ma che non sanno ancora cosa significano veramente, con quella pronuncia approssimativa e quella sicurezza totale che solo i bambini possiedono. “Nonno”, disse. Il diapason dentro di me vibrò a una frequenza che non aveva nome. Non vi racconterò nel dettaglio quello che successe nei minuti successivi, perché ci sono momenti che appartengono solo a chi li vive e raccontarli li rimpicciolisce.

Vi dirò solo che Viola entrò nel laboratorio come se ci fosse già stata mille volte, con la naturalezza dei bambini che non hanno bisogno di permesso per sentirsi a casa. Si avvicinò al banco e indicò il diapason con il dito. “Quello”, disse, con la voce di chi ha trovato qualcosa che stava cercando senza saperlo. Glielo diedi.

Lo prese con le due mani, lo guardò con una serietà che in una bambina di 22 mesi era quasi comica. Poi lo batté sul ginocchio, non sul tavolo, sul ginocchio. Come fanno i bambini con gli oggetti, li battono su se stessi, sulla parte più vicina. Il la risuonò, debole, impreciso, perché un ginocchio di bambina non è una superficie dura, ma risuonò.

E Viola rise. Rise con quel tipo di risata che i bambini hanno quando scoprono che un oggetto fa un suono e che quel suono è loro, appartiene a loro, perché sono stati loro a farlo nascere. Alzai gli occhi verso Ettore. Era ancora sulla porta del laboratorio, non era entrato, stava sul confine, come la vernice sulla cassa armonica della Victoria, stava sul bordo tra la parte protetta e la parte esposta.

Lo guardai e vidi tutto. Vidi il ragazzino di 8 anni che suonava la notte di Castelfidardo. Vidi l’uomo di 26 anni che si era seduto su una sedia arancione in un corridoio d’ospedale con la testa tra le mani. Vidi il testimone che aveva fissato un punto del muro dietro il giudice per non dovermi guardare negli occhi.

E vidi qualcos’altro, qualcosa che non avevo visto prima, qualcosa che forse era sempre stato lì, ma che io non avevo saputo leggere, perché le persone non sono strumenti e le emozioni non sono ance. E a volte la frequenza a cui vibra un essere umano è troppo complessa per essere misurata con un diapason. Vidi un uomo distrutto. Non distrutto come lo ero io, dalla prigione e dall’ingiustizia, distrutto in un modo diverso, un modo che veniva da dentro, come uno strumento che è marcito dall’interno, dove il legno sembra intatto dalla superficie, ma dentro è pieno di tarli che hanno mangiato la struttura portante.

Era in piedi sulla porta del mio laboratorio con le mani in tasca e gli occhi da lupo pieni di qualcosa che io in quel momento identificai come vergogna. Ma adesso, ripensandoci, non sono sicuro che fosse vergogna. Forse era qualcos’altro. Forse era la cosa che avevo visto per un secondo nell’aula del tribunale.

Terrore. Il terrore di un uomo che ha fatto qualcosa di irreversibile e che vive con le conseguenze ogni giorno e che non sa come vivere con le conseguenze, perché nessuno ti insegna come si fa. Non disse niente, io non dissi niente. Viola batté di nuovo il diapason sul ginocchio e il la risuonò di nuovo e rise di nuovo.

E in quel suono, in quel la impreciso e debole prodotto da un pezzo di acciaio battuto sul ginocchio di una bambina di 22 mesi, ci fu qualcosa che somigliava a un inizio. Ettore si girò e se ne andò. Lasciò Viola con me per un’ora. Quando tornò, Viola dormiva sul divano del laboratorio, quello vecchio di velluto verde che era stato della nonna, con la testa su un cuscino e il diapason stretto nel pugno.

La prese in braccio senza svegliarla, mi guardò e disse: “Grazie”, con una voce che conteneva così tante cose che la parola grazie da sola non poteva contenerle tutte, come una cassa armonica troppo piccola per il suono che deve contenere, un suono costretto, compresso, doloroso. Se ne andò. Io rimasi nel laboratorio. Presi il diapason che Viola aveva lasciato sul divano.

Era ancora tiepido delle sue mani. Lo battei sul tavolo. Il la, ancora il la, sempre il la. Le settimane che seguirono, Ettore portò Viola al laboratorio altre volte.

Non ogni giorno, non con regolarità. A volte passava una settimana senza che venisse, poi veniva tre giorni consecutivi. Non c’era uno schema, non c’era una logica, era come una melodia improvvisata, senza spartito, dove le note arrivano quando arrivano e il musicista segue il suono invece di precedere il suono. Non parlavamo quasi mai, Ettore e io.

Lui la portava, rimaneva sulla porta o sul marciapiede e dopo un’ora o due tornava a prenderla. A volte si sedeva sullo sgabello accanto alla porta e guardava Viola giocare con i trucioli di legno sul pavimento del laboratorio. A volte guardava me che lavoravo. Non diceva niente, io non dicevo niente.

Il laboratorio parlava per noi con i suoi rumori di lima e pennello e il respiro dei mantici appesi al muro. Ma un giorno, un martedì di aprile, due mesi dopo l’uscita dal carcere, Ettore rimase non sulla porta, non sullo sgabello vicino alla porta. Rimase dentro. Si sedette sullo sgabello di mio padre, quello con le bruciature di sigaretta, e rimase mentre io lavoravo su un Castagnari che aveva lo stesso problema al registro del clarino del Castagnari che stavo riparando il giorno in cui i carabinieri vennero ad arrestarmi.

L’ironia non mi sfuggì. La vita come la musica è piena di riprese tematiche. Lavorai in silenzio per un tempo lungo. Ettore guardava le mie mani.

C’è qualcosa di ipnotico nel lavoro di un liutaio per chi non lo conosce. I movimenti piccoli, precisi, ripetitivi, la concentrazione visibile, il rapporto tra le mani e il materiale che sembra una conversazione muta, un dialogo fatto di pressione e resistenza e resa. Poi disse qualcosa, lo disse piano, quasi a se stesso. Lo disse guardando le mie mani, non il mio viso, come se fosse più facile parlare alle mie mani che a me.

“Non eri tu”, disse. Silenzio. Le mie mani continuarono a lavorare. La lama del clarino aveva bisogno di essere abbassata di un decimo di millimetro.

“Lo so”, dissi. E poi disse il resto. Non tutto insieme, non in una confessione strutturata e coerente, a pezzi, come le tessere di un mosaico, come i frammenti di un ricordo, come le note di una melodia che il musicista ricorda solo in parte e deve ricostruire mentre la suona. Mi raccontò di Gioia, della cocaina che Gioia usava da prima che si conoscessero, una dipendenza che lei gli aveva nascosto per i primi due anni di relazione e che lui aveva scoperto dopo il matrimonio, quando aveva trovato delle bustine nascoste nell’armadio del bagno dietro le scatole di medicinali.

Mi raccontò che aveva cercato di aiutarla, che l’aveva convinta ad andare da uno specialista a Ancona, che lei aveva smesso per qualche mese e poi aveva ricominciato. Mi raccontò che la gravidanza non aveva fermato niente, che Gioia aveva continuato a usare durante la gestazione, credendo o volendo credere che piccole quantità non facessero male. Mi raccontò il giorno dell’aborto, il giorno in cui Gioia perse la bambina, la mia nota. Mi raccontò che Gioia era caduta in bagno da sola, sotto l’effetto di qualcosa che aveva preso quella mattina.

Mi raccontò che quando era arrivato all’ospedale e aveva visto la cartella clinica, aveva capito immediatamente cosa era successo. E mi raccontò che in quel momento, in quel corridoio di ospedale, seduto sulla sedia arancione, aveva preso una decisione, la decisione più sbagliata della sua vita. Aveva deciso di proteggere Gioia, di proteggere la madre della bambina che avevano perso, la donna che amava nonostante tutto, la donna che portava dentro di sé un segreto che se fosse uscito l’avrebbe distrutta legalmente e socialmente e personalmente. Aveva deciso che la colpa doveva cadere su qualcun altro.

E il qualcun altro più accessibile, più credibile, più sacrificabile ero io, suo padre, il liutaio nervoso che si lamentava dei soldi, l’uomo che Gioia aveva visitato in laboratorio il giorno prima della caduta e che aveva rifiutato di darle cinquemila euro. L’uomo perfetto da incastrare, perché l’unico testimone dell’incontro era la stessa persona che aveva bisogno di un capro espiatorio. Ettore mi raccontò tutto questo guardando le mie mani. Non alzò gli occhi neanche una volta.

La sua voce era quella di un mantice che perde aria, un suono sempre più debole, sempre più sottile, finché alla fine non rimase quasi niente, solo il sibilo dell’aria che esce da una fessura troppo piccola per suonare, ma troppo grande per essere silenziosa. Quando finì, il laboratorio era pieno del silenzio più pesante che avessi mai sperimentato. Un silenzio diverso da quello del carcere, diverso da quello del corridoio dell’ospedale, diverso da quello dell’aula del tribunale. Un silenzio che conteneva tutto ciò che era stato detto e tutto ciò che non poteva essere detto e tutto ciò che non sarebbe mai stato sufficiente.

Non dissi niente per un tempo lungo. Poi dissi una cosa che non avevo pianificato di dire e che uscì dalla mia bocca come un’ancia che vibra per simpatia, senza che nessuno la tocchi. “La nota”, dissi. “La prima.

La bambina è morta per la cocaina. ”

Ettore non rispose. Non doveva. Il suo silenzio era la risposta più chiara che potesse dare.

Mi alzai dallo sgabello, andai alla finestra, guardai fuori, via Soprani, le persiane chiuse dei laboratori che a quell’ora erano già chiusi, la luce del lampione che creava un cerchio giallo sul marciapiede bagnato. Pensai a mia nipote Viola, che dormiva a 500 metri da lì, nella stessa casa dove sua madre era caduta in un bagno, sotto l’effetto di una sostanza, e dove il mondo era cambiato per tutti noi per sempre. Pensai che Viola aveva gli occhi da lupo e che quegli occhi meritavano un nonno e che quel nonno ero io. Pensai che potevo distruggere Ettore, che avevo tutto: la confessione verbale che Rinaldo aveva sentito dalla porta, perché Rinaldo sente tutto; i documenti medici che un mio avvocato avrebbe potuto ottenere adesso che sapevo cosa cercare; la verità.

E pensai che distruggere Ettore significava distruggere il padre di Viola. Significava togliere a Viola l’unico genitore che le restava. Significava fare a Viola quello che Ettore aveva fatto a me, privarla del suo padre, metterlo in una gabbia. Il diapason era sul banco dove lo avevo lasciato.

Lo guardai. Il la non cambia. Il la è sempre il la. Ma la scelta di un padre cambia.

La scelta di un padre dipende da troppe variabili per essere ridotta a una nota sola. Non so se quello che feci dopo fu giusto. Non so se fu debole o forte, saggio o stupido, generoso o codardo. So solo che lo feci e che adesso, mesi dopo, sono ancora in questo laboratorio a lavorare sulla Victoria e a chiedermi se un uomo che ha subito quello che ho subito ha il diritto di perdonare senza che il perdono diventi complicità.

Non denunciai Ettore. Non andai dalla polizia, non andai da un avvocato, non feci niente di quello che una persona razionale, una persona giusta, una persona che ha passato 26 mesi in carcere per una colpa non sua, avrebbe fatto. Quello che feci fu: il giorno dopo la confessione di Ettore, trovai sulla porta del laboratorio una busta. Non portava il mio nome, non portava il nome di nessuno.

Conteneva un fascicolo di fogli che Gioia, prima di morire, aveva lasciato in un cassetto del comò nella camera da letto. Li aveva lasciati lì come si lascia qualcosa che si vuole che venga trovato, ma che non si ha il coraggio di consegnare di persona. Il fascicolo conteneva una lettera scritta a mano, indirizzata a me, scritta nella calligrafia sottile e leggermente inclinata di Gioia, con quella penna a sfera blu che usava sempre. Tre pagine.

Non vi leggerò la lettera, è mia, ma vi dirò cosa conteneva. In sostanza conteneva la verità, tutta la verità che il tribunale non aveva mai sentito. Conteneva la storia della dipendenza, della caduta, della decisione di Ettore di proteggerla, della mia condanna. E conteneva una frase, una sola frase che da quando l’ho letta non riesco a togliermi dalla testa, una frase che vibra alla frequenza del rimpianto.

Gioia scriveva che la mattina in cui era venuta al mio laboratorio a chiedermi i cinquemila euro, i soldi servivano per una clinica privata di disintossicazione a Fano, che aveva deciso di smettere, che quando io rifiutai di darle i soldi senza spiegazione, lei non ebbe il coraggio di spiegarmi perché servivano, che tornò a casa e non andò alla clinica, che 5 giorni dopo perse la bambina. Non sto dicendo che fu colpa mia, non lo era. Non le diedi i soldi perché non sapevo perché servivano e perché cinquemila euro senza spiegazione non è una richiesta, è un problema. Lo rifarei.

Ma la frase di Gioia, quella frase nella lettera, quella frase che diceva “Se quel giorno mi avessi dato quei soldi, forse sarei andata a Fano e forse la bambina sarebbe viva”, quella frase non mi lascia dormire certe notti. E non credo che mi lascerà dormire per il resto della mia vita, perché le cose che non sono colpa tua, ma che avresti potuto evitare, sono le cose che fanno più male di tutte, più della colpa vera, più dell’ingiustizia, più del tradimento. Rinaldo mi dice che sto sbagliando. Rinaldo mi dice che un uomo non può portarsi addosso il peso di una scelta che non ha fatto.

Rinaldo mi dice che Gioia avrebbe potuto chiedere a chiunque quei soldi, a sua madre, a un’amica, al servizio sanitario, che la responsabilità era di Gioia e di nessun altro. Rinaldo ha ragione, lo so che ha ragione, ma le ragioni non cancellano le frequenze e quella frequenza, la frequenza del forse, è la più crudele che esista. Dopo aver letto la lettera presi una decisione. La presi nel modo in cui un liutaio prende le decisioni, lentamente, valutando ogni variabile, misurando ogni tolleranza, cercando la zona di risonanza dove lo strumento suona meglio.

La decisione fu questa: non avrei cercato giustizia, non avrei cercato vendetta, non avrei cercato nemmeno la riabilitazione del mio nome, che a Castelfidardo era ancora sinonimo di quello. Avrei cercato solo una cosa: Viola. Avrei cercato di essere il nonno di Viola, di essere presente nella vita di Viola, di insegnarle un giorno, quando le sue dita sarebbero state abbastanza lunghe, la notte di Castelfidardo sul mio Scandalli Super, di ricucire la catena che Ettore aveva spezzato non attraverso Ettore, ma attorno a Ettore, attraverso la bambina. Non so se è perdono.

Non credo che sia perdono. Il perdono presuppone una decisione cosciente di liberare l’altro dalla colpa. Io non ho liberato Ettore dalla colpa. La colpa è ancora lì tra noi, come un’ancia stonata in una fisarmonica che per il resto suona bene.

Ogni volta che Ettore viene al laboratorio e si siede sullo sgabello di mio padre e guarda Viola che gioca con i trucioli di acero, quell’ancia stonata suona. La sentiamo entrambi, non ne parliamo, non la ripariamo, la lasciamo lì. Perché a volte nella vita, come nella musica, non puoi accordare tutto. A volte devi accettare che una nota sia stonata e suonare lo stesso.

Suonare nonostante la stonatura, suonare perché il resto della melodia vale la pena di essere suonato anche con quella nota sbagliata nel mezzo. Ettore non mi ha mai chiesto formalmente perdono. Non con quelle parole. Non in quel modo.

La sua confessione nel laboratorio quel martedì di aprile non era una richiesta di perdono, era uno scarico di peso, un mantice che finalmente si apriva dopo essere stato compresso troppo a lungo. Io non gli ho mai detto ti perdono, perché non so se è vero e un liutaio non dice cose che non sa se sono vere. Un liutaio dice è accordato o è stonato. E la nostra situazione è stonata.

È stonata e forse lo sarà per sempre. Ma Viola viene al laboratorio. Viola ha adesso due anni e mezzo e le dita più curiose che abbia mai visto in una bambina della sua età. Prende tutto, tocca tutto, apre tutto.

Il mese scorso ha aperto un mantice di una Pigini che stavo riparando e ci si è infilata dentro come un gatto in una scatola di cartone e io ho dovuto estrarla con delicatezza mentre lei rideva a crepapelle. E il mantice faceva un suono assurdo, un lamento di fisarmonica sofferente che probabilmente la Pigini non aveva previsto nel manuale di manutenzione. Le ho dato il diapason, il suo diapason, quello che ha battuto sul ginocchio la prima volta che è entrata nel laboratorio. Adesso lo porta sempre con sé, lo tiene nella tasca del giubbotto, a volte lo batte sulla panchina del parco e dice: “Nonno, ascolta”.

E io ascolto. È debole e impreciso e perfetto. Sto finendo la Victoria. Le ance sono montate, il mantice è sigillato, i registri sono calibrati, devo solo testarla.

Prendo lo strumento, lo indosso, infilo le braccia nelle cinghie, apro il mantice. Il primo respiro di una fisarmonica riparata è un momento che non smette mai di emozionarmi, non importa quante migliaia di strumenti abbia riparato nella mia vita. È il momento in cui l’aria entra e le ance vibrano per la prima volta dopo la riparazione e lo strumento dice: “Eccomi, sono ancora qui, sono ancora capace di suonare”. La Victoria suona.

Suona bene, non perfettamente. Perfettamente non esiste nella liuteria come non esiste nella vita. Ma bene. Le note escono pulite, il mantice è stabile, i registri commutano senza esitazione.

Suono qualche nota, un passaggio di prova, e il suono riempie il laboratorio ed esce dalla finestra aperta e forse arriva fino a via Soprani, dove Rinaldo nel suo laboratorio sta probabilmente lavorando su un bandoneon e forse sorride sentendo la Victoria che canta. Smetto di suonare, tolgo lo strumento, lo appoggio sul banco. Prendo il diapason, lo batto sul bordo del tavolo. Il la risuona, 440 Hz.

Lo appoggio sulla cassa armonica della Victoria e il suono si amplifica. La cassa armonica fa il suo lavoro, prende la vibrazione piccola del diapason e la trasforma in qualcosa di più grande, di più pieno, di più presente. La risonanza. Ecco cos’è la cassa armonica.

Non produce il suono, lo amplifica. Prende la vibrazione che già esiste e la rende udibile, la rende reale. Forse è questo che fa un nonno. Non produce il suono, lo amplifica.

Prende la vibrazione che già esiste nel bambino e la rende udibile al mondo. Non so se ho fatto la cosa giusta. Non so se il mio silenzio è stato generosità o vigliaccheria. Non so se avrei dovuto denunciare Ettore, chiedere la revisione del processo, riabilitare il mio nome.

Non so se avrei dovuto prendere la lettera di Gioia e portarla in tribunale e dire: “Guardate, guardate cosa mi hanno fatto, guardate la verità che è stata sepolta per due anni sotto un mucchio di bugie”. Forse avrei dovuto. Forse un uomo più forte, più giusto, più coraggioso l’avrebbe fatto. Ma io non sono quell’uomo.

Io sono un liutaio di Castelfidardo che ha 52 anni e le mani che sanno ancora fare il loro lavoro e un cuore che non sa più fare il suo. E l’unica cosa che so fare è riparare strumenti che qualcun altro ha abbandonato. E forse, in un modo che non riesco a spiegare neanche a me stesso, è esattamente quello che sto facendo. Fuori dal laboratorio il cielo delle Marche si sta facendo scuro.

La sera arriva presto in ottobre a Castelfidardo. Arriva con quel freddo leggero che sa di mare, anche se il mare è a 30 km. Domani mattina aprirò la serranda, preparerò il caffè sulla moka che fischia il si bemolle strozzato e comincerò a lavorare sul prossimo strumento. Forse un’altra Victoria, forse un Castagnari, forse qualcosa di nuovo, qualcosa che non ho mai visto, uno strumento che arriva da un posto lontano con un problema che non ho mai risolto e che mi costringerà a inventare una soluzione nuova.

Venerdì. Venerdì Ettore porterà Viola. Lo fa il venerdì. Adesso è diventato un appuntamento, una nota fissa nella settimana, un punto di riferimento come il la del diapason.

Venerdì Viola entrerà nel laboratorio con gli occhi da lupo e le dita curiose e il diapason nella tasca del giubbotto. Si siederà sullo sgabello di mio padre, quello con le bruciature di sigaretta. E forse un giorno, quando le sue dita saranno abbastanza lunghe e le sue braccia abbastanza forti, le metterò lo Scandalli Super sulle ginocchia e le insegnerò la notte di Castelfidardo, nota per nota, come mio padre insegnò a me e il padre di mio padre insegnò a mio padre. E il suono sarà stonato, sarà incerto, sarà pieno di note false.

E io le dirò quello che dissi a Ettore quando aveva 6 anni e le dita troppo corte e il mantice troppo pesante. “Non importa se è stonato, importa che respiri. Se il mantice respira, il suono arriva. ”

Prendo il diapason, lo batto sul tavolo un’ultima volta.

Il la risuona nel laboratorio vuoto, rimbalza sulle pareti piene di strumenti appesi, si infila tra le ance e le casse armoniche e i mantici e i legni stagionati. E per un momento, un momento che dura il tempo esatto di una vibrazione di 440 Hz, il laboratorio intero canta. Poi il suono si spegne e il silenzio che resta non è il silenzio del carcere e non è il silenzio dell’ospedale e non è il silenzio dell’aula del tribunale. È il silenzio di un uomo che ha ancora le mani per lavorare e una nipote che viene il venerdì e un diapason che non mente mai.

E forse è abbastanza. O forse no, non lo so ancora. Ma il mantice respira. E se il mantice respira, il suono arriva.

Prima o poi arriva.